Gregg Alexander e il ritorno dei New Radicals: «'You Get What You Give' vivrà per sempre» | Rolling Stone Italia
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Gregg Alexander e il ritorno dei New Radicals: «’You Get What You Give’ vivrà per sempre»

Prima della proposta di Joe Biden e Kamala Harris, il frontman della band ha rifiutato ogni offerta di reunion. Qui racconta perché ha accettato, come si è preparato per lo show, che cosa farà in futuro

You Get What You Give era diventata una hit mondiale da pochi mesi quando, nel 1999, i New Radicals si sono sciolti. Da allora, per 22 anni hanno rifiutato ogni offerta di reunion. Poi, una settimana fa, il frontman Gregg Alexander ne ha ricevuta una impossibile da rifiutare: l’amministrazione Biden-Harris gli ha chiesto di suonare You Get What You Give durante l’evento virtuale Parade Across America.

«Ci eravamo fatti una promessa: se Joe Biden avesse vinto le elezioni, ci saremmo riuniti per suonare la nostra piccola canzone in memoria e in onore del figlio del nostro nuovo presidente, Beau», dice Alexander nell’introduzione al brano, «e anche perché speriamo che Joe possa unire il Paese con compassione, onestà e giustizia».

La televisione americana ha trasmesso solo una parte del brano, ma Rolling Stone US ha diffuso la performance integrale. Alexander ci ha raccontato come si è preparato per il grande giorno, la storia del verso su Marilyn Manson e cosa ha in mente per il futuro.

Quando hai scoperto che la famiglia Biden apprezza You Get What You Give? 

Un amico ha letto in un giornale di Washington che alcuni versi del testo erano stati letti durante il funerale di Beau Biden. Non ho capito perché l’avessero fatto finché Ashley [Biden, la figlia del presidente] non ne ha parlato durante l’elegia. Poi è apparsa anche nel libro di Joe [Papà, fammi una promessa: era uno dei pezzi preferiti da Beau].

L’hanno usata anche nella campagna presidenziale e nei video per convincere le persone a votare in Georgia, forse sono queste le cose che hanno portato all’invito. È un onore davvero inaspettato, soprattutto dopo un anno tragico come il 2020. La speranza è che la nostra canzone possa portare un po’ di positività all’inizio del 2021 e anche della presidenza Biden-Harris.

Chi vi ha parlato per la prima volta della reunion? Come hai reagito?
Un amico che lavorava nel team dei video della Georgia, mi ha detto: «Gregg, la canzone ha un significato particolare sia per la famiglia Biden che per gli Harris [il marito di Kamala l’ha usata come walk out tune]. Se dovessero chiederlo, vi andrebbe di suonarla all’insediamento?». Era così assurdo che ho risposto scherzando: solo se suoni tu la chitarra! Poi, un mese dopo, è arrivata la richiesta ufficiale e mi sono detto: facciamolo! Tornando seri, ero davvero onorato, ma mi sono trattenuto, sono tempi cupi in America.

Quante offerte di reunion avete rifiutato in passato? Perché stavolta è diverso? 

Tantissime, sempre molto lusinghiere. Le etichette ci hanno offerto un sacco di soldi per fare il secondo disco dei New Radicals, ma davvero, sono relativamente felice della scelte che ho fatto. Mi fa sorridere quando ci definiscono una meteora, una one hit wonder, la maggior parte della gente non sa che ci siamo separati per scelta, prima che uscisse il secondo singolo. Ma ormai lo considero come un piccolo vezzeggiativo pop.

Sono sicuro che se avessi cantato Game of Love con Santana come aveva chiesto l’etichetta, o le hit che ho scritto per artisti europei, le cose sarebbero andate diversamente. Ma forse avrei perso il controllo della mia vita.

Nell’introduzione che ho preparato per l’insediamento – l’ho scritta per gli spettatori tv che non hanno idea di chi siano i Radicals – scherzo sul fatto che Rolling Stone ci ha messo nella lista dei migliori gruppi con un solo album… insieme a Sex Pistols, Lauryn Hill e Jeff Buckley. Devi riderci su.

L’insediamento di un presidente è qualcosa di molto diverso da una normale reunion, soprattutto se in gioco c’è la democrazia. O quando scopri che nell’ultimo mese un americano su quattro sotto i 25 anni ha pensato al suicidio. Speri che quando canterai “If you feel your tree is breaking… just bend” in tv, forse riuscirai a ricordare a qualcuno, almeno per un attimo, che si può resistere alla negatività che ogni giorno arriva da internet o dai giornali.

Quali membri della band hai invitato sul palco? Cosa hanno risposto? 

Abbiamo organizzato tutto in due giorni e con le restrizioni del Covid non c’era modo di spostare la mia vecchia touring band dalla California a Philadelphia. Per fortuna, in città c’erano tanti grandissimi musicisti disponibili. E anche se non avevamo mai suonato assieme, e non avevamo tempo per provare, sono così bravi che abbiamo capito in poco tempo come fare. In più, dovevamo rispettare il distanziamento sociale con la crew. Per fortuna Danielle [Brisebois, anche lei nei New Radicals] ha fatto la mamma chioccia, ricordava a tutti di stare al sicuro e non avvicinarsi troppo.

Raccontami come ti sei preparato per la performance. 

Principalmente ho ballato. Insomma, il pezzo lo ricordo abbastanza bene. Abbiamo registrato una versione integrale del brano, poi gli organizzatori l’hanno tagliata per inserirla nel programma della parata. Adesso, però, abbiamo pubblicato il video, così che tutti possano vederlo. 

Stephanie Cutter, l’incredibile produttrice esecutiva della cerimonia di insediamento, è stata irremovibile quando le ho suggerito di trasmettere la performance integrale, senza altri filmati, così da non deludere chi si era collegato per ascoltarci. Lei si è messa a ridere e mi ha detto: «Gregg, questo è l’insediamento di Biden, non un video dei New Radicals!». È ironico, non sapeva che non giriamo un video da più di 20 anni!

Prima dell’insediamento, dove hai cantato il brano per l’ultima volta?

È una storia tremenda… Quando qualcuno mette su YouTube un video in cui canti e hai un sacco di problemi tecnici, ti ricorda che quando sali su un palco c’è sempre qualcuno che potrebbe riprendere. 

Cinque anni fa, la mia canzone Lost Stars [cantata da Adam Levine] è stata nominata agli Oscar e mi hanno chiesto di suonarla alla cerimonia degli L.A. Italia Awards con un chitarrista. Ci hanno anche chiesto di fare un pezzo dei New Radicals e ingenuamente ho accettato.

Il microfono sulla chitarra non era acceso, e quando ho iniziato a cantare mi sono reso conto che il pubblico sentiva solo la voce. Ho provato a distrarre tutti, ho chiesto di battere le mani a tempo e ho improvvisato You Get What You Give a cappella. The show must go on!

Il terrore di quel momento è scolpito nella mia memoria. Se la vostra quarantena è noiosa e volete ascoltare – e vedere – un tizio nel panico che canta a cappella in una sala piena di italiani… il video è là fuori.

Cambieresti il testo, ad esempio il passaggio famigerato su Marilyn Manson?
In realtà la canzone non ha provocato scontri polemici con gli artisti citati nella parte rap. Il mio obiettivo erano i banchieri corrotti, la FDA [Food and Drug Administration], le assicurazioni sanitarie, e in questo sono stato quasi preveggente, e lo dico con una certa tristezza. Ma alla fine degli anni ’90 nessuno voleva che gli artistici rovinassero la festa, per così dire. C’era il boom dei CD, i testi politici non erano graditi.

Mentre scrivevo la parte sulla FDA doveva trovare una parole che facesse rima con “mansion” e “asses” e l’unica era Hanson, che per carità, erano pure ragazzi di talento. In ogni caso, alla cerimonia di insediamento avevamo solo quattro minuti a disposizione, non c’era tempo per fare quella parte.

È una reunion lampo o potresti rimettere in piedi il gruppo in futuro?
Ho interi album inediti con pezzi buoni tanto quanto i migliori che ho pubblicato. Prima o poi riuscirò a capire come clonare me stesso e mandare il clone là fuori, a vivere la folle vita da pop star al posto mio.

No, seriamente, guardandomi indietro sono grato di avere avuto la possibilità grazie alla musica di vivere una vita che mai avrei immaginato quando avevo 16 anni e mollavo la scuola per avere le energie per produrre demo veramente fuori nella mia cameretta incasinata.

Le facevo sentire ai compagni di classe senza dire che ero io a cantare, per capire quali erano le loro canzoni preferite e il motivo. Mi ero imbarcato nella ricerca sfuggente del perché la musica rende le persone felici, tristi oppure meglio ancora, entrambe le cose nello stesso momento.

In vita mia avrò scritto un migliaio di canzoni, sono dietro a una dozzina di hit in Europa, l’album Maybe You’ve Been Brainwashed Too è un piccolo cult fra appassionati e critici. Ma se dovessi indicare una sola canzone che mi rappresenta, sarei un pazzo a non scegliere You Get What You Give. Sono certo che vivrà più a lungo di me.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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