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Giovanni Truppi racconta ‘5’, un EP diventato isola per cantautori

Il musicista racconta il suo EP di duetti, com'è cambiato il suo rapporto con il pubblico dopo 'Poesia e civiltà' e il ruolo dei cantautori nel 2020: «L'unico dovere che abbiamo è seguire ciò che sentiamo dentro di noi»

Foto: Sebastiano Tomada Piccolomini

Giovanni Truppi è un cantautore vecchia scuola. Sembra una cosa da poco, ma al tempo dell’itpop e della trap quelli così sono animali rari, in via d’estinzione. Poesia e civiltà, datato marzo 2019, è l’ultimo album che ha pubblicato: il più “normale” nella forma, dopo una carriera di canzoni difficili e anarchiche; ma anche il più impegnato dei suoi, con testi nuovi a sfondo sociale, a bilanciare l’intimo esistenzialista di prima. Lui è rimasto il solito: schivo, umile, taciturno. Ma con idee chiarissime sul lavoro che porta avanti, sull’onestà intellettuale che lo deve guidare come cantautore, e su come debba girare, oggi, un disco per parlare di ciò che abbiamo intorno.

Soprattutto, Giovanni Truppi è un’isola, nel senso che praticamente non ha veri paragoni, in Italia. Maleducato, vestito con una canottiera, con una marcata calata napoletana e su canzoni irregolari, vagamente jazz, che alternano il parlato-accelerato al melodico; eppure, nel frattempo, sensibile, brillante e dolcissimo. Parliamo di uno in grado di estrapolare similitudini dalla “cacca secca” e di uscirsene con resoconti sentimentali come 19 gennaio, in cui mette in evidenza tutta la banalità di un rapporto – per esempio. Senza pudori nei confronti dell’ascoltatore, senza filtri verso sé stesso: a illuminare gli angoli sporchi, a mettersi davvero a nudo, a soffiare sulla polvere lasciata sotto il tappeto nei rapporti. Ascoltarlo è liberatorio: ci fa sentire meno soli nelle insicurezze, nei nostri comportamenti grotteschi, ma dice anche che esiste un artista capace di uscire dal tracciato quando e come crede.

Probabilmente è per questo che 5 – il suo nuovo EP in uscita oggi – è un’opera piccola, ma al tempo stesso ambiziosa, curata nei dettagli e piena di spigolature. Si tratta di un’appendice a Poesia e civiltà, con dentro cinque canzoni: due inedite (Procreare e Il tuo numero di telefono) e tre del disco-madre. E però: quattro di questi pezzi sono duetti, con Dario Brunori e Niccolò Fabi – rispettivamente nella nuova Procreare e nella strappalacrime Conoscersi in una situazione di difficoltà – ma anche con una regina di un certo trip-hop all’italiana come Veronica Lucchesi de La rappresentante di lista (in Due segreti) e con Calcutta, nel groppo in gola di Mia. Il progetto, inoltre, prevede Cinque (a parole, stavolta), un libro con delle storie a fumetti ispirate alle canzoni dell’EP. Anche qui, i disegnatori sono tanti: Fulvio Risuleo, Antonio Pronostico, Cristina Portolano, Piero Scarnera, Mara Cerri, Zuzu. E poi, come sempre per Truppi, ci sono le piccole debolezze che tornano in ogni pezzo, i concerti che continuano, le “elezioni politiche del 2018” a cui ha dedicato un pezzo, il mondo che “è come te lo metti in testa”. Universi che collimano insomma, da percorrere in punta di piedi. E che lui ci ha raccontato partendo proprio da 5.

Giovanni, banalmente: come nasce un progetto come 5?
Allora, diciamo che – in generale – è figlio di Poesia e civiltà, e quindi è un qualcosa che esce all’interno del suo stesso ciclo, com’è giusto che sia e come del resto volevo che fosse. Nello specifico, poi, come puoi immaginare è il risultato di tre idee che avevo per la testa da un po’, e che così hanno trovato modo di realizzarsi tutte insieme.

La prima era pubblicare Procreare e Il tuo numero di telefono, cioè i due inediti di questo EP, che di fatto però appartengono al periodo di Poesia e civiltà, ma che alla fine sono rimasti fuori dal disco. Sono stati scritti insieme al resto dell’album, ma il lavoro si era fatto lungo e laborioso e i tempi stringevano, così non siamo riusciti a inserirli nella tracklist. Che poi, a posteriori, Poesia e civiltà è già di suo pieno, molto denso… forse queste due tracce sarebbero state davvero di troppo, lì in mezzo. Quindi sì, meglio giocarsele così: con questa nuova uscita, che rimane comunque nel solco dell’originale. La seconda idea dietro 5, che per me rappresenta una bella novità, era duettare. Nei miei dischi precedenti, infatti, i duetti non avevano trovato spazio, ma con quest’ultimo lavoro mi sembrava arrivato il momento giusto per lavorarci su.

E la terza idea, immagino, era realizzare un disco ‘a fumetti’.
Sì, esattamente. E si tratta sempre di un progetto che mi è venuto ascoltando Poesia e civiltà, e che quindi volevo realizzare proprio con queste canzoni: provare a proporre a fumettisti e illustratori dei miei brani, per vedere cosa ne potesse venir fuori. All’inizio ne avevo parlato con Cristina Portolano che, oltre a essere una delle artiste che hanno disegnato Cinque, è anche un’amica e aveva disegnato la copertina del mio penultimo disco (Giovanni Truppi, ndr). Le ho chiesto se poteva essere un’idea realizzabile, e lei si è mostrata subito molto entusiasta. Da lì abbiamo approfondito la questione, e siamo andati spediti su questa strada anche con gli altri disegnatori, più o meno dal momento in cui abbiamo iniziato a registrare 5.

Come hai scelto le canzoni di Poesia e civiltà su cui duettare?
C’era molto materiale nel disco: per l’occasione ho preferito concentrarmi sulle canzoni d’amore.

Possiamo dire che Poesia e civiltà è il tuo disco più ‘normale’?
Più o meno sì. A livello formale è un disco più normale del solito, con meno eccessi rispetto a quelli che avevo segnato i miei album del passato. Ma a livello di contenuti, almeno per me, credo che anche Poesia e civiltà sia zeppo di tematiche strane. Basta che pensi a un pezzo come Borghesia, per esempio. Probabilmente la canonizzazione formale a cui fai riferimento è servita a porre le basi per alcune stranezze dei testi, finora inedite per il mio mondo di scrittura. E alla fine ti posso dire che, per come la vedo, Poesia e civiltà è un disco… diversamente strano.

E prima che l’album uscisse questa cosa ti spaventava?
Guarda, prima della pubblicazione di un disco ne hai davvero tantissime, di paure. Comunque sì: da una parte temevo che alcune delle nuove tematiche potessero risultare poco accattivanti, o noiose; dall’altra l’occhio di riguardo era ovviamente per i miei fan storici, che magari sentendo qualcosa di più normale avrebbero potuto disaffezionarsi a me.

A un anno dall’uscita che bilancio senti di fare?
Mi sembra che la maggior parte degli appassionati della prima ora abbia compreso questa messaggio, questa piccola svolta. E mi pare che Poesia e civiltà sia stato utile per farmi entrare in contatto anche con un pubblico nuovo, con quella gente che prima aveva difficoltà a sintonizzarsi sulle mie coordinate.

Tra l’altro, come dicevamo, se non è un disco politico è almeno un disco sociale. Che significa, quindi, essere un cantautore nel 2020?
Mah, per come la vedo io non esiste un vero e proprio ruolo sociale per i cantautori. Mi spiego: non è che un cantautore in quanto tale debba per forza dare determinati messaggi, politici o sociali che siano. Non esiste un dovere che non sia quello di seguire ciò che si ha dentro, ergo se uno sente di dover fare una canzone su, che ne so, le patatine… va bene così! L’importante è l’onestà, che è alla base dell’arte e permette di alzare l’asticella dei risultati sempre più in là. Poi certo, venendo al mio caso, coerentemente a quanto ti ho detto sentivo di scrivere un disco come Poesia e civiltà, ovvero un album con contenuti legati al sociale, alla politica, oltre che all’amore.

E il messaggio finale mi sembra ottimista, specie se penso al pezzo che chiude l’album, Ancient Society.
Speranzoso, ma per forza. Se non hai speranza non ti ci metti neanche, a fare certe cose. Non hai proprio l’esigenza di esporti su determinati argomenti. Poi se dovessi sintetizzarti il messaggio dietro Poesia e civiltà… non ci riuscirei. Posso dirti che lo vedo un po’ come l’inizio di un discorso: porgere delle domande e affrontare dei temi che mi sembrano importanti.

Tipo?
In primis le questioni sentimentali: l’amore, banalmente, è uno dei temi cardine di tutta l’opera. In senso lato, invece, è un album che riflette su come noi esseri umani stiamo al mondo, come dialoghiamo col contemporaneo, ma anche l’uno con l’altro. La politica e il sociale sono anche questo, no? E Poesia e civiltà è certamente un disco figlio della nostra situazione politica, che da anni ormai varia per tutte le tonalità di grigio.

E a proposito di dialoghi: con la nuova musica, tipo l’itpop o la trap, un cantautore come te che rapporto ha?
Apprezzo molte cose diverse: da quelle che derivano dal cantautorato alla trap. Se una cosa mi piace, mi piace: non faccio molte distinzioni di genere.

Ultima cosa: per il futuro che hai in programma?
Non penso di fermarmi, perlomeno non dopo la pubblicazione di 5. Sento di doverlo suonare in giro, portarlo ai concerti accompagnarlo in giro; quindi, prima di una pausa, ci saranno sicuramente altri live.

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