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Groove Armada: «Torniamo alla libertà che c’era nella scena elettronica anni ’90»

Meno social media e più musica dance dal vivo. È quel che vorrebbe Andy Cato, che in questa intervista racconta il ritorno del duo con 'Edge of the Horizon', il primo album dopo 10 anni

Tom Findlay (a sinistra) e Andy Cato, ovvero i Groove Armada

Foto press

Se sopravvivere nell’industria musicale è un’impresa per pochi, sopravviverci da artista elettronico è una sfida per pochissimi. Se dopo vent’anni di carriera un cantautore viene considerato maturo, un progetto elettronico è etichettato come bollito. Sarà che il mondo del clubbing, e dell’elettronica in generale, è da sempre legato al contemporaneo e ai suoi trend, ma il trattamento che riserviamo ai suoi interpreti resta impietoso.

Andy Cato e Tom Findlay si conoscono a metà degli anni ’90. Insieme lanciano una serata londinese, Captain Sensual at the Helm of the Groove Armada, e dal 1997 iniziano a pubblicare musica con il nome di Groove Armada. Nel 1998 pubblicano Northern Star, un guazzabuglio di sample funk, breakbeat, big beat da cui emerge il loro primo successo At the River. Ci vuole solamente un anno perché i due riescano a far quadrare la formula in Vertigo, un disco cult che ancora oggi suona attualissimo e di cui vi consiglio vivamente l’ascolto in loop. Il resto della storia forse la conoscete. I Groove Armada fanno il botto con la combo di singoli Superstylin’ e My Friend, e Goodbye Country (Hello Nightclub) diventa il loro primo lavoro ad entrare nella top 10 inglese, lanciandoli ufficialmente come the next big thing della musica elettronica. Nel primo decennio dei Duemila i due lanciano Lovebox, festival cittadino stoppato dal coronavirus alla diciottesima edizione, e pubblicano altri quattro dischi in studio, diventando una delle migliori live band elettroniche in circolazione.

I Groove Armada sembrano inarrestabili, ma dal 2010 qualcosa cambia. L’elettronica live cede il passo all’edonismo della EDM e la band viene abbandonata per un ritorno alla dimensione dei dj set. A dieci anni da Black Light, il loro ultimo vero album in studio, i Groove Armada sono tornati con Edge of the Horizon. Per l’occasione, abbiamo chiacchierato con Andy.

Captain Sensual at the Helm of the Groove Armada è forse uno dei nomi più fighi che abbia mai sentito. Cosa ti ricordi maggiormente di quel periodo? Quanto era differente il clubbing in quegli anni?
Grazie, era un nome figo, è vero! Rispetto a quegli anni, nel club si è persa la libertà. Quando uscivi nei ’90 eri completamente libero: nessuna sapeva dove tu fossi, non c’erano foto, video, geolocalizzazione. Eri libero di esprimere chi fossi nel modo che preferivi ovunque tu volessi. Il mondo era tuo. Quella libertà è stata un’esperienza privilegiata per la mia generazione; ora mi sembra qualcosa di impossibile da rivivere.

Com’era il vostro approccio allo studio e alla produzione all’inizio della carriera? Quanto è cambiato il vostro modo di far musica da Northern Star a Edge of the Horizon?
Ai tempi Tom e io facemmo un patto. Lui era bravo a giocare a pallone, io nella produzione musicale. Così decidemmo di scambiarci consigli. Lui mi avrebbe mostrato i suoi trick calcistici, mentre io gli avrei insegnato come campionare dalla sua collezione di dischi funk e soul. Così nacquero i Groove Armada. Il nostro obiettivo fu presto quello di diventare una formibidali band live. Mischiando l’elettronica a chitarre elettriche e batterie abbiamo trasformato il nostro modo di approcciarci alla produzione. Penso sia molto chiaro in un disco come Black Light. Per Edge of the Horizon, invece, abbiamo deciso di limitare le nostre possibilità. Siamo tornati ad essere solo io e Tom, con tastiere e due microfoni. Abbiamo così potuto comporre la musica che ci piace, senza pensarci troppo, focalizzandoci più sulla scrittura in forma canzone piuttosto che su un singolo loop su cui costruire.

Il vostro ultimo disco in studio risale al 2010. In questo decennio non siete rimasti fermi, ma i Groove Armada sono scomparsi. Cos’è successo in quel periodo?
Eravamo finalmente diventati una live band davvero potente. Probabilmente la migliore del genere. Nonostante la critica non fosse sempre dalla nostra, i nostri live andavamo benissimo, siamo stati headliner di Glastonbury. Negli anni ’10 però è arrivata l’EDM e c’è stato sempre meno spazio e tolleranza per i live suonati all’interno dei grandi festival. Non aveva più senso suonare come band e così abbiamo deciso, a malincuore, di fermarci. Siamo tornati a mettere dischi, come facevamo agli esordi, ma con la consapevolezza di quello che avevamo imparato. In questi anni la nostra idea è stata di dedicarci all’house, pubblicare per label di settore, suonare in club di piccole dimensioni dove fosse apprezzato quello che facevamo. Solo ultimamente abbiamo deciso di riformare la band, giusto per qualche live, perché era davvero un bel gruppo e volevamo rivivere quelle emozioni. Lì è nata la scintilla per Edge of the Horizon.

Cosa vi ha ispirato a tornare a scrivere un disco dei Groove Armada?
Non avevamo un piano specifico e non volevamo pensarci troppo. Eravamo in tour con la band e sul nostro tour bus – che ha una bella reputazione per le sue feste – spingevamo robe fighe degli anni ’80, tipo Prince. Questo disco è la nostra interpretazione di quel suono e, in un certo senso, una lettera d’amore al nostro tour bus. Un sentimento di nostalgia felice. Una malinconia positiva.

Dai vostri esordi le possibilità di far musica sono cambiate. Ci sono due scuole di pensiero sullo sviluppo della tecnologia per l’home recording. C’è chi è favorevole alla democratizzazione dei mezzi di produzione e chi invece rimpiange i tempi dove per far musica bisogna inventarsi quel qualcosa di più. Tu come ti poni in merito?
Credo non ci sia mai stato un momento storico con così tanto talento e ispirazione. La tecnologia ha permesso a un numero sempre maggiore di persone di esprimersi. Penso a mio figlio che ha iniziato a fare pezzi su Ableton mentre io da ragazzino faticavo per far suonare bene un pianoforte sul mio multitraccia a quattro canali. La tecnologia ha il vantaggio di portare risultati sonori molto velocemente, stimolando i neofiti a continuare a sviluppare il proprio lavoro. D’altro canto, utilizzando le stesse risorse e gli stessi algoritmi, spesso i risultati finali sono molto simili e poco personali. Tirando le somme, il mio punto di vista è decisamente positivo. Quello che mi preoccupa però è che, essendo molto semplice ottenere suoni soddisfacenti, i ragazzi di oggi hanno meno spinta ad imparare a suonare uno strumento. Non ho dati alla mano, ma mi pare evidente che ci sia meno preparazione accademica (Cato è un trombonista, nda). Tempo fa sono stato al museo di Picasso a Barcellona. A inizio della sua carriera ha dipinto paesaggi di un realismo incredibile, vere fotografie. Solo dopo aver padroneggiato la capacità di dipingere è stato in grado di arrivare ad essere il Picasso cubista che conosciamo. Per esprimere al meglio noi stessi è fondamentale saper padroneggiare la nostra arte. Questo sembra stia andando a perdersi.

Vorrei parlare con te di una questione che mi snerva. Nei servizi di streaming, la cronologia discografica è scomparsa. Non c’è più un passato, solo un eterno presente. Se vado su YouTube e cerco i Groove Armada, il primo risultato sarà sempre il vostro più grande successo, Superstylin’ del 2001. Il vostro biglietto da visita imposto dallo streaming è un brano di vent’anni fa. Sminuisce il vostro percorso artistico. In un mondo in cui la proposta musicale è algoritmica, in cui tutto è in un qui perpetuo senza contesti storici, cosa possiamo comprendere della storia della musica?
Da un lato c’è un vantaggio incredibile: se ascolti il brano di qualche artista che non conosci, ora hai accesso immediato a tutta la sua discografia. Questo è molto differente rispetto a quando dovevi entrare in un negozio di dischi per farlo. Era un procedimento più lungo, ma, dal mio punto di vista, più stimolante. Il problema è che ora, come dici tu, selezionando un artista su un sito di streaming vieni subito rimandato al suo brano più cliccato rafforzando l’algoritmo per cui i brani più celebri sono quelli che ti rappresentano come artista. Se dovessi presentare la mia band non lo farei di certo con quei brani. Penso che questo sia un sentimento comune per molti artisti con una storia. Siamo dentro ad un’esperienza d’ascolto algoritmica, non c’è spazio per la ricerca personale. È un continuo correlato. Così diventa complicato sviluppare un rapporto intimo con la musica.

Immaginato che nel corso della vostra carriera abbiate dovuto convivere con una certa pressione.
In passato abbiamo avuto molta pressione soprattutto dalle major. Ogni qual volta un nostro brano funzionava, volevano che ne facessimo altri dieci sullo stesso mood. L’industria funziona così. Noi non ci siamo mai piegati a quel modo di produrre ed è questo il motivo per cui siamo ancora in piedi oggi. Nella nostra carriera ci siamo attenuti solamente a due regole: pubblicare solo musica che in quel momento ci sembrava valida e cercare di essere la miglior live band elettronica possibile. Suonare musica dance live è sempre stato fondamentale per noi, solo così si crea un rapporto diretto e onesto con il pubblico.

Dobbiamo finire con una domanda che questi tempi rendono obbligatoria. Che idee hai sul futuro dell’industria dell’intrattenimento musicale?
In un mondo di informazioni sempre meno verificate, in cui la politica sta cercando di dividerci e distrarci, la possibilità di condividere, guardarci negli occhi, stare assieme è fondamentale, non solo per il divertimento, ma per la capacità umana di continuare ad esistere come specie. Non penso che possiamo vivere a lungo senza tutto questo. Senza condivisione e unione, l’equilibrio mondiale è a rischio.

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