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Gli Psicologi sono il bug musicale di una generazione abbandonata

Non usano Facebook, leggono Saramago, sono cresciuti «con i valori del rap vecchia scuola». Con il primo album ‘Millennium Bug’ raccontano la loro storia: «Ci vedono come dei ragazzini che non hanno voglia di fare»

Gli Psicologi

Foto: Simone Biavati

Gli Psicologi, cioè Drast da Napoli e Kaneki da Roma, sono l’adolescenza nel senso più puro del termine. Entrambi classe 2001, sono teen da antologia: dagli inizi lo-fi su Soundcloud al pop-punk e al rap di oggi, fra temi sociali affrontati con la purezza dell’età, scorni generazionali, quadretti da serate a San Lorenzo e quell’aria da ragazzi cresciuti comunque troppo in fretta, che li rende una guida per i coetanei e delle figure potenzialmente trasversali per noi vecchiacci.

Dagli esordi di Futuro (“Il futuro ci spaventa più di ogni altra cosa”, chiaro) a Millennium Bug, il loro primo album che esce oggi, in molti hanno tirato fuori il paragone con Carl Brave e Franco126; per teen spirit, a me sembrano più la versione distorta e di strada di Benji e Fede (in senso positivo, eh). Talmente tanto che, quando organizziamo l’intervista col loro ufficio stampa, ci viene detto che Zoom per loro è off limits, perché troppo “adult”. Messaggio ricevuto, meglio WhatsApp. E mentre ci penso, mi ricordo che non hanno neanche una pagina Facebook.

Quindi anche Facebook è troppo “adult” per voi?
Kaneki: Boh, sì, non lo usiamo più da tempo. In generale abbiamo entrambi un rapporto complicato coi social, quindi figurati con Facebook, che è proprio la roba del peggior boomer (ride, nda). L’ultima volta che l’ho usato col mio profilo personale è stato per vedere cosa dicessero di noi su Indiesagio (community sull’itpop, nda). Ho letto cose strane, tipo: “Carini gli Psicologi…”.

Lo sapete di piacere anche alla gente più grande di voi, no? Tipo ai ragazzi che stanno su Indiesagio.
Drast: In realtà è una cosa particolare. Le poche volte che apro Facebook col mio profilo leggo “Chiamarsi MC tra amici senza apparenti meriti lirici” (community sul rap, nda), che un minimo ci calcola. Be’: lì è tutto un “una volta ci piacevano, ora fanno musica per ragazzine”. Sondando la “parte indie”, invece, ho scoperto che piacciamo anche ai professori, ai genitori. Quindi non abbiamo capito se siamo per ragazzini o per adulti! Però un pezzo come Generazione, in cui diciamo che “il problema in Italia è la mia generazione”, mi aspetto che – cioè: mi auguro non ci siano i presupposti, ma se la storia non dovesse cambiare – possa portare conforto anche ai ragazzi del futuro che la ascolteranno.
Kaneki: Soprattutto, una frase del genere credo possa piacere anche a chi è più grande, perché gli ricorda cosa ha vissuto da pischello. E in diversi ce lo fanno notare.

Però il disco si chiama Millennium Bug. È uno statement generazionale?
Drast: Può essere inteso in tanti modi, come tutti i titoli. In questo caso c’è un po’ un gioco di parole con “millennial”, l’aggettivo che ci appioppano ogni volta (in realtà, essendo nati nel 2001, non sono millennial, ndr). Ecco, noi siamo un po’ il bug dei millennial: ce ne sono tanti usciti bene, molto meno disagiati di noi; e poi – appunto – ci siamo noi. Tra l’altro, prima ero alla Feltrinelli e ho comprato un libro che secondo me descrive benissimo il millenium bug: Le intermittenze della morte, di Saramago. Senti che scriveva: “In un paese senza nome, il 31 dicembre scocca la mezzanotte: arriva l’eternità, nella forma più semplice e più inaspettata”.

Ma sentite uno scarto particolare fra la vostra generazione e gli altri?
Drast: Sempre perché sono appena stato alla Feltrinelli – quindi sto tutto “intellettuale” – ti cito un altro libro: Gli sdraiati di Michele Serra, che riassume tutto. Lì, per esempio ci sono i problemi coi nostri genitori, che sono proprio relazionali.
Kaneki: Come disse er Coez: “Siamo i figli, dei figli, dei figli dei fiori”. Siamo una generazione travagliata, abbandonata; qualcosa di importante (i figli dei fiori) è già passato, e noi veniamo percepiti come persone qualunque che non riusciranno mai a ripetere ciò che è stato fatto in passato. È un mezzo odio. Che si traduce in tutte quelle persone, vecchie, che dicono “ai miei tempi…”, “i giovani non hanno voglia di fare, sono tutti drogati”. Ci vedono come dei ragazzini che non hanno voglia di fare, in realtà è tutto il contrario. Ma il problema non è né l’Italia, né la nostra generazione: è la mancanza di comprensione, da sempre diffusa nel mondo. Perché i vecchi si sentono sempre meglio dei giovani, credono di avere più esperienza.
Drast: Ora pecco di presunzione: un cinquantenne non sa fare una live su Twich, noi sì; c’è qualcosa in cui non sono superiori (ride, nda).

Anche durante la quarantena molti se la sono presa coi giovani, giudicandoli “irresponsabili”.
Drast: I veri irresponsabili sono stati in parte alcuni politici, in parte i virologi che prima che arrivasse il virus dicevano che le mascherine erano inutili, che si trattava solo di influenza. La verità è che noi ragazzi siamo stati gli unici a non aver avuto voce in capitolo: non ho sentito nessuna intervista in televisione a un ragazzo per chiedergli come vivesse la situazione, se non per chiedergli della didattica a distanza. Parlano di noi, ma non ci chiedono niente.
Kaneki: Parlano di noi solo quando devono parlare di disagio, a non disagio “vero”: il disagio che fa comodo in tv.
Drast: Sicuramente attraverso internet la nostra generazione ha trovato un modo per informarsi da fonti diverse dai media tradizionali, senza mandare giù tutto ciò che dicono, perché il web ci ha spiegato dove sbagliano. Poi non faccio di tutta l’erba un fascio, ma l’informazione è un business e molti pensano a “guadagnare” dalle notizie, magari gonfiandole o strumentalizzandole. Tu che ne pensi?

Che lo scollamento è dovuto anche al linguaggio che usano i media tradizionali.
Kaneki: Già, i media italiani sono un po’ come il combattimento nei Pokémon: non sono mai cambiati; solo che tutto intorno è cambiato il contesto, e si è creato questo scollamento.

Sempre in Generazione dite: “Noi abbiamo l’amore, loro hanno le pistole”.
Drast: Esatto, le “pistole” come armi, sì, ma metaforicamente. È un po’ come quando vuoi andare a studiare fuori, ma tuo padre preferisce comprarsi la tv a 90 pollici invece che pagarti la stanza in affitto. Quindi sì, la canzone si riferisce al fatto che non abbiamo voce in capitolo. Noi abbiamo amore, voglia di dire la verità…
Kaneki: … loro il potere, e la voglia di distruggere il nostro fuoco.

In Vorrei, un altro pezzo di Millennium Bug, cantate invece di voler andare in un posto dove “non aver paura se uno sbirro ti ferma”.
Kaneki: L’abbiamo scritta molto prima della morte di Floyd, ma gli abusi ci sono sempre stati. In Italia hai paura di un poliziotto anche se non hai niente addosso: è un problema, perché dovresti sentirti difeso dallo Stato, non minacciato.
Drast: Per quanto riguarda le proteste, invece, penso che ci siano modi e modi; ma dopo cento anni che subisci ci sta che reagisci così.
Kaneki: In generale, credo che l’impegno sociale fra i giovani non sia mai mancato. Il problema c’è molta ignoranza anche da parte dei genitori, che non spingono i ragazzi a farsi un’opinione. Se i tuoi ti fanno vedere Barbara D’Urso in tv, che idea puoi farti? Poi in Italia si eredita quest’idea di farsi sempre i cazzi propri, che è sbagliata. La prima volta che dissi a mia madre che avrei occupato la scuola, lei mi rispose di farmi i cazzi miei; per carità, è il pensiero di un genitore che vuole difenderti, ma poi sei tu che devi prendere una posizione. E un’occupazione scolastica è la prima occasione che hai, per decidere cosa pensare.
Drast: Il punto è che spesso l’impegno sociale nasce quando ti tolgono qualcosa; se hai una vita relativamente tranquilla, sei disinteressato. “È facile far dormire la gente” è un po’ una frase fatta, ma la condivido: se riempi le persone di Xanax, dormono; chi smette di prendere le pillole, invece, ragiona con la propria testa.

Veniamo al disco. Com’è che vi siete detti “ok, facciamolo”? Era finito il tempo degli EP?
Kaneki: Diciamo che fino a ora siamo andati avanti con gli EP per non stancare chi ci ascolta. Però dopo due uscite di questo tipo, senti di avere la coscienza per fare un album lungo. Che cambia? Che magari un EP è tutto mixato da Drast, con beat non suonati dal vivo; un album invece è suonato dal vivo, ponderato con più calma.
Drast: È una sfida: è un recipiente grande, è vero, ma un’idea di suono precisa non la dai nelle sei tracce dell’EP. E un disco serve anche per far scoprire alle persone chi siamo davvero: dopo un po’ l’effetto novità finisce, e la gente deve capire chi sta ascoltando. Perlomeno l’obbiettivo sarebbe questo, ora speriamo bene. Per il resto, l’abbiamo registrato quasi tutto mentre eravamo in tour, in autunno. La quarantena ne ha rimandato l’uscita.
Kaneki: Tra l’altro è stata un casino lavorare a distanza, perché noi genere scriviamo sempre insieme, nonostante lui sia di Napoli e io di Roma – scendo io da lui, o viceversa. In quarantena, invece, magari ti inviavi un audio, un provino, e non riuscivi sempre a essere tempestivo nelle correzioni, nello scambio di idee, e alla fine perdevi un sacco di tempo. Comunque, sì, il disco è stato registrato in tutta Italia durante il tour, senza badare troppo al come. E questa è una cosa che ci è rimasta dei tempi in cui mettevamo i nostri pezzi su Soundcloud.
Drast: Dai tempi di Soundcloud ci sono rimasti pure tanti amici. E anche la spontaneità che quest’album si porta dietro è un retaggio di quel mondo lì. Alle nuove canzoni abbiamo lavorato più che a quelle degli EP, ma comunque non siamo mai andati oltre a una settimana per pezzo. E non perché non lavoriamo sulle cose, eh; è solo il nostro metodo, ormai.

E oggi come vi sembra il Soundcloud rap italiano?
Kaneki: Non lo so, io se parlo di quella scena penso più al passato. Qualche anno fa si stava per creare una community, ora mi sembra tutto molto più spento.
Drast: Il problema è che al momento giusto non c’è stata attenzione da parte di Soundcloud Italia. Se vedi che un pezzo ha 100 mila streaming non è roba da buttare, gli editor avrebbero dovuto investirci qualcosa. Peccato, speriamo bene nei nuovi.

A voi il futuro spaventa ancora come cantavate in Futuro? Anche con un disco appena uscito?
Kaneki: Io sto ancora impanicatissimo, sì (ride, nda).
Drast: Però sono anche paure diverse. Prima temevamo di non trovare un lavoro; ora che facciamo musica, che tutto questo finisca. Ma penso che il domani continuerà a spaventare tutti fino al giorno della morte, perché non puoi sapere mai cosa succederà. Però certo: se vivi di paure, non vivi.

Foto: Guido Gazzilli

Andiamo avanti: in un altro pezzo dell’album, Funerale, dite di essere cresciuti con “una canna al posto del biberon”. Di che parlate?
Drast: La domanda è: “Come è stato possibile arrivare vivi a 18 anni?”. Abbiamo avuto un percorso travagliato, ai tempi del liceo. Dai 15 ai 18 sarò stato in totale due settimane lucido (ride, nda).
Kaneki: Lo stesso (ride, nda). Ho avuto problematiche famigliari, sono scappato di casa… in quel caso può succedere di dormire su una panchina, ecco.

Tra l’altro, nel rap c’è molto la questione di ostentare i soldi: eppure qui, in Povero e Canada, dite che non contano niente.
Kaneki: Io sono cresciuto con Noyz Narcos: ho altri valori, quelli del rap vecchia a scuola.
Drast: Ma poi ve lo ricordate che una volta nel rap chi ostentava i soldi veniva addirittura ghettizzato? Certo, ghettizzare non è mai giusto…
Kaneki: No, certo, però prima si diceva che solo se ti facevi il culo potevi arrivare ai soldi. Ora invece è l’opposto.
Drast: E ricordiamoci i soldi non sono un valore, soprattutto. Invece la musica deve dare dei messaggi, affermare valori positivi. Fermo restando che se avessimo voluto fare i soldi, avremmo scelto di fare un altro tipo di genere.
Kaneki: Poi chiaro: ci voliamo entrambi con la trap, eh.

Ma anch’io, figuratevi. Che valori, comunque?
Drast: Allora: noi vogliamo raccontare le nostre esperienze, perché magari chi ci ascolta ci si rivede. E poi, ovviamente, scriviamo per sfogarci, che è una cosa che in generale è legata alla poesia. Dall’altra parte, però, ci sono una serie di cose che riteniamo sbagliate (non prendere posizione, non informarsi) e che sentiamo l’urgenza di comunicare. Non stiamo qui a imporre la nostra idea ai ragazzi che ci ascoltano: li spingiamo a informarsi, così che possano da loro farsi da sé la loro idea. Io rispetto chi ha un’idea: dentro certi limiti, da giovani la priorità è farsi un’idea, sposare una causa – non importa quale. E poi combattere per difenderla.

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