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Giù la maschera, Boss Doms

'Pretty Face' è un'esortazione a mostrare agli altri la nostra versione autentica. Il produttore lo racconta qui: il lavoro di notte, Sanremo con Lauro, il sogno di fare «sette ore di dj set per strada in mutande»

Foto press

Se Achille Lauro, con il trasformismo esasperato, l’ambiguità sessuale, i riferimenti culturali sempre oscillanti tra sacro e profano, ha fatto pensare almeno superficialmente a una versione autoctona del primo David Bowie, Boss Doms è diventato agli occhi dello spettatore il suo Mark Ronson, incarnando l’archetipo del fedele sideman che, con un look a metà tra un alieno e un cyborg da pellicola di fantascienza distopica, accompagna l’eroe lungo il suo incredibile viaggio sulla Terra.

Boss Doms però è molto di più. Romano, classe 1988, Doms (all’anagrafe Edoardo Manozzi) inizia a interessarsi alla musica da giovanissimo, dapprima imparando a suonare la chitarra da autodidatta, poi lasciandosi sedurre dall’elettronica, diventando in breve tempo un dj e produttore tra i più richiesti del panorama musicale italiano. La consacrazione arriva con Ulalala, brano di Achille Lauro feat. Gemitaiz da lui prodotto nel 2016 che sancisce l’inizio del fortunato sodalizio con l’amico di sempre, quel Lauro De Marinis col quale andrà in tour sold out per tutta Italia, calcherà il palco di Sanremo per ben due volte (la terza è imminente), senza disdegnare azzeccate partecipazioni televisive tragicomiche come quella a Pechino Express nel 2017 e l’avventura a Celebrity Hunted 2 per Prime Video di cui sono da poco terminate le riprese.

Insomma, in poco più di tre anni la vita di Boss Doms ha subito una rivoluzione copernicana, con la nascita della figlia Mina e l’avviamento della sua carriera musicale solista che si affianca a tutte le numerose collaborazioni musicali già in atto. Su Rolling Gianmarco Aimi salutava il 3 luglio 2020 l’uscita del primo singolo di Doms I Want More, un pezzo dal sound contemporaneo ma anche fortemente debitore del clubbing anni ’90, uno dei grandi amori di Edoardo. Una base liquida che mette in risalto la cura certosina che il nostro riversa in ogni lavoro. Boss Doms voleva di più e sta iniziando a prenderselo. Esce oggi Pretty Face, secondo singolo in cui rinnova la collaborazione con il vocalist Kyle Pearce. L’arpeggio iniziale ancora il suono in una dimensione radio friendly contemporanea, anche se è realizzata (come mi ha detto un paio di giorni fa al telefono) dai suoni generati dalla Roland TB-303, forse la macchina più iconica della storia della dance, progettata da Tadao Kikumoto nel 1982 senza immaginare nemmeno lontanamente che quel simulatore di basso per chitarristi che volevano esercitarsi in casa avrebbe rivoluzionato per sempre la musica mondiale.

L’approccio creativo di Boss Doms sembra onnivoro e senza preconcetti: ama indifferentemente le chitarre elettriche e gli assoli da 15 minuti e i sintetizzatori che pompano basi a 145 bpm, il tutto senza sovrastrutture di sorta. Il senso di Pretty Face è proprio questo: calarsi in una realtà alternativa in cui è libero dal giogo delle costrizioni sociali e dalla sovraesposizione autoimposta dei social media che mistificano la sua vera natura, per essere libero di mostrarsi com’è veramente.

Come ti è venuta l’idea del nuovo singolo?
Stilisticamente volevo fare una cosa diversa rispetto a I Want More. Per quanto ormai io sia un personaggio abbastanza conosciuto nell’industria musicale il mio è un progetto emergente. Lo scopo è quindi quello di dare un saggio delle mie capacità espressive, un campionario. Un mattina mi trovavo in Warner e ho ascoltato una bella linea vocale di Kyle Pearce. Tornato a casa ci ho lavorato e in due ore era nato il pezzo. Il ritornello, con quei coretti tipo “uuuu” l’ho cantato io. L’ho chiamato Pretty Face pensando alle facce di Vale e Mina (compagna e figlia, nda), ma non è una canzone d’amore, piuttosto è un’esortazione a mostrarti come sei veramente, senza maschere. Credo che questo sia il momento giusto per parlarne, un momento in cui per strada mi salutano persone e non capisco chi sono, visto che hanno cappello, mascherina, occhiali.

Come hai lavorato alla realizzazione di Pretty Face?
Non ho un metodo, ogni volta è diverso. Achille Lauro ha dato una volta una definizione perfetta di come lavoro: «tu prendi i colori e li lanci sulla tela in maniera disordinata e apparentemente casuale e alla fine esce sempre un quadro bellissimo». Con Pretty Face ho fatto tutto in due ore: ho buttato giù le linee melodiche in fretta, poi ho usato molto tempo per mixare bene ogni singolo suono. Ovviamente ho inserito la mia amata 303, l’arpeggio iniziale del brano viene da quel synth, ho stretchato e modificato totalmente il suono in modo da renderlo irriconoscibile, ma è lui, è un mio feticcio. La musica per me è sacra, bisogna dedicarle la massima dedizione possibile. Per questo ho rifatto il master 50 volte. Il tutto è stato fatto quasi un annetto fa.

E perché esce solo adesso?
Perché nel frattempo ho fatto dei remix molto importanti per Elderbrook e Benny Benassi. Poi si parlava, prima dell’estate 2020, di un tour nei club, intorno a settembre/ottobre per il quale avevo iniziato a preparare varie tracce. Le cose ovviamente sono andate diversamente e quando si è trattato di fare uscire il secondo singolo avevo moltissime tracce sia radio friendly che da club. Alla fine, coi club ancora chiusi, ho optato per un pezzo dalle sonorità più fruibili anche a chi non è un frequentatore delle discoteche.

Sei musicalmente onnivoro. Ami la techno, l’elettronica e il clubbing, ma anche i Led Zeppelin, le chitarre elettriche e gli assoli di un quarto d’ora – per molti tu sei ancora il chitarrista di Achille Lauro. Dobbiamo aspettarci in un futuro pezzi che riflettano anche la tua passione per le sei corde e una certa attitudine punk?
Frate, io ho già nel cassetto ho già un botto di pezzi crossover. Brani coi chitarroni, molto diversi da quello che stai ascoltando adesso. Per me è importantissimo uscire dalla mia comfort zone. Se fai la stessa cosa la seconda e la terza volta perde smalto. Sono consapevole che cambiare genere sia una scelta totalmente anti marketing, ma devo sentirmi libero.

Questo è il tuo secondo singolo solista. Arriverà un album?
La fruizione della musica oggi è velocissima. Il successo di un brano dura un mese. Quindi per restare rilevanti e attivi bisogna produrne di più. L’album e il singolo sono due strade diverse: l’album è un portfolio, nel quale oltre ai singoli per le radio c’è spazio anche per cuts più sperimentali e oscuri. Per ora preferisco uscire con i singoli per far scoprire le mie carte una a una. Ma il momento dell’album arriverà. E io ne avrò tre già pronti.

Sei un produttore molto attivo in mille progetti musicali, quindi non mi sembra stupido chiederti: in che direzione sta andando la discografia in italia? Non sembra un po’ tutto fagocitato da rap e trap?
La tendenza che noto è che ci siamo un po’ rotti le palle di questa trap ossessiva. Credo che le cose cambieranno. Comunque l’hip hop in generale è come il rock e la dance, un macrogenere che non morirà mai, ma le tendenze girano. L’electro punk sta crescendo, e il pezzo di Blanco e Salmo ne è un perfetto esempio. Il mondo si sta anche spostando verso l’elettronica, sono suoni che stanno tornando. Forse dipende dal fatto che i club sono chiusi da tanto tempo. Quando ti tolgono qualcosa a cui sei abituato poi ne hai nostalgia.

Hai detto che durante il lockdown ti sei chiuso in studio e scrivevi un pezzo a notte. Ora che forse si prospetta una nuova chiusura totale (si dice da giorni) come pensi che impegnerai il tuo tempo?
Nello stesso modo. La volontà di non arrendersi alla fine prevale su tutto. Durante il primo lockdown ero fomentato: erano tre anni che non passavo più di tre giorni a casa. Ero gasato per il fatto di stare con la mia compagna e con mia figlia, nonostante la situazione fosse drammatica.

Quante ore dormi a notte?
Una media di quattro.

Come scegli gli artisti con cui collaborare?
Alcuni mi arrivano dal mio management, delle topline da vari vocalist. Altri li scovo io e me ne innamoro. Con Kyle Pearce è andata così. Lui mi hacolpito da subito, è un australiano che vive in Germania, è bravissimo. È anche un pelandrone ahimè. Ci sono grandi artisti con cui lavoro e che sentirete. Sono molto geloso dei miei collaboratori, perché li scelgo in modo molto oculato.

Tra poco inizia Sanremo. Come sarà tornare al Teatro Ariston per la terza volta in compagnia di Achille Lauro?
Non posso dire molto, se non una cosa: sarà il panico.

E qual è la prima cosa che farai quando si potrà tornare a suonare dal vivo?
Molto probabilmente sette ore di dj set in mezzo alla strada in mutande.

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