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Gli ultimi anni di Little Richard

Niente musica, poche interviste, quasi nessuna visita. Nell’ultima parte della sua vita, il musicista si era isolato dal mondo. Un addio silenzioso che il figlio adottivo Danny racconta a Rolling Stone

Little Richard negli anni '80

Foto: Lester Cohen/ Getty Images

Si faceva vedere ogni giorno alla stessa ora. Alle 11 del mattino, l’ascensore della hall dell’Hilton di Nashville si apriva e ne usciva Little Richard. Vestito come se dovesse salire sul palco, con parrucca esagerata, occhiali da sole, trucco, giacca paillettata, stivali glitterati, stava sulla sedia a rotelle spinta dal figlio Danny. Mentre la coppia attraversava la stanza verso la Cadillac Escalade dorata parcheggiata di fronte, i turisti si avvicinavano a Richard, che consegnava loro un minuscolo libro religioso con dentro la sua foto. A volte chiedeva a Danny di avvicinarlo al pianoforte, dove suonava qualche nota di un blues o di una delle sue canzoni. L’esibizione finiva quando il pubblico diventava troppo numeroso o troppi telefoni uscivano dalle tasche.

Il fatto che Richard vivesse all’Hilton era un segreto di Pulcinella a Nashville, ma alcuni degli artisti più famosi della città non erano sicuri se la storia fosse vera. Richard si era trasferito da Los Angeles al Tennessee nel 2003, voleva stare più vicino alla sorella. Insieme a Danny, che aveva adottato nel 1984, quando aveva 14 anni, aveva scelto una casa a Lynchburg, la città del Jack Daniel’s, ma la vita di campagna gli è venuta presto a noia. L’Hilton non era l’alternativa più discreta – è di fronte alla Bridgestone Arena, quasi sempre pieno di turisti – ma per Richard non era un problema. Ha personalmente contrattato un affitto mensile con il management dell’hotel. «Era tutto a sua disposizione: servizio in camera, sicurezza», dice Danny, che ora ha 49 anni. «Credo che gli piacesse incontrare persone nuove ogni giorno. Era eccitato, piaceva rendere felice la gente».

Quelle brevi performance nella hall sono state le uniche apparizioni pubbliche degli ultimi anni di Little Richard, che lo scorso 9 maggio è morto dopo una lunga battaglia con il cancro. Aveva 87 anni. Dopo più di sei decenni nel ruolo del musicista più rumoroso e stacanovista del mondo – una carriera che l’ha portato dall’alba del rock agli anni della tv, dove è apparso persino in Baywatch –, nel 2013 ha smesso di suonare dal vivo e ha messo in scena un ritiro drammatico: niente nuova musica, poche interviste, poche visite. Persino Paul McCartney faticava a invitarlo a cena, racconta Danny.

Dopo aver attraversato la lobby, Richard e Danny iniziavano le commissioni di giornata. Il che significava guidare fino a Lynchburg, dove Richard aveva una seconda casa dove continuava a ricevere la posta. Nonostante potesse farsela inviare in albergo, ritirarla era una scusa come un’altra per prendere un po’ d’aria, una raccomandazione che gli avevano fatto i dottori dopo l’intervento all’anca del 2019. Il viaggio verso Lynchburg era interrotto da varie fermate: la banca, le poste, un fast food come Chick-fil-A, il preferito di Richard. «Trecento chilometri ogni giorno», dice Danny, «150 all’andata e 150 al ritorno».

Mentre era in auto, Richard parlava dei vecchi tempi, a volte del blues degli anni ’50, altre dei Beatles o degli Stones. Quand’era più giovane, Richard era notoriamente irritato dal fatto che, pur essendo arrivato prima di loro, gli artisti che aveva influenzato erano diventati ricchi e famosi suonando il rock’n’roll, e Paul McCartney nemmeno l’aveva ringraziato quando ha ricevuto il Grammy alla carriera. Alla fine, dice Danny, l’amarezza era sparita. «Ci aveva rinunciato. Aveva accettato la realtà. Negli ultimi anni, ci aveva fatto pace».

All’inizio degli anni ’80, Little Richard viveva in un hotel diverso, l’Hyatt sul Sunset Strip di Los Angeles. Aveva passato un decennio lontano dal rock, faceva il venditore per Memorial Bibles International e partecipava a una “campagna nazionale di evangelizzazione” in cui raccontava i Dieci Comandamenti nelle chiese di tutto il Paese, pentito del suo passato da peccatore. Aveva però bisogno di soldi. Ha pubblicato una biografia, The Life and Times of Little Richard: The Quasar of Rock, che ha promosso con un gigantesco press tour (in un’apparizione televisiva su MTV ha chiamato Prince «il me del 1984»). Little Richard era tornato.

C’è un’altra ragione che rende questa epoca così importante: Richard ha adottato un figlio. Quando Danny Jones era alle medie, Richard andava a trovarlo a casa di sua madre, a Los Angeles. «Tutti i ragazzini aspettavano che arrivasse», ricorda. «Aveva un sacchetto di monete, le tirava per aria e tutti cercavano di prenderle. Avevamo dei soldi!».

Quando è entrato nella vita di Danny, Richard si era ritirato dal mondo della musica un’altra volta. Aveva anche rinunciato all’abitudine di spendere 1000 dollari al giorno in droga, per dedicarsi completamente alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno. È così che ha conosciuto la mamma di Danny, Creola Jones.

Richard è diventato una presenza costante a casa Jones. «Che tu ci creda o no, teneva sempre un profilo basso, era umile», dice Danny. Nel corso degli anni il cantante è diventato una figura importante per il ragazzo, che nel 1982 aveva perso il padre. Richard ha cantato al funerale. «Era fantastico, mi incoraggiava sempre. Un giorno mia mamma gli ha chiesto di prendersi cura di me e lui ha accettato».

Dopo una stretta di mano – niente burocrazia – Danny si è trasferito allo Hyatt, dove Richard aveva una suite di due stanze. Da quel giorno, hanno vissuto insieme per 36 anni. «Per lui fare il genitore era semplice: diceva delle cose e stava a me capire», dice Danny. «Usava frasi come: “Sei tu a controllare il denaro, non lasciare che il denaro ti controlli”. Da ragazzino non sapevo come reagire, ma col passare del tempo ho capito».

Alla fine degli anni ’80, Danny è andato in tour col padre, e ha visto un Little Richard diverso. «Non avevo idea di cosa potesse fare», dice ridendo. «Non sapevi mai cosa avrebbe detto o fatto». Il vecchio agente di Richard, Dick Alen, con cui aveva lavorato per 40 anni, ricorda che i tour erano pieni di “confusione”: una volta il musicista si è rifiutato di suonare perché il locale non gli consentiva di dare libri religiosi al pubblico («Ha detto: Niente Bibbia, niente Richard»). Un’altra, a Toronto, un promoter aveva prenotato una suite presidenziale che a lui sembrava insufficiente. «Hanno visto cinque suite diverse per trovare quella giusta per Richard», dice Alen.

La scorsa primavera, Tom Jones era in tour negli Stati Uniti. Dopo un concerto in Florida aveva la giornata libera e sapeva come passarla: ringraziando i suoi eroi del rock’n’roll. Ha preso il suo aereo privato ed è andato a Memphis da Jerry Lee Lewis. Nel pomeriggio, è atterrato a Nashville per incontrare Little Richard, che conosceva dal 1965.

Fino a quel momento, la sua giornata era perfetta. Nonostante Richard gli avesse detto di passare, il receptionist dell’Hilton disse a Jones che il musicista non aspettava ospiti. Danny scese a scusarsi, ma Jones volle comunque telefonare personalmente a Richard. «Ha risposto facendo finta di essere qualcun altro», ricorda Jones. «Disse una cosa tipo: no, il signor Richard non si sente bene. E io: ma Richard, sono io, non fare finta di essere qualcun altro, lo so che sei tu!».

Chi passava del tempo con Richard era abituato a comportamenti del genere. Dopo l’ultimo concerto, il 30 marzo 2013 a Las Vegas, era diventato sempre più riservato. Nonostante avesse suonato sorridendo classici come The Girl Can’t Help It e Tutti Frutti, provava un gran dolore a causa dell’operazione alla gamba del 2009. Dopo il concerto, racconta Danny, «mi ha detto che non ce ne sarebbero stati altri. Non ne valeva più la pena, disse. La gamba gli dava fastidio, non se la sentiva più. Gli ho detto: è la tua carriera, fai quello che credi. Sarò al tuo fianco».

Oltre ai concerti, Richard ha cancellato altri progetti: interviste, film, musical. Forse faticava ad accettare di essere invecchiato, e non voleva competere con l’immagine che aveva da giovane. «Diceva che la sua eredità era già fissata. Non voleva sminuire quello che aveva fatto», dice Danny. Anche la religione ha avuto un ruolo decisivo nel ritiro. Nonostante andasse sempre in giro vestito come se fosse sul palco – «interpretava sempre il suo personaggio» –, in privato era silenzioso e passava il tempo a leggere la Bibbia.

Danny dice che è cambiato tutto un venerdì del 2016. Lui e Richard erano in albergo, e guardavano video religiosi su YouTube. Un prete ha detto una cosa che ha scosso il musicista: «Se nel santuario indossi abiti appariscenti, togli l’attenzione da dio». Da quel momento, quando usciva dall’albergo, Richard non indossava più la parrucca o i suoi abiti, ma normali completi scuri. «Mi ha detto: non posso servire due padroni», ricorda Danny. «È cambiato tutto, era tornato Richard Penniman».

L’anno scorso, dopo aver promesso di non fare foto, Tom Jones è finalnente riuscito a incontrarlo. Ha trovato Richard a letto, indossava una vestaglia a non aveva trucco. A Jones sembrava stesse bene. «Gli ho detto: Richard, non hai bisogno della cazzo di parrucca, hai i capelli! E la pelle era incredibile. Gli ho detto che non aveva una ruga. Ha risposto: è il mio sangue indiano, Tom».

Hanno parlato per un’ora. Jones ha ricordato uno speciale del 1964 a Manchester, in Inghilterra, dove Richard ha cantato con le Shirelles – «Richard al massimo della forma» –, e l’apparizione nel suo varietà del 1969. «Ricordava tutto», dice. «Sorrideva, era lucido».

Prima di uscire dalla stanza, Richard gli ha dato una foto autografata degli anni ’50. «Ha detto: non sono più quello di questa foto», ricorda Ton Jones. «Ho risposto: nessuno di noi è lo stesso, abbiamo tutti i capelli bianchi. È stato fantastico. Non era arrabbiato, era felice. Voglio ricordarlo così».

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