Gli Inhaler vogliono accendere un fuoco indimenticabile di speranza | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Gli Inhaler vogliono accendere un fuoco indimenticabile di speranza

Che cosa fai se sei il figlio di Bono degli U2 e col tuo gruppo rock canti il bisogno di energia positiva e di ottimismo? Lo abbiamo chiesto a Elijah Hewson e alla sua band che sta per pubblicare il disco d'esordio

Inhaler

Foto press

Se hai un padre che è riuscito a costruirsi una carriera nel mondo della musica è quasi ovvio che a un certo punto della tua vita ti venga in mente di seguirne i passi. Se tuo padre è il leader di una delle band più famose al mondo, però, qualche dubbio e quantomeno un po’ di ansia da prestazione è facile che ti venga. Ma Elijah Hewson, figlio nientemeno che di Paul Hewson alias Bono degli U2, non ci ha pensato due volte e all’età di 21 anni (ne compirà 22 il 17 agosto) è pronto per il debutto discografico con la sua band, gli Inhaler.

Lui canta e suona la chitarra, al suo fianco ci sono il chitarrista Josh Jenkinson, il bassista Robert Keating e il batterista Ryan McMahon, sono tutti nati tra il ’99 e il 2000, l’album si intitola It Won’t Always Be Like This, uscirà il 9 luglio e sì, è un disco rock di quelli che sembrano scritti apposta per essere suonati in stadi e grandi arene. O perlomeno con quell’idea in testa: si va di chitarre che si mescolano con tastiere e synth, di melodie orecchiabili intrecciate con ritmi contagiosi e con una buona dose di epica, di testi uplifting e ritornelli che suonano come inni da cantare in coro. Su tutto, la voce di Hewson, che ricorda quella di papà Bono.

«Credo sia così che funziona il dna», ironizza lui quando lo contattiamo su Zoom con i suoi soci per una chiacchierata su un esordio che fa venire in mente i Killers. Lo hanno anticipato diversi singoli – si va dai tocchi new wave della title track al synth-pop di Ice Cream Sundae all’indie rock di We Have To Move On – ma anche concerti e tour (quando è esplosa la pandemia gli Inhaler erano reduci dal Giappone). E naturalmente, vista anche la parentela di cui sopra, se ne sta parlando parecchio, con tutti i media pronti a torchiare Elijah a proposito del padre superstar.

«È normale che nelle interviste mi si chieda di lui, non mi dà fastidio, del resto è la verità, è la mia vita, sono suo figlio. Il che per il gruppo è sia un vantaggio – so bene che in molti iniziano a seguirci perché conoscono la mia storia e allora si incuriosiscono –, sia uno svantaggio, perché se è vero che certe porte si possono aprire più in fretta, è pur vero che, date le aspettative che vengono riposte su di noi, quelle stesse porte possono chiudersi altrettanto velocemente, se non dimostri di essere all’altezza. Sono le due facce della medaglia: da un lato ricevi tanta attenzione, dall’altro devi dimostrare più di altri di essere bravo, e questo mette pressione».

A dirla tutta, pare che Bono fosse inizialmente contrario all’idea che il figlio seguisse le sue orme. «Non voleva assolutamente che formassi una band, ma vedendo quanto ero determinato si è arreso e adesso ci ascolta, è molto bravo a giudicare se una canzone può funzionare o meno», dice Elijah. «Che poi, in realtà, nessuno dei nostri genitori voleva che prendessimo questa strada, penso siano rimasti tutti scioccati quando hanno saputo che non ci interessava andare all’università, hanno cominciato a sostenerci solo quando hanno capito che eravamo davvero appassionati».

Il risultato è questo album che sin dal titolo It Won’t Always Be Like This vuole trasmettere positività. «Non è una scelta essere positivi, bisogna esserlo. Quel titolo lo abbiamo utilizzato per la prima volta per il singolo che ora è diventato la title track del disco, ma si tratta di un brano che avevamo chiuso ormai due anni fa. Quando è esplosa la pandemia ci ha risuonato in testa come un messaggio perfetto per dire che tutto questo prima o poi passerà, che le cose andranno meglio, perché siamo convinti sia giusto essere ottimisti».

Mentre si conversa è tutto un distinguo tra momenti pre-Covid e altri post-Covid, perché diverse tracce dell’album erano pronte prima dell’arrivo del virus, è stato con il primo lockdown che gli Inhaler hanno dovuto cambiare i loro piani. «Nei primi mesi di chiusure – marzo, aprile e maggio 2020 – eravamo ciascuno a casa propria anziché in studio come sarebbe dovuto essere, per cui è stato tutto abbastanza complicato. In ogni caso di una cosa eravamo sicuri: non volevamo pubblicare un album in quella situazione, quindi abbiamo posticipato un po’ tutto e benché avessimo già tanto materiale più o meno pronto ci siamo rimessi al lavoro sui brani, inizialmente a distanza, anche beccandoci su Zoom per delle sessioni di scrittura, per poi entrare in studio più tardi, a giugno. E alla fine è stato un processo interessante, che ci ha permesso di riarrangiare in parte i brani che avevamo già tra le mani, di definirne alcuni dettagli, e di scriverne cinque nuovi».

Lo studio citato è il Narcissus nel quartiere di Willesden, dove gli Inhaler si sono ritrovati l’estate scorsa, in una Londra ancora lontana dalla ripartenza. «Dato che non c’era quasi niente da fare abbiamo avuto modo di concentrarci unicamente sulla musica. Il lato negativo è che non avevamo occasioni per andare in giro a divertirci, quello positivo è che ci siamo focalizzati sul disco come non avremmo avuto il tempo di fare altrimenti. Però è stata dura, eravamo agitati per ciò che stava accadendo: il virus, i contagi… Insomma, c’è poco da fare, è stressante vivere durante una pandemia».

«Anche perché» interviene Josh «oggi se sei un solista è facile scriverti e registrarti una canzone da solo, al computer, a casa, senza troppe complicazioni. Ma noi siamo una band, è un’altra cosa. Però è andata bene, nonostante l’umore in studio non fosse esattamente dei migliori siamo riusciti a incanalare un’energia positiva anche nelle nuove canzoni. Non era scontato, date tutte le cattive notizie che ci giungevano alle orecchie ogni giorno. E non mi riferisco solo al Covid, ma anche alle discussioni sulla Brexit, a Trump negli Stati Uniti, al caso George Floyd che ha portato alle proteste del movimento Black Lives Matter. Un delirio, e noi che dovevamo pubblicare il nostro primo album: c’è stato un momento in cui abbiamo avuto paura di dover mettere fine al gruppo, per fortuna siamo qui e il disco sta per uscire».

It Won’t Always Be Like This, che gli Inhaler presenteranno anche in Italia, il 9 maggio 2022 ai Magazzini Generali di Milano, vede alla produzione Antony Genn degli Hours, musicista con alle spalle una lunga storia: alla fine degli anni ’80 ha suonato il basso con i Pulp di Jarvis Cocker, negli anni ’90 è stato in tour come tastierista con gli Elastica e oltre a essere stato co-autore di Joe Strummer, con quest’ultimo fondò nel ’99 i Mescaleros. Chiediamo a Elijah se il contatto gli è stato passato dal padre. «Antony è un grande amico dei miei genitori», risponde, «ricordo che andai nel suo studio a Londra per la prima volta verso i 16 anni, per me è una specie di zio. Il resto è storia, con lui ci troviamo benissimo, è un produttore brillante e ci dà un sacco di stimoli, eravamo certi fosse la persona giusta per il nostro debutto».

Aggiunge che «non è solo una questione di musica e suono: Antony ci ha insegnato la disciplina e a lavorare duro. Quando abbiamo iniziato a suonare insieme eravamo dei ragazzini e dei musicisti mediocri, anzi, nemmeno mediocri, a parte Josh eravamo proprio pessimi, e Antony è stato il primo a dirci che se avevamo seriamente intenzione di portare avanti il gruppo dovevamo imparare a suonare bene, perché una band che dal vivo non dimostra di essere capace non può durare». E Robert: «Gli dobbiamo molto, anche perché non si è mai tirato indietro nel criticarci, non ha mai avuto remore a dirci esplicitamente se c’era qualcosa che non andava nei pezzi: “questo fa schifo!”. E così ci ha aiutati a crescere, a migliorarci dandoci una consapevolezza che non avevamo».

Nelle interviste gli Inhaler, che oggi vantano già quasi 900 mila ascoltatori mensili su Spotify, evidenziano sempre il fatto che prima che una band sono un gruppo di amici. «Io e Josh ci conosciamo da quando avevamo 5 anni e già allora ci dicevamo che prima o poi avremmo fondato una band», racconta Elijah, salvo aggiungere «no, scherzo, non dicevamo così» e scoppiare a ridere. Poi prosegue: «Negli anni delle superiori abbiamo conosciuto gli altri e come accade sempre nel periodo dell’adolescenza ci si frequentava perché si condividevano gli stessi gusti musicali. In sostanza abbiamo gravitato l’uno attorno all’altro per un sacco di tempo, iniziando, nel mentre, a suonare assieme i pezzi delle nostre band preferite. Fino a quando il pensiero di mettere su un gruppo ha cominciato a farsi strada, Josh in realtà aveva già una band, ma sapevamo che sarebbe stato con noi. E alla fine lo abbiamo fatto, gli Inhaler sono nati ed è avvenuto in modo molto naturale; sai, ascolti la stessa musica, ti metti a jammare, ti ritrovi in sala prove, provi a scrivere qualcosa e scopri che tra te e i tuoi compagni c’è sintonia e tutto questo divertendoti. E ora siamo qui che parliamo del nostro primo disco e se da una parte ne siamo orgogliosi, dall’altra ci sembra tutto strano”».

Del fatto che i loro coetanei siano almeno per ora più presi dalla trap e dal rap che dal rock non si preoccupano. «Noi ascoltiamo un po’ di tutto, se si parla di generi, ma secondo noi in questo momento siamo a un bivio, soprattutto nel Regno Unito e in Irlanda le chitarre stanno tornando rilevanti nel pop contemporaneo e a noi è questo che interessa», afferma Elijah. E Ryan: «In fondo se è vero che rap e trap sono seguitissimi, è pur vero che se guardi i cartelloni dei festival musicali c’è sempre una giornata con un gruppo rock nel ruolo di headliner, e questo perché c’è ancora un pubblico, anche giovane, a cui piace vedere sul palco gente che suona chitarre, bassi, batterie. Del resto, basta pensare al boom dei vinili negli ultimi anni per rendersi conto che siamo in molti ad avere voglia di esperienze analogiche e forse è per questo che le chitarre stanno cominciando a riprendersi un po’ di spazio: emettono un suono vero, reale».

Tra i gli ascolti dichiarati del quartetto dublinese, il cui nome si lega al fatto che il frontman soffre d’asma, spiccano Stone Roses, Joy Division, Cure, Kings of Leon, Strokes, Interpol. «È divertente perché è vero, quelli sono i nostri riferimenti, ma il nostro album non suona come quelli delle band che abbiamo ascoltato così tanto. È più elettronico delle prime cose che abbiamo pubblicato, ha qualche vibrazione alla Talking Heads. Tra l’altro gli Stone Roses li abbiamo scoperti insieme grazie a un nostro vecchio pezzo, I Want You: quando uscì ci dissero che ricordava gli Stone Roses, appunto, e noi ci siamo chiesti chi cavolo fossero. Così li abbiamo ascoltati eccetera, ma ci siamo anche detti che rispetto a quello che vogliamo fare noi nella loro musica c’è troppo prog rock».

Sorridono, e parlando del desiderio di proporre canzoni piene di energia Robert commenta: «Il fatto è che quando scriviamo pensiamo alla dimensione live, ai concerti e a come coinvolgere la gente. E questo è stato un work in progress, sono un po’ di anni che suoniamo insieme e alcune delle tracce di questo disco le abbiamo testate dal vivo: hai un brano, provi a proporlo live, osservi le reazioni, torni a casa e lo cambi e lo testi ancora, ancora e ancora». «Non abbiamo potuto fare la stessa cosa con i pezzi scritti post-pandemia», dice Elijah, «ma per esempio, il recente singolo Cheer Up Baby abbiamo iniziato a suonarlo durante i concerti prima di buttarlo fuori e abbiamo realizzato sin da subito che poteva avere il riscontro che poi ha avuto, perché già solo quando partivamo con l’intro la gente si esaltava».

Gli chiediamo dei testi, se c’è un tema che attraversa l’album e a cui tiene in modo particolare. «I testi ruotano attorno al bisogno di trovare energia positiva che si ha soprattutto in quella fase in cui non si è più teenager, ma non si è ancora adulti. Un periodo della vita già normalmente complicato, perché devi scovare il tuo posto nel mondo, non sai come affrontare il futuro e allora vai in crisi e tutte queste cose, un periodo che è stato reso ancora più complicato dal Covid, tant’è che i brani che abbiamo scritto dopo riflettono ancora di più tutto questo e la nostra voglia di infondere speranza e ottimismo».

In un singolo che non fa parte dell’album, Falling In, si fa riferimento a quei momenti in cui ci si ritrova a parlare con se stessi, stesi sul letto guardando il soffitto: “Quando parli al soffitto, parli a te stesso, che sensazione magnifica”. «Quella canzone parla del nostro ego, di quando ci si monta un po’ troppo la testa», spiega Elijah. «Sai, magari sei in tour, vedi la gente sotto al palco, dopo i live ti senti dire che sei bravo e il tuo ego si gonfia: Falling In tratta di questo, ma per dire che è necessario trovare sempre un equilibrio, tenere sotto controllo questa cosa per non trasformarsi in pezzi di merda. Antony Genn è il nostro modello anche da questo punto di vista, così come Gary, il nostro tour manager: siamo circondati da persone che ci hanno insegnato a tenere la testa sulle spalle».

Ora hanno molti occhi puntati addosso e con un modello come Bono, rockstar che nel corso della sua carriera si è dedicato molto al sociale, non sono in pochi a chiedersi quale sia il rapporto di Elijah e dei suoi Inhaler con la politica e l’attualità. «Per la nostra generazione la musica è più una via di fuga da ciò che ci accade intorno, non ci piace granché questo mondo e abbiamo voglia e bisogno di distrarci. Per questo ciò che conta per noi è fare canzoni che facciano stare bene chi ci ascolta. Detto questo, siamo arrabbiati per come il pianeta è stato trattato finora, specie dalle generazioni precedenti alla nostra. Ma non ci si può fermare alla rabbia, né incanalarla per distruggere tutto, dobbiamo uscire da questo caos e il dialogo è sempre la soluzione migliore. Noi giovani siamo pronti al cambiamento che la pandemia ha reso ancora più necessario, è chi ha il potere in mano che non vuole quel cambiamento perché gli preme soltanto il profitto».

Altre notizie su:  Bono Inhaler