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Gli Algiers tra gospel e lamiera

Sospeso tra soul, industrial e horror lynchiano, ‘There Is No Year’, il terzo album della band di Atlanta, smaschera l’orrore nascosto nella nostra epoca

Algiers

Foto press

Un sintetizzatore pulsante come un allarme, una drum machine violenta e una voce: “Mancano due minuti a mezzanotte”. Il nuovo album degli Algiers si apre a un passo dalla fine del mondo. Si chiama There Is No Year ed è un mix indefinibile – come molte delle uscite più interessanti degli ultimi anni, da Billie Eilish a Poppy – tra soul, industrial e gospel. È anche un grande esempio di cosa voglia dire essere una rock band e sfuggire alla dittatura del disimpegno o a quella della retorica nostalgica, e uno dei primi grandi dischi del decennio appena iniziato.

Il titolo è ispirato a un romanzo di Blake Butler, la storia di una famiglia che una mattina si sveglia in una casa infestata dai loro doppelgänger, copie identiche ma con la bocca ricoperta di muffa. «Quel libro mi ha dato le stesse sensazioni che ho provato leggendo i testi di Franklin (il cantante della band Franklin James Fisher, nda): è una storia tenebrosa, scritta con uno stile d’avanguardia, quasi jazz, in cui i personaggi non riescono a riconoscersi e il tempo collassa su se stesso», dice il bassista e tastierista Ryan Mahan. «Il titolo fa riferimento a queste sensazioni: l’ansia, l’idea che chi è al potere abbia distrutto il futuro, o l’idea che abbiamo del futuro. Abbiamo scritto questo album perché avevamo bisogno di sfogare un’esasperazione psicologica, una mancanza di speranza. L’ottimismo è un sentimento ingenuo se non è preceduto dall’espressione di questi sentimenti».

Scritto e registrato con la regia di Randall Dunn (Sunn O))), Earth) e Ben Greenberg (Zs, Uniform), There Is No Year è, dicevamo, una sorta di Frankenstein musicale a metà strada tra David Lynch, i Nine Inch Nails e un concerto di James Brown in una fabbrica in fiamme: c’è il soul (Dispossession), l’industrial (Unoccupied), l’r&b (Chaka, con una voce un po’ alla Michael Jackson), grandi melodie per pianoforte e coro (Losing Is Ours, Nothing Bloomed), sintetizzatori horror (Hour of the Furnaces) e tirate punk-hardcore (il finale Void). È il frutto dello scontro tra visioni diverse: quella del gruppo e quella dei produttori, mai così coinvolti nel processo di scrittura dell’album. «In un certo senso era come se fossimo diventati un ensemble di sei elementi», spiega Mahan. «Più che un punto d’arrivo, l’album è un’interpretazione di cosa sono gli Algiers, una fotografia di un gruppo in un ambiente specifico, insieme a persone diverse in uno spazio di fiducia totale».

Per definire le canzoni di There Is No Year, gli Algiers usano il termine Neo Southern Gothic, un riferimento al genere letterario di Tennessee Williams e Flannery O’Connor nato, esattamente come la band, nel sud degli Stati Uniti. «Penso spesso a una frase di Williams, ‘riconoscere l’orrore nascosto nella società moderna’. Credo che gli Algiers facciano la stessa cosa», dice Mahan. «Questo è sicuramente l’album più influenzato dalla letteratura della nostra zona. Crescere nel sud ti espone al razzismo, a storie allucinanti. E ora c’è Trump, che incarna tutto questo, l’ipocrisia di chi predica conservatorismo religioso ma poi fa l’opposto. A differenza del southern gothic, però, nella nostra musica manca l’idea di riappropriazione, il moralismo alla Faulkner. Volevamo raccontare l’ansia che cresce nascosta nella società moderna, nell’America contemporanea». Forse è per questo che sotto There Is No Year si muovono maree di rumore bianco, glitch, elettronica distorta, come se dietro il disco ci sia un male che incombe, una malattia che si propaga canzone dopo canzone.

I testi, tutti tratti dal poema epico Misophonia scritto da Fisher durante un “lungo periodo di ansia e vuoto”, parlano di regni che crollano, cavalieri consumati, uomini che danzano nel fuoco, terra dove non fiorisce nulla, un mondo dove “tutto inizia a svanire sotto il peso del silenzio”. Se c’è una speranza, dice Mahan, è nel Suono, spesso scritto con la maiuscola. «Questo disco riflette lo stato mentale di una persona, la nostra esperienza in studio e dal vivo e come ci sentiamo nel mondo. Franklin ha scritto quella parola, Sound, in quasi tutti i testi. Forse è il suono della fine, forse quello del futuro».

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