Se c’è una cosa che Graham Coxon non ha mai sopportato è la retorica. Nemmeno negli anni del fervore Brit pop in cui, da chitarrista e architetto del suono dei Blur, firmava i riff e le distorsioni di pezzi come Charmless Man, Beetlebum e Song 2. Oggi il mercato musicale continua a vivere del riciclo degli anni ’90 tra anniversari da celebrare a comando, la caccia al biglietto d’oro della reunion di turno e maxiconcerti negli stadi a cifre sempre più alte. Il musicista e cantautore britannico, invece, preferisce tirare fuori un disco rimasto nel cassetto per 15 anni e liberarsi di quello che non gli serve più, dando spazio alla pittura e prendendo le distanze dai grandi tour.
A novembre si concederà solo una manciata di date nei club del Regno Unito, fino al gran finale già sold out il 28 all’O2 Forum Kentish Town di Londra. Un ritorno all’essenziale per il suo primo tour solista in full band dopo oltre dieci anni per celebrare l’uscita di Castle Park – un concentrato di romanticismo mod, chitarre power pop e profumo di adolescenza registrato nel 2011 durante le sessioni di A+E – che ha fatto da apripista alla ristampa integrale del suo catalogo solista per Transgressive Records, tra album in studio e rarità dal vivo.
Per Coxon non è un’operazione amarcord, ma il modo di non lasciare più nulla di nascosto. Proprio questo approccio lo porta a rileggere il passato senza troppa indulgenza, ricordando che dietro la nostalgia c’era anche molto altro. «Penso che le case discografiche durante gli anni ’90 siano state stupide a non capire che stava arrivando Internet», racconta.
Oltre alla miopia sul digitale, cos’altro non funzionava nell’industria di quegli anni?
I musicisti erano massacrati di lavoro e i fan venivano prosciugati con la storia dei singoli multi-formato.
E la storica rivalità con gli Oasis? Quanto c’era di vero?
Era una rivalità alimentata a tavolino, anche attraverso le presunte differenze di classe sociale. Era tutto un po’ esagerato. Oggi siamo tutti più consapevoli, anche se viviamo tempi decisamente più complessi. C’è così tanta musica in giro che è diventato persino difficile stare dietro a tutto.
È anche per questa saturazione che la musica si rifugia nel passato e le band celebrano in continuazione gli anniversari dei propri album?
Chiunque pensi di stare creando il proprio Revolver magari sente di essere evoluto grazie alle proprie influenze e di aver fatto un disco di cui andare fiero. Ma la verità è che non abbiamo bisogno di un altro Revolver, ce n’è già uno bellissimo fatto dai Beatles. La gente ha sempre guardato indietro. Recentemente in un’intervista mi hanno chiesto in che epoca vorrei tornare a vivere e io ho risposto il 1966.
Perché proprio il 1966?
Per andare all’UFO Club, vedere John Mayall e i Bluesbreakers o partecipare a un happening all’Alexandra Palace. La Londra degli anni ’60 ci viene raccontata come un posto psichedelico e pieno di felicità, ma era così solo per una ristretta élite. Gente come Rod Stewart e i Faces avranno fatto la vita migliore di sempre, per gli altri era ben diverso.
Quindi il problema è il modo in cui ricordiamo il passato?
La verità è che quando la gente guarda indietro al passato gli viene mostrata solo la parte bella. Si rimettono insieme i pezzi e tutte le cose brutte vengono tolte. Vale anche per chi guarda agli anni ’90 con nostalgia senza esserci stato. Per certi versi era bello perché non c’erano i cellulari, ci si incontrava per strada per caso e non si passava la serata a farsi venire il mal di schiena guardando TikTok.
Invece di assecondare questa nostalgia, tu hai scelto di tirare fuori Castle Park dopo 15 anni per poi andare avanti. Perché proprio adesso?
Mi sono imposto di farlo. C’erano dei fan che me lo chiedevano continuamente e mi sono detto: «Ci sono delle belle canzoni qui dentro, non mi importa se piacerà o meno». Volevo solo svuotare il cassetto, senza lasciare segreti. È andata così e l’ho fatto.
L’immaginario dell’album sembra molto legato all’adolescenza.
In realtà non è direttamente connesso ai miei anni da teenager. Riflette semmai il mio modo più innocente di vedere la vita, l’amore e tutto il resto. Quando l’ho scritto ero focalizzato sul momento che stavo vivendo.
Ma visto da fuori non rischiava di sembrare un approccio strano per un adulto?
Certo, il tema poteva sembrare adolescenziale per uno della mia età, ma non mi piace darmi regole su come dovrei pensare o sentire a seconda dell’età. Sono rimasto lo stesso, ho ancora gli stessi ideali.
Visto che è stato inciso nello stesso periodo di A+E, Castle Park va considerato una sua continuazione?
No, non c’è alcun legame. Ci siamo ritrovati con 21 canzoni divise in due blocchi opposti per suono e concetti: A+E è nato improvvisando sul basso, Castle Park andava in un’altra direzione.
I brani hanno una forte carica visiva. Guardavi già alla tua musica in termini narrativi prima delle colonne sonore di The End of the F***ing World?
Cerco sempre di dare un percorso narrativo alle canzoni. Nel 2009 con The Spinning Top, per esempio, ho messo in ordine i brani per creare un vero e proprio viaggio. Invece Castle Park diventa sempre meno innocente man mano che vai avanti nell’ascolto: parte in modo solare parlando di relazioni, poi scivola progressivamente verso l’isolamento e la complessità sentimentale.
Come si sono sviluppati i tuoi primi lavori da solista?
All’inizio volevo solo provare a scrivere canzoni. I miei primi tre album non avevano strutture classiche, erano quasi degli esperimenti. Il primo, The Sky Is Too High, ad esempio, per me era un laboratorio dove sperimentare suoni, testi e tecniche di registrazione che nei Blur non avrebbero trovato spazio. Con il senno di poi, quei primi tre dischi avrei dovuto tenermeli per me e maturare in privato prima di esordire davvero, e invece ho deciso di pubblicare tutto.
Quando hai capito che anche scrivere una canzone semplice poteva essere, a suo modo, una forma di sperimentazione?
Quando sono arrivato a Happiness in Magazines, nel 2004, ho iniziato a scrivere pezzi strutturati, con un assolo di chitarra, come quelli che ascoltavi alla radio negli anni ’60. Da lì il mio approccio è cambiato.
Che differenza c’è nel modo di lavorare nei Blur rispetto ai tuoi progetti solisti e ai Waeve?
Nei Blur, Damon pensa solo a cosa sia meglio per la canzone, non a fare concessioni democratiche, e nei miei progetti faccio lo stesso. Se qualcosa non funziona, devi essere rapido a tagliarlo.
A novembre tornerai sul palco con la tua band. Ti senti diverso rispetto a vent’anni fa?
Sì, decisamente. Oggi non mi importa di sembrare sciocco o non suonare in modo perfetto, ho molta più accettazione di me stesso. Anche se ci metto tutto l’impegno e la mia energia, non mi interessa che sia tutto tirato a lucido. Mi interessa di più passare una bella serata con il pubblico e ridere. Per questo amo i tour acustici nei club piccoli: racconto storie, faccio battute, suono un pezzo e parlo con le persone.
È la ricerca di una dimensione più spontanea e meno costruita?
Mi piace che sia il più amatoriale possibile, niente di troppo patinato o coreografato, ogni sera diverso. Con i miei vecchi amici con cui suonerò a novembre vogliamo solo divertirci, fare una bella scaletta lunga che tocchi un po’ tutto e poi prenderci del tempo per noi.
Niente tour solista in Europa o in Italia il prossimo anno, quindi?
Non sto proprio pensando di andare in tour. Quest’anno è stato davvero impegnativo e stancante, ci sono stati un paio di progetti grandi che mi hanno prosciugato. Il prossimo anno voglio concentrarmi nel capire cosa c’è dopo: dipingerò di più, vorrei avere una qualità della vita migliore, andare ad abitare fuori Londra, avere più spazio, prendere un cane. E dal punto di vista della musica vorrei costruirmi uno studio, suonare la batteria e registrare cose mie o con altri in totale tranquillità.















