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Giovanni Succi: «Sento parlare di Mussolini da 54 anni, e allora parliamone»

Abbiamo intervistato il cantante dei Bachi Da Pietra per parlare di ‘Accetta e continua’, il nuovo album della band che uscirà a novembre. Un lavoro che esplora il fascismo come atteggiamento mentale, lo spirito dei tempi meloniano e la paura del cambiamento

Foto: Igor Londero

Due anni dopo la pubblicazione di Reset, i Bachi Da Pietra tornano sulla scena con un disco politico, letterario, impegnato e provocatorio a partire dal titolo: Accetta e continua, come il messaggio che infesta i nostri monitor quotidianamente.

Una summa del percorso compiuto dai Bachi dal 2005 in avanti e degli elementi che hanno via via intrecciato nella loro musica: dal rock-blues scarno, lento e cupo dei primi due dischi, alle influenze waitsiane che ci sono sempre state, dalle incursioni nel prog alle bordate stoner e metal che hanno caratterizzato gli ultimi lavori. In Accetta e continua, però, c’è spazio anche per il rap. Ne è un esempio Mussolini, il singolo che anticipa il disco (che uscirà a novembre): uno spoken word malinconico che demolisce la retorica degli «italiani brava gente» e del Duce come grande statista incompreso. Il fatto che esca proprio oggi, l’8 settembre, e nel pieno dell’esperienza del governo più destrorso della storia repubblicana non può essere un caso. Il risultato è un lavoro che esplora il fascismo come atteggiamento mentale e falso storico, lo spirito dei tempi meloniano e la paura del cambiamento: ne abbiamo parlato con Giovanni Succi.

Che cosa hanno fatto i Bachi da Reset a oggi?
Ognuno di noi si è concentrato su altre cose. Io, ad esempio, mi sono impegnato nella produzione del materiale a mio nome, che è completamente diverso da ciò che faccio con i Bachi Da Pietra. Semplificando, mi sono dato alla letteratura in modo completamente mio, prendendo Dante e raccontandolo per ciò che era con una base filologica e storica solida, possibilmente provando a non sparare cazzate. Questo lato della mia vita, con la vecchiaia, forse potrebbe darmi qualche motivo di “insoddisfazione” nuova (ride).

L’entrata in carica del governo più a destra della storia repubblicana sembrerebbe avere giovato alla tua creatività. Sbaglio?
Mi limito a dirti che in tutti quanti i momenti critici, di solito, fiorisce qualcosa di buono. Ecco: speriamo in bene.

Non è un caso se avete deciso di anticipare il disco con un singolo che si chiama Mussolini. L’8 settembre, poi. Da dove è nata l’idea?
È stata il risultato di un lungo, pesante periodo di sopportazione passivia. Prova a capirmi: da 54 anni sento parlare delle stesse cose, e in ogni singolo anno della mia vita ho sentito ripetere la stessa, identica solfa su crisi, fascismo e comunismo, in una specie di eterno loop infinito. Quando ho realizzato che, nel 2023, stavamo ancora dibattendo su discorsi di un secolo fa, ho sentito l’esigenza di scriverne.

Non riuscivi a sopportare questo anacronismo, insomma.
Assolutamente sì. Per fare un esempio è come se, agli inizi del Novecento, la gente discutesse di Napoleone. Abbiamo perso la contingenza del nostro presente: ci sembra così difficile e inafferrabile che, anziché attivarci per provare a comprenderlo, preferiamo aggrapparci alla vita dei nostri bisnonni. Loro crepavano di fame, freddo e malattie; noi invece non crepiamo più, ma ci lamentiamo ancora e, anzi, siamo ancora qui a menarcela con questo cazzo di Mussolini. Ogni anno torniamo a parlarne e ci infiliamo in un dibattito grottesco, scandito dal ritornello costante «ha fatto anche cose buone». Nessuno però giudica Mussolini per quello che ha fatto, in quanto “uomo”. Io ho provato ad analizzarlo per quel che era, ossia un istrione con una capacità di seduzione straordinaria, posto alla guida di un Paese e capace di tenere insieme élite con obiettivi e interessi completamente diversi.

Hai detto che il suo talento era sapere perfettamente come portare i social dell’epoca dalla sua parte. Che intendi?
Il social dell’epoca si chiamava cinema, e infatti l’iconografia fascista ci abbaglia ancora oggi: la percepiamo come straordinaria, anche perché abbiamo la possibilità di ripercorrerla interamente e a costo zero: basta una piccola ricerca su YouTube per farci un’abbuffata di Istituto Luce. Questa tendenza lo rende il primo personaggio storico del nostro tempo. Convincente, statuario, fotogenico, teatrale, carismatico, divertente… Buca lo schermo. Mussolini era già il brand di sé stesso, un influencer ante litteram, pronto per i social dal 1923.

E infatti nel brano ricordi come si eternò per quel che non fu mai: un grande statista.
Di solito lo è chi fa la fortuna della propria nazione. Lui ne fece la rovina in tempo record. In un mondo adulto si è responsabili dei propri atti e di ogni eventuale conseguenza. In Italia no. Per i pargoli che siamo, la coreografia del personaggio adombra l’esito disastroso di ogni scelta politica.

Il rap è presente nei vostri lavori fin dall’inizio, ma in Accetta e continua questa caratteristica è ancora accentuata.
Vero.

Avete colto le potenzialità del rap quando il mercato per questo genere era ancora minuscolo: ci spieghi i motivi di questa contaminazione?
Se io avessi colto le potenzialità di qualcosa avrei un altro conto in banca, ma a parte questo: nelle mie corde c’è sempre stata la musica nera, anche se sono stato un adolescente molto, molto devoto al metal, in maniera quasi morbosa. È stato uno sviluppo naturale, non una scelta fatta a tavolino. Per me, poi, già Dante era rap, se per rap intendiamo di parole in rima con un ritmo: parliamo della storia della letteratura.

Mi spieghi la provocazione del titolo?
Accetta e continua è un po’ il segno dei nostri tempi. È la scritta che ci ritroviamo davanti ogni volta in cui visitiamo un sito. Volevo spronare l’ascoltatore, indurlo a fare un ragionamento del tipo: «Davvero accetti questa cosa fino a quando continua? Conviene veramente continuare a seguire questo tragitto o, forse, sarebbe meglio accettare un po’ di meno?».

Un invito a prendere in considerazione un certo margine di intolleranza?
Quando certe cose diventano soverchianti rispetto a ciò che sei disposto ad accettare, bisognerebbe essere disposti a rigettarle. Quindi, in un certo senso, sì: non possiamo farci andare bene qualsiasi cosa.

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