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Gli Interpol e il confine tra realtà e finzione

Parla Paul Banks: cinismo e ottimismo, autenticità ed emozione, video e cinema, il nuovo ‘The Other Side of Make-Believe’ che «parla delle narrazioni che ci inventiamo perché la verità è spaventosa»

Interpol

Foto: Ebru Yildiz

Erano abituati a riunirsi in sala prove e imbastire le canzoni lì, suonando tutti insieme, con Paul Banks che quasi urlava sulla batteria di Sam Fogarino e le chitarre di Daniel Kessler. Questa volta è andata diversamente: quando gli Interpol si sono messi al lavoro sul nuovo disco The Other Side of Make-Believe era il 2020 e i tre membri della band di Turn On the Bright Lights – uno di quei debutti che lasciano il segno e difficili da replicare – si trovavano in tre luoghi differenti, con una pandemia che impediva loro di muoversi.

Così, anche se poi si sono ricongiunti prima in una casa nella zona dei monti Catskills, negli Stati Uniti, poi in studio a Londra con i produttori Alan Moulder e Mark Ellis alias Flood, in quella prima fase hanno buttato giù i pezzi finiti in questo loro settimo album scambiandosi idee e demo via mail, processo che si è tradotto in atmosfere più morbide del solito. Non una rivoluzione, i toni restano cupi, ma se il timbro baritonale di Banks rivela più sfumature e si fa spesso più dolce, i ritmi sono meno serrati e gli arrangiamenti meno adrenalinici, con qualche inserto jazzato, qualche tempo storto e un paio di episodi che portano alla mente i National. In collegamento su Zoom, il 44enne Banks conferma: «Lavorare in isolamento per un po’ ci ha condotti a un cambiamento».

Quando è arrivato il Covid tu eri a Edimburgo, dove hai deciso di rimanere per un po’, mentre Daniel e Sam si trovavano rispettivamente in Spagna e ad Athens, negli Stati Uniti. Come ha influito tutto ciò sulla vostra musica?
Per quanto mi riguarda è indubbio che la pandemia abbia giocato un ruolo nella scrittura, è stata una fonte d’ispirazione: i testi sono frutto anche di quanto accaduto nel mondo tra il 2020 e il 2021. Ma c’è dell’altro: essere distanti, separati l’uno dall’altro, e non avere avuto la possibilità di suonare nella stessa stanza come avevamo sempre fatto in passato ha finito per condizionare il nostro suono. Di solito Daniel arriva alle prove con un abbozzo di canzone e da lì si comincia a jammare, con Sam intento a trovare delle idee ritmiche, linee di basso e batteria, mentre io provo a creare delle melodie vocali. Questa volta, invece, Daniel ci ha spedito le sue idee via mail e personalmente mi sono ritrovato da solo nella mia camera da letto, con le cuffie, a cantare a bassa voce su linee di basso improvvisate, con un sacco di tempo a disposizione, e a registrarmi con lo smartphone, per poi inviare il tutto agli altri. Questo mi ha permesso di esplorare idee diverse dal solito, perché non dovevo lottare contro il volume della batteria, non mi serviva alzare la voce, semmai il contrario, potevo sussurrare, costruire linee di basso dolci, morbide, e tutto questo ha fatto la differenza. Perché quando canto piano il mio timbro cambia e di conseguenza cambiano le melodie.

In Passenger canti “save me, I’m in my head”: come si associa tutto questo con la copertina del disco, in cui vediamo un coltello che sorregge uno specchio che ne riflette l’immagine?
L’album ruota attorno a temi che nella mia testa evocano immagini come, appunto, lo specchio, il riflesso, le simmetrie geometriche, il rapporto tra verità e finzione.

È più reale il coltello vero o la sua immagine riflessa?
Esatto, l’artwork esprime questo, che è poi l’argomento centrale dell’album, ossia l’idea che l’essere umano ha bisogno di storie di fantasia e che il nostro desiderio di inventarci delle narrazioni a volte può rendere difficile il disvelarsi della verità. È come se creare delle narrazioni ci risultasse talvolta più confortevole, perché la verità è noiosa o più spaventosa. Credo sia un istinto legato alla nostra natura di esseri umani, è parte di ciò che siamo, della nostra immaginazione, ma al tempo stesso questo ci allontana dall’accettazione della verità. In sostanza, il coltello che si riflette nello specchio simboleggia il potenziale pericolo che risiede in questa nostra necessità di costruire storie.

Prima accennavi a come il suono è mutato, da questo punto di vista ho apprezzato l’atmosfera e la tensione create dal pianoforte nei singoli Toni e Something Changed: puoi dirmi di più?
In effetti abbiamo, credo, solo un altro pezzo nel nostro vecchio repertorio con il pianoforte… Anche a me piace molto come suona questo strumento nella nostra musica, penso che inserirlo ci abbia regalato una nuova prospettiva rispetto al modo di costruire un pezzo rock. È venuto tutto naturale, penso che per Daniel suonare il piano rappresenti semplicemente un’altra maniera per esprimersi quando non suona la chitarra. Personalmente considero tutto questo un bel cambiamento per la band e se si parla di produzione, Something Changed è la mia traccia preferita del disco.

Com’è stato lavorare con Alan Moulder e Flood? E perché loro?
Con Alan avevamo già lavorato due volte, ha mixato il nostro quarto disco ed El Pintor, per noi è un grande. Lui e Flood hanno lavorato insieme su molti bellissimi dischi e visto che era da anni che volevamo collaborare con Flood – lo riteniamo un genio – abbiamo pensato che questo poteva essere il momento giusto per riunirli al nostro fianco. Com’è andata, mi chiedi… Sai, come gruppo abbiamo un sound piuttosto definito, per cui se qualcuno accetta di lavorare con noi è perché quel suono in qualche modo gli piace. Credo che a partire da questo Flood abbia voluto semplicemente far suonare i brani al meglio, così quando gli abbiamo mandato le demo ci ha dato dei pareri tipo «questo pezzo mi piace, ma lo registrerei in un’altra maniera», com’è successo, per esempio, con Renegade Hearts, mentre per altre tracce era convinto della direzione che avevamo preso, per cui l’obiettivo che si è dato è stato più che altro di raggiungere il miglior risultato possibile puntando sulle qualità di ciascuno di noi, su ciò che sapeva di poter ottenere da ognuno di noi individualmente. In questo senso è stato una sorta di guru, tra l’altro adoro i dischi che ha fatto con Nick Cave e i Depeche Mode, tra gli altri, ma anche Achtung Baby degli U2 e To Bring You My Love di PJ Harvey.

Avete lanciato Toni con un video diretto da Van Alpert, regista già al lavoro con artisti come Post Malone e Machine Gun Kelly. Dopo averlo visto stavo scorrendo i commenti su YouTube per curiosità e ne ho notato uno di una ragazza che diceva qualcosa tipo «sembra uno strambo remake di West Side Story con attori di colore». Visto che il tono era critico, ti andrebbe di risponderle? E al di là questo, posso approfittarne per chiederti se vi è mai capitato di subire pressioni rispetto al modo in cui promuovete la vostra musica?
Il commento lo trovo fuorviante, crediamo nell’inclusività e crediamo sia importante fare uno sforzo per descrivere la realtà per come è, ossia fatta di persone di tutti i tipi e non composta da soli bianchi. È strano che qualcuno abbia problemi con questa cosa. Se l’insinuazione è che realizzare un video così sia ipocrita, replicherei: e se non lo fosse? E se semplicemente volessimo mostrare il mondo per come è? Il modo in cui si rappresenta la società nell’arte è estremamente importante e no, non ho mai sentito pressioni da questo punto di vista, ma anche se avvertissi qualche pressione non m’importerebbe, perché è comunque questo che sono e che voglio essere: inclusivo.

“Tutto ciò che dobbiamo fare è essere sinceri e gentili”, canti nel singolo Gran Hotel, forse il pezzo che amo di più in questo nuovo album: cosa c’è dietro?
Anch’io amo quella canzone, era già una delle mie preferite quando era solo un provino, mi piacevano molto sia il cantato, sia la linea di basso che avevo scritto. Ma credo che a Flood non piacesse così tanto la versione iniziale, perché un giorno in studio, mentre stavamo provando il pezzo, mi disse «hai qualcos’altro?». Era la prima volta che mi capitava (ride), ma mi sono detto ok e nel giro di 45 minuti ho riscritto un’altra linea di basso e il finale del brano. E non so come, mi è venuto fuori tutto così, senza che ci pensassi troppo e… Che dire? Sono soddisfatto del risultato.

Come mai l’ultima traccia dell’album s’intitola Go Easy (Palermo)?
Come dicevo, è stato Daniel a scrivere le progressioni di accordi nella prima fase di scrittura delle canzoni e quando ci inviava queste prime bozze via mail usava dei working title. Alcuni sono diventati poi i titoli definitivi, vedi Obstacle 1. Questa di cui stiamo parlando l’aveva intitolata Palermo e mi piaceva, però al tempo stesso ci tenevo a conservare nel titolo anche quel “go easy” che c’è nel testo del brano, perché mi sembrava importante. Così abbiamo optato per Go Easy (Palermo) e via. Però io non l’ho mai vista Palermo. Anche se amo l’Italia. Sono stato a Roma, Bologna, Trieste, Milano, Firenze, sia in tour con gli Interpol, sia per i fatti miei. A Firenze ci sono stato di recente, tra l’altro: stupenda.

Chiedevo di Go Easy (Palermo) anche perché presenta una tenerezza di fondo che non siamo così abituati ad associare agli Interpol.
È vero, in quella canzone è come se augurassimo a qualcuno un viaggio sereno.

Ti sei definito cinico in passato, forse non lo sei più così tanto?
Dipende dall’argomento (ride). No, in realtà credo di essere ancora abbastanza cinico.

Tra pandemia, guerra in Ucraina, stragi di massa e diritti negati, di materiale per essere cinici ne abbiamo a iosa. Come stai vivendo questo periodo storico?
Sono molto amareggiato per tutto ciò che sta accadendo. Però forse hai ragione, sono meno cinico di un tempo, perché penso che quando tutto va male bisogna essere ottimisti. È innegabile che in questo momento il mondo sia un posto assurdo, ma a meno che non siamo davvero alla fine di tutto, in una fase così difficile abbiamo bisogno di credere che arriverà un periodo migliore, senza tutti questi problemi e conflitti. Può anche essere che tutte queste divisioni servano a mostrare alle nuove generazioni la strada per un futuro di unione, di solidarietà.

Forse le nuove generazioni hanno già capito che la strada giusta è quella, può essere che siano gli anziani al potere il problema…
Mmm, già (ride). Sono d’accordo, sì.

Hai raccontato di essere diventato un musicista perché folgorato dai Nirvana, ma poi hai lavorato come dj hip hop sotto lo pseudonimo DJ Fancypants, mentre con gli Interpol, assieme a Strokes, Yeah Yeah Yeahs e altri, hai contribuito a definire il suono della scena alt rock newyorkese dei primi Duemila. In mezzo, nel 2016, c’è stato Anything But Words, progetto firmato Banks & Steelz con RZA del Wu-Tang Clan. Senza dimenticare i tuoi dischi solisti e i Muzz, con cui hai pubblicato un album nel 2020. Cosa lega tutti questi percorsi?
Mi piacciono i più diversi generi musicali, inclusi l’elettronica e il folk. Direi che a legare tutto sono i miei gusti: amo la musica che trasmette tensione, e i Nirvana ne avevano tantissima, di tensione; mi piacciono le dissonanze e in generale tutto ciò che mi emoziona comunicandomi sincerità. Non importa che l’artista stia cercando di esprimere rabbia, dolore oppure bellezza, come nel caso di Leonard Cohen, ciò che conta per me è l’autenticità dell’emozione che la musica esprime.

In una vecchia intervista mi dicesti che stavi per recitare in un film diretto da un tuo amico, Mine to Kill.
Su Internet credo si trovi il trailer, ma poi non se ne è più fatto niente.

Guardando i nuovi video degli Interpol in cui sei al centro della scena, mi chiedevo quanto ti piacesse recitare: ti alletterebbe una carriera parallela come attore?
Oh, sì, eccome, adoro il cinema. Per Mine to Kill il regista alla fine non era riuscito a trovare i fondi per realizzare il film, purtroppo, ma avevamo girato delle scene e sul set mi ero divertito un sacco. Non sono sicuro di essere bravo a recitare, ma mi piacerebbe moltissimo provare, per cui… Se c’è qualcuno là fuori che sta cercando un attore, mi tenga presente (ride).

In che ruolo ti vedresti?
Un gangster, magari. O un poliziotto corrotto.

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