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Gli Zen Circus raccontano ‘L’ultima casa accogliente’ canzone per canzone

Di cosa parla il nuovo disco degli Zen? L’abbiamo chiesto ad Appino, che ci ha guidato attraverso i nuovi brani del gruppo: i nostri corpi, la paura del passato, esorcizzare quello che non vogliamo essere

Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

Il corpo come prigione, ma anche protezione, mezzo di contatto con gli altri. E il corpo come L’ultima casa accogliente, questo il titolo del nuovo album degli Zen Circus: nove tracce di cui solo una scritta in tempi di pandemia; nove canzoni in cui il rock viscerale e sanguigno della band toscana si unisce a una densità lirica fatta di vulnerabilità, dove l’introspezione diventa strumento per allungare lo sguardo su un mondo che sembra non funzionare più, ma dove c’è sempre un cuore che batte per una speranza, per un nuovo amore, per un futuro più sereno, ma che non potrà non essere sporcato dagli errori del passato.

«Costretti dentro un corpo e dentro al tempo, ma un giorno tutto questo finirà», canta con fatalismo Appino in Catrame. Ed è a partire da questa canzone, prima traccia del disco in uscita il 13 novembre, che il frontman degli Zen, classe ’78, ci racconta pezzo per pezzo i significati di un album che si nutre di un linguaggio crudo, neorealista, e di chitarre che i musicisti non vedono l’ora di riportare sul palco.

Catrame

«Non è un caso sia la prima traccia, è il brano più legato al nostro passato, si ricollega al disco precedente, Il fuoco in una stanza, dal punto di vista sia musicale sia testuale: ripartiamo da dove avevamo lasciato per intraprendere un viaggio diverso che ci condurrà altrove. E non è un caso che cominci con solo la voce, primo strumento che abbiamo per esprimerci: un modo per presentare il tema ricorrente dell’album, che è quello del corpo. Il corpo come prigione, come casa, come astronave che ci permette di attraversare l’esistente che conosciamo».

«Nell’incipit, in particolare, parlo dei veleni che ingeriamo e che ci fanno brutti scherzi com’è successo alla mia famiglia (“Io sono nato in una casa fatta di catrame / negli anni in cui fumare incinta non faceva alcun male / Il fumo entra nei polmoni e nei polmoni rimane / come il tumore che vorrebbe uccidere mio padre”, recitano i primi versi). È andato tutto bene, per fortuna, ma ci tenevo a mettere quella parola – tumore – nel testo: ci avevo già provato qualche anno fa, ma non ci ero riuscito, questa volta mi sono detto che era importante. Dopodiché questo è solo l’inizio di un pezzo che parla anche di una libertà che è solo apparente, perché c’è sempre un cordone ombelicale che ci lega, perché nasciamo dentro le nostre membra e attaccati a una madre, dentro a un contesto familiare, sociale, storico. E tutto questo lo comunichiamo col nostro allegro fatalismo, lo stesso con cui cantavamo “vivi si muore”, che non è una frase nichilista, ma un atto di gioia. Perché se si è vivi si muore, mentre da morti non si vive».

Appesi alla Luna

«Una canzone figlia di un viaggio che ho fatto da solo a Lisbona, nel 2019, dopo la partecipazione degli Zen a Sanremo. Avevo bisogno di staccare dal delirio totale vissuto al festival, delirio che dura ben più dei pochi giorni di show televisivo, sono quattro mesi di tagadà dello spettacolo e delle vanità. Scelgo Lisbona perché Ufo me la decanta da anni e perché il Libro dell’inquietudine di Pessoa è uno dei miei preferiti. Solo che cado in un down clamoroso, in una città molto malinconica – un po’ lo è, un po’ no, ma in quel momento la percepivo così. Mi sentivo solo».

«Un giorno finisco al Tejo Bar, un localino dove s’incontrano i musicisti a tarda sera e dove, per non disturbare il vicinato che altrimenti s’incazza, si suona a basso volume, con le chitarre appena sfiorate, le voci sussurrate, addirittura sfregandosi le mani invece che applaudire. E una volta uscito, nonostante avessi pensato quella vacanza come a un modo per staccarmi dalla musica, mi metto a scrivere e mi viene Appesi alla Luna, brano chitarra e voce lontano dai nostri canoni, tant’è che pensavo che a Karim e a Ufo non sarebbe piaciuto. Mi sbagliavo, al punto che poi, dopo averlo arrangiato, ma senza privarlo della sua fragilità, abbiamo deciso di usarlo come singolo».

Come se provassi amore

«È l’unica canzone del disco arrivata in tempi di Covid. Nasce da un libro che consiglio, Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero sé di Alice Miller. Me l’ha fatto leggere il mio psicologo, novità entrata nella mia vita prima della pandemia, per fortuna. Ed è stata una botta che, appunto, si è riversata in questa canzone su come vivere e fare finta di vivere siano due cose completamente diverse, su come essere convinti di dare amore, ma non essere in grado di darlo, sia diverso dall’amare veramente. È il prosieguo di Catene, brano del 2018 in cui dicevo “se l’amore non so darlo, se non ne so parlare”. Qui dico aspetta, non è che non sappia darlo, semplicemente quell’amore è bloccato da un passato che va accettato. Non ero convinto delle potenzialità del pezzo, a dire il vero, mi hanno convinto gli altri, come capita di frequente».

«Quest’album avremmo dovuto registrarlo negli Stati Uniti, ma dato che per ovvie ragioni non è stato possibile lo abbiamo fatto qui, con tutte le restrizioni del caso, e il risultato è un disco musicalmente libero, molto suonato, che a dispetto della tendenza ormai diffusa di mettere tutto in griglia non è quantizzato, e in cui trovo similitudini con l’ultimo degli Strokes, che però abbiamo ascoltato solo dopo aver chiuso il nostro: molti suoni possono sembrare elettronici, ma sono chitarre lavorate, suonate come tastiere, con effetti strani. Un sound, questo, che è figlio della nostra discografia da La terza guerra mondiale in poi, e che è la nostra via per continuare a fare rock oggi».

Non

«La traccia che più mi emoziona, forse la più anni ’90. Si parla di rapporti interpersonali, di insicurezza, della paura che spesso fa accadere proprio ciò che più si teme. È come riempire la casa di antifurti: il ladro che ci passa davanti capirà che lì c’è molto da rubare, e sei tu che glielo stai dicendo. Il senso è che noi siamo il nostro peggior nemico e troviamo mille scuse per non essere felici, o almeno io ne ho trovate tante e non credo di essere il solo. Ciò che mi ha frenato è il cordone ombelicale di cui parlavo prima, che non è la madre, ma è l’infanzia, è il restare legato al bambino che ero. Bambino che in questo brano ispirato anche a Momenti straordinari con applausi finti di Gipi è lì accanto a me, ci chiacchiero (“Non è il bambino che è scomparso / è con me, lo sento accanto”). Ed è brutto da dire, ma per crescere quel bambino deve morire».

Bestia rara

«Ho scritto questa canzone dopo aver visto Storia di Filomena e Antonio, bellissimo documentario di Antonello Branca, del ’76, su una coppia di giovani tossicodipendenti. Il brano narra una storia che mi sono immaginato pensando a Filomena, ma che non parla di lei. Semmai parla di un corpo femminile che non sempre è una casa accogliente, e di droga, di aborto, di ciclo mestruale, di cose di cui non si può parlare a causa di dogmi che qui scardiniamo. A proposito dell’aborto ci tengo a dire che non è affrontato in quanto questione morale. Ciò che diciamo è che una donna che decide di abortire può essere considerata al pari di Gesù, perché lì c’è un certo tipo di martirio: è una provocazione, ovviamente, e pazienza se qualcuno sentendola s’incazzerà. Poi alla fine sì, si sente la voce di Filomena, donna vessata dai genitori e da un paesino chiacchierone dove essere diverse significava essere puttane: questa traccia la dedichiamo a lei. Tutto si chiude con una coda strumentale di cui andiamo veramente fieri. Si sa che ci piace liberare i pezzi sul finale e in questo album lo facciamo due volte, qui e nell’ultima traccia».

Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

Ciao sono io

«È il brano preferito di Ufo, un pezzo duro ma leggero, figlio di tanti ascolti del nuovo rhythm and blues americano, che ci piace molto: penso, per esempio, agli Alabama Shakes e a Kurt Vile. Nel testo torna il discorso su mio padre, al quale la dura battaglia contro il tumore ha regalato una voglia di vivere che prima avvertiva di meno. Se ne è reso conto lui ed è stata una lezione anche per me. Dopodiché questa canzone contiene suggestioni provenienti dal mondo di operai e cooperative sociali da cui proveniamo, una comunità da cui è difficile scollegarsi, anche perché abbiamo ancora tantissimi amici che lavorano come magazzinieri o che vivono alla giornata. E c’è il tempo che passa, visto che questo, come s’intuisce dai primi versi, è un brano nato da una foto di mia madre ventenne che campeggiava a casa dei miei prima che andassi via, una foto in cui è bellissima, scattata da mio padre con una Reflex. Partendo da lì mi chiedo cosa accadrebbe se facessi “come in quel film, dai, ti ricordi qual è?”: mi riferisco a Ritorno al futuro».

Cattivo

«Un brano in cui me la tiro, anch’esso figlio degli ascolti di cui sopra. Una canzone provocatoria, musicalmente la più stilosa del disco, basata su una metrica che non avevo mai usato prima, cosa che per me è stata anche una sfida. Un taccuino con dentro tante cose che ho scritto negli anni, messe assieme come in un puzzle. Dentro c’è un mondo di relazioni sentimentali, mondo che per me è sempre stato difficilissimo da vivere, fino a quest’anno, dato che finalmente sto vivendo un rapporto d’amore in maniera sana, adulta, bella. Perché non basta innamorarsi, bisogna lavorare su di sé per riuscire ad amare e per la prima volta lo sto facendo seriamente, il che mi dà serenità. Però, ecco, Cattivo parla di tutto il contrario, è l’esorcizzazione di tutto ciò che non voglio più essere, dentro c’è tutto quello che mi sta sulle palle non tanto negli altri, quanto in me stesso. “Scarpe alla moda e facce da stronzo”: sono io, quello. O meglio, quello è l’Appino che in passato ha assunto l’atteggiamento strafottente di chi pensa che tutto gli sia dovuto, di non dover rendere conto a nessuno e che tanto tutto andrà in merda, perché è così che funziona. Invece no, non è così, se andava tutto in merda era perché ce lo mandavo io. E lo canto».

«Aggiungerei che di recente ho condiviso sul mio Instagram una foto con la mia ragazza e qualcuno ha commentato “musicisti innamorati uguale disco di merda”: a parte la minchiata che non vale nemmeno la pena commentare, vorrei dire che a volte vale la pena scrivere di quando stavi male proprio quando stai bene, perché solo allora puoi farlo con lucidità. Insomma, da felice mi arrogo il diritto di scrivere di quando mi stavo sul cazzo, ma non puntandomi il dito contro, bensì accettando quella parte di me che comunque esiste ed esisterà sempre, perché è così per tutti. Del resto, questa è la base della narrativa degli Zen: la musica come veicolo per i buoni sentimenti va bene, però…».

2050

«Questo è un pezzo ambientato nel futuro, scritto immaginandomi un mondo dopo una catastrofe. Ma non ci interessava fare una canzone sul fatto che gli esseri umani hanno mandato a puttane il mondo e su quanto siamo stronzi: gli Zen non hanno mai voluto insegnare agli altri come bisognerebbe vivere e come no, le nostre canzoni sono racconti. 2050 racconta, dunque, un ipotetico futuro in cui “il Paese festeggia il giorno in cui hanno proclamato gli stati uniti del mondo”, perché probabilmente solo dopo una tremenda catastrofe capiremo che quella è l’unica via per concepire la vita su questo pianeta. E però in quel futuro i grattacieli spenti e le città sommerse potrebbero emergere dal mare, perché se andiamo avanti così… Non è un brano ecologista, è più una risposta a chi un giorno, dopo una crisi terribile, potrebbe chiederci come mai non abbiamo fatto nulla per evitarla. E la risposta, guardando all’umanità con l’empatia senza la quale non potremmo fare musica come facciamo, è che abbiamo fatto tutto e non abbiamo fatto niente, che abbiamo realizzato tante cose belle, ma anche cose brutte e non senza conseguenze».

L’ultima casa accogliente

«“Dentro a questa casa risorgeremo e sulla notte torna il sereno”: l’ultima traccia dell’album si chiude con queste parole che trasmettono serenità su una musica che serena non è. Va detto che L’Ultima Casa Accogliente è un bar di Livorno dove andavo spesso anni fa, perché mi piaceva tantissimo il nome. La cosa divertente è che quando abbiamo annunciato l’uscita del disco abbiamo scoperto che Ultima Casa Accogliente è il nome di non so quale posto ne Il signore degli anelli, ma in realtà non lo sapevamo, per cui no, il nostro non è un omaggio a Tolkien. Qui, semmai, l’ultima casa accogliente è il mio corpo nel suo incontrarsi con quello di un’altra persona, con tutto il bene che ne deriva. Parliamo di una canzone d’amore, in sostanza. Una canzone che musicalmente, come mood, è un compendio di tutte le cose che più amiamo, dai Pink Floyd ai Radiohead ai Can. Ed è il nostro pezzo preferito di un album che per ora non possiamo portare in tour, ma che presenteremo con una serie di show in diretta da casa mia e con altre iniziative che ci stiamo inventando e ci inventeremo».

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