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Gorillaz, una band di questo e dell’altro mondo

Pop dall’aldilà. Damon Albarn e Jamie Hewlett raccontano ‘The Mountain’, l’album che hanno realizzato dopo la scomparsa dei rispettivi padri e dopo un viaggio in India. Sciacquare i panni in Gange

Foto press

La prima voce che si sente nel nuovo album dei Gorillaz è quella di Dennis Hopper. Chi conosce la band sa che è stata registrata ai tempi di Demon Days. «Per parlare di morte», dice Damon Albarn, seduto a fianco di Jamie Hewlett, «c’era bisogno di gente morta, che ne sa più di me».

I due hanno realizzato The Mountain dopo aver perso i rispettivi padri e sull’onda di un viaggio in India da cui sono tornati con un sacco di idee per i personaggi di Russel, Murdoc, Noodle e 2-D. Il progetto si è arricchito fino a includere una serie notevole di contributi postumi tirati fuori dagli archivi: Tony Allen, Bobby Womack, Dave Jolicoeur dei De La Soul, Mark E. Smith dei Fall e altri. Al loro fianco, leggende viventi come l’indiana Asha Bhosle, il rapper argentino Trueno e Black Thought dei Roots. Il risultato è il disco dei Gorillaz più solido da oltre un decennio. «In un certo senso», dice Albarn, «è il successore di Plastic Beach. È un mondo a parte».

Fra pochi giorni, il 22 e 23 febbraio, porteranno quel mondo sul palco con due concerti speciali all’Hollywood Palladium dove faranno The Mountain per intero. Il 26 febbraio verrà inaugurata a Los Angeles la mostra House of Kong già vista a Londra (in Italia arriveranno in estate, il 25 giugno al festival La Prima Estate e il 27 luglio a Trieste). Albarn sta anche componendo la colonna sonora e alcune canzoni per Artificial, il film di Luca Guadagnino sull’ascesa dell’intelligenza artificiale. «Posso mettere della musica anche sotto Elon Musk», dice. Canticchia il tema della marcia imperiale di Star Wars e si mette a ridere.

Com’è che quest’album è venuto fuori così coeso?
Damon Albarn: È perché abbiamo passato più tempo insieme. Dopo Plastic Beach Jamie ha cambiato radicalmente vita e si è trasferito in Francia, un disastro per il nostro rapporto. Ma siamo riusciti a ritrovarci e immagino che il viaggio in India abbia rappresentato l’apice di Jamie and Damon, Part Two. Riconciliazione e rinnovo delle promesse matrimoniali.
Jamie Hewlett: Ci siamo ritrovati sulla stessa lunghezza d’onda. Il padre di Damon è morto e il mio è morto dieci giorni dopo. Abbiamo pensato: ok, i temi di questo disco stanno iniziando a palesarsi, decisamente.

Tu, Damon, non eri mai stato in India prima, vero?
Albarn: No, mai. Andarci è stata un’esperienza interessante, in quanto inglese. Voglio dire, a parte tutta la storia del colonialismo, sono cresciuto in una casa a schiera nell’East London e i vicini di casa erano indiani. La cultura indiana, che sia induista, musulmana o sikh, è parte dell’inglesità. Da bambino ascoltavo decisamente più Ravi Shankar che Beatles.

Com’è stato essere lì in quel periodo di lutto?
Hewlett: Anche solo visitare l’antica città di Varanasi è stata un’esperienza intensa, vedere le pire funerarie. Damon ha nuotato nel Gange.
Albarn: Non è una cosa che dimentichi in fretta. Ti senti immerso in migliaia di anni di attività spirituale e di rituali, di albe e di tramonti. Ti devi fare attraversare da tutto quanto e magari una parte resta ti addosso e un’altra parte ti segue come un’ombra.

Quando vi è venuta l’idea di includere le voci dei defunti?
Albarn: Nel manifesto dei Gorillaz scritto da me e Jamie nel 1999, quando dividevamo un appartamento, il personaggio di Russel era in grado di evocare le voci dei musicisti morti.
Hewlett: Gran bell’idea. Ci sono voluti 25 anni per usarla.

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A Londra avete suonato per intero i primi tre album dei Gorillaz. Vi è piaciuto guardarvi indietro?
Albarn: Non provo alcun piacere nel guardarmi indietro, mai.
Hewlett: Siamo concentrati su quello che verrà. Ci entusiasma il “dopo”.
Albarn: Quando la gente inizia a dirti quanto eri grande, significa che ti manca qualcosa. Capisci cosa intendo?
Hewlett: È così. Non puoi vivere di una cosa che hai fatto 25 anni fa, vuol dire che nel frattempo non hai fatto niente di nuovo.

Ma avete scoperto qualcosa di nuovo su quei primi progetti dei Gorillaz eseguendoli dal vivo?
Albarn: Che praticamente non avevano i testi! Quelli delle canzoni del primo album erano decisamente strani eppure ora un senso ce l’hanno. Questo ti fa capire quanto il mondo oggi sia folle. «Ehi, ci sarà un personaggio che fa uscire morti dalla testa, e il disco non significherà niente».
Hewlett: Oggi non sembra neanche un’idea matta, ma 25 anni fa lo era eccome.
Albarn: Mi vestivo da prete all’epoca di Demon Days. Divertente.
Hewlett: Doveva essere tipo Padre Merrin, quello dell’Esorcista. Gli stava bene quel look.
Albarn: A me piaceva moltissimo. Lo rifarei ogni sera, a dirla tutta.

A proposito di band-cartoon, avete visto KPop Demon Hunters?
Hewlett: Lo guarderò. Mio figlio maggiore continua a dirmi che devo farlo. Anche se ha 30 anni, ama l’animazione.
Albarn: Pensavo che per guardarlo dovessi avere dei figli. Non credo lo si possa guardare da soli, troppo strano.

Ma è divertente, no? Voi avevate questa idea fuori di testa di band-cartoon tanti anni fa e ora è uno dei fenomeni più grandi al mondo.
Albarn: (Risatina) Tra quello e lo spettacolo olografico degli ABBA, non è rimasto più niente delle nostre idee. Sono state tutte prese e monetizzate.
Hewlett: Credo che il fatto di essere una band animata ci abbia aiutati. I ragazzi si incuriosiscono, vogliono capire di cosa si tratta. Poi sentono la musica e dicono: «Wow, mi piace un sacco». È così che ci si fa un nuovo pubblico.

E poi i cartoon non invecchiano. Noodle è partita che era una bambina ed è diventata adulta, ma da allora i personaggi sono eterni.
Hewlett: Non sappiamo cosa succederà dopo. Sto lavorando a qualcosa.
Albarn: Devono diventare cubisti.
Hewlett: Sarebbe gradioso, wow.
Albarn: Murdoc diventa un rettangolo verde (ride).

Che ne pensate dell’uso dell’AI nell’arte?
Hewlett: Nel mio lavoro non la userei, ma è uno strumento e lo è anche in campo artistico. È un po’ come quando è arrivato Photoshop, conta l’uso che ne fai.
Albarn: Io non so usarla, quindi non ho di questi problemi.
Hewlett: Ho visto artisti che la usano bene, ma c’è chi si limita a scrivere dei prompt, ottiene un’immagine e si considera un artista, e lo trovo azzardato… Se ti innamori del lavoro di un artista è per, beh, per il suo lavoro appunto, per la sua visione, per la sua storia. Un computer invece raccoglie semplicemente informazioni da tutto il mondo. Non è la stessa cosa, no? Non puoi innamorartene. Non è come guardare un dipinto di Van Gogh o di David Hockney e commuoverti fino alle lacrime.
Albarn: È troppo presto per dire se possiamo innamorarcene. È come quando a Mao Zedong chiesero della Rivoluzione francese e lui rispose: «È troppo presto per dirlo».

Damon, è vero che non hai nemmeno un telefono?

Albarn: È così. Non è difficile: un giorno lo perdi e non ne compri più un altro.

E non ascolti musica in streaming?
Albarn: Mai fatto streaming di nulla in vita mia.

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Avete rappresentato delle voci importanti a favore della comprensione interculturale. Pensate che il mondo stia andando nella direzione giusta?
Hewlett: Siamo stati fortunati a viaggiare molto, abbiamo visto il mondo e fatto esperienza di altre culture. Si cresce come esseri umani quando si accettano le credenze e le culture altrui… Direi che siamo un po’ preoccupati, ma cerchiamo di restare positivi. Soprattutto con questo nuovo lavoro, l’esperienza di lavorare con tante culture diverse che si uniscono per fare un disco che non sarebbe stato altrettanto bello se fosse stato fatto solo da un paio di inglesi con i loro amici…

Mettere insieme punti di vista diversi è sempre stata una parte importante dei Gorillaz, no?
Albarn: Ne è l’essenza. Quando sono passato dai Blur ai Gorillaz c’è stato un cambio di marcia piuttosto drastico… era tutto lì. Doveva esserci una comunità, perché ci nascondiamo dietro i cartoni. L’unico modo per avere un vero senso di interazione umana era con le persone con cui lavoriamo.

Dopo tanti anni, i Blur possono fare grandi concerti in Europa, ma i Gorillaz sono più conosciuti negli Stati Uniti.
Albarn: Quando siamo andati al Coachella con i Blur nel 2024 la nostra presenza al festival un po’ stonava. È un po’ un’estensione dei social, no?
Hewlett: È l’unico festival in cui i telefoni non sono puntati verso il palco, ma verso la persona col telefono in mano.

I Blur torneranno mai a suonare negli Stati Uniti? È passato molto tempo dal concerto al Madison Square Garden nel 2015, che è stato incredibile.

Albarn: È possibile, sì. L’unico problema del maledetto Madison Square Garden, e ci ho suonato qualche volta, è che ci sono tutti quegli striscioni per… come si chiama?

Billy Joel?
Albarn: Billy Joel. Ti toglie qualunque voglia. Non lo sopporto.

Da Rolling Stone US.

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