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Giorgio Poi non va più in Messico

Il cantautore naturalizzato romano ormai fa da spola fra Londra e Berlino, ma sogna di tornare in Italia. Una nostalgia (non lo vuole ammettere) che l'ha spinto a scrivere in italiano il suo primo album, "Fa Niente"

Foto: Stampa

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Giorgio Poi è quello che nel video di Niente di strano carica sul motorino un Luca Marinelli in stato confusionale. C’è questa scena bellissima in cui i due si ritrovano faccia a faccia davanti al Palazzetto dello Sport di Roma. L’attore che faceva il cattivo in Lo chiamavano Jeeg Robot, tutto fasciato e con un occhio nero, guarda il musicista che sta sullo scooter e un momento dopo i due stanno sfrecciando dentro quello che sembra un sogno subacqueo, lisergico, che potrebbe tranquillamente far parte di un video dei Tame Impala.

Un po’ psichedelico e un po’ Lucio Battisti, il cantautore trentunenne ha fatto qualche settimana fa il suo esordio solista, affidando alla stessa Bomba Dischi di Calcutta, Pop X e banda la pubblicazione di Fa Niente.

Giorgio Poi è il tuo vero nome?
Mi chiamo Giorgio Poti.

E come mai Giorgio Poi?
Ho tolto la “t”!

Non fa una piega. Tu avevi una band prima, giusto?
Ce l’ho ancora, tra l’altro il disco è uscito quasi in contemporanea. La band si chiama Cairobi, prima si chiamava Vadoinmessico.

Come mai avete cambiato nome?
Perché vadoinmessico era impronunciabile, cantavamo in inglese e ci siamo resi conto che era un errore. Il nome era nato così, uno dei ragazzi della band è messicano. Avevo anche letto su un autobus: “Vado in Messico” e mi era piaciuto. Ma non è durato molto.

E poi invece di andare in Messico sei andato a Londra e hai fatto un disco in italiano. Avresti mai fatto un disco così se fossi rimasto in Italia?
Non saprei, magari si, magari no. In Italia ero molto più orientato verso le cose straniere, fuori invece mi sono orientato verso le cose italiane. Non me lo so spiegare.

Non pensi che sia una cosa molto italiana? Si va all’estero perché si è stanchi dell’Italia e poi quando incontri un italiano lo tratti come un fratello.
La lingua può aiutare ad avvicinare le persone. A me non è successo molto, fuori avevo quasi esclusivamente amici stranieri. Non avevo la mia tipica comunità di italiani, mentre vivevo a Londra. La musica, il cinema, i libri: sono queste le cose dell’Italia che mi piace approfondire.

Avevi nostalgia?
Non è nostalgia, è attrazione per una cosa che non hai più nella tua quotidianità ma che conosci bene e che riesci a vedere da un altro punto di vista. Una cosa che prima davi per scontata, come se ad un certo punto non hai più la doccia e pensi… “cazzo se era bella la doccia!”

Non sei nato a Roma, giusto?
Io sono di Novara, dove sono stato solo i primi due anni. Poi i miei si sono trasferiti a Lucca, in Toscana. Quando avevo 8 anni ci siamo trasferiti a Roma dove sono stato fino ai 20 anni.

Come mai hai scelto di andartene dall’Urbe?
Perché tutto quello che era “estero” mi sembrava fico. E poi volevo studiare chitarra jazz, e se studi a Roma si suona poco. Si passa molto tempo a fare l’analisi di cose come le fughe di Bach, che onestamente, sì, è interessante, ma a 19 anni non era quello che mi serviva. Stavo con una ragazza che all’epoca fu ammessa all’università di Londra, era un grande amore e ho pensato di andare anche io. Ho fatto che studiare chitarra jazz lassù.

Non pensi sia diventato proibitivo vivere lì?
Effettivamente sì, i prezzi una volta erano molto più bassi. Abitavi in delle topaie però ce la si faceva con 300 sterline, 350. Adesso per una situazione come quella, molto punk… non so quanto ci vorrebbe. Meno male che ogni tanto faccio una scappatella a Berlino, dove vive la mia ragazza. Lì la vita costa un quinto rispetto a Londra. Mi ritrovo spesso a scrivere a Berlino.

E poi magari c’è un ambiente migliore.
I tedeschi non sono più friendly degli inglesi. C’è un ambiente fico ma per strada, quando vai in giro, al supermercato, ti odiano.

Tu sembri un po’ tedesco però.
Mi dicono che sembro più polacco. Forse è un po’ dispregiativo, ma i tedeschi non si vogliono bene. Non vogliono bene agli esseri umani, ai tedeschi piace rimproverare le persone. E’ proprio una cosa culturale, soprattutto a Berlino.

A parte la lingua, cosa cambia tra i Cairobi e Giorgio Poi?
Credo che questo disco sia parte dello stesso percorso. Ad un certo punto mi è venuta voglia di scrivere in italiano. Non so se ci sono riuscito, volevo fare una cosa molto italiana.

Cosa rispondi a chi ti dà del “Kevin Parker” italiano?
Hanno fatto talmente tanti nomi che alla fine non credo a nessuno. Probabilmente qualcosa dei Tame Impala c’è. Diciamo che hanno ragione tutti quelli che dicono che somiglio a Ivan Graziani, a Battisti, a Calcutta, ai Verdena. C’è un po’ di tutti questi elementi. Tutti questi paragoni mi fanno pensare di non somigliare veramente a nessuno. Non voglio imitare nessuno, è la musica che funziona così: ti ascolti delle cose e queste ti rimangono dentro anche quando scrivi le tue. Nella mia vita ho ascoltato tanto Battisti, Lucio Dalla. Ho ascoltato molto i Can per la batteria e per le ritmiche. Un po’ di kraut, quella roba lì. Sono tutte cose che uno rielabora, è difficile dire “questo viene da qui e questo viene di là”.

Il nome del disco è Fa Niente, mentre Niente di strano è il primo singolo. Da dove viene questo ricorrere del “niente”?
Non saprei, forse è solo una parola che uso tanto.



Nel video di Niente di Strano c’è un Luca Marinelli pieno di bende e con la testa ingessata, che a un certo punto se ne va in giro motorino. È una citazione de Il treno per il Darjeeling di Wes Anderson?
Il film l’ho visto ma non era una citazione voluta. L’idea era di rendere esteticamente la sofferenza del protagonista, una sofferenza che poi non c’era veramente. Ho scritto il soggetto con un mio amico. Poi è sbucato fuori Luca, con il quale sono amico da anni. È stato il primo a sentire la maggior parte delle canzoni e parlando abbiamo pensato che sarebbe stato bello fare un video insieme. Parlando con lui ho cercato di capire se il soggetto potesse interessargli. Ci siamo incontrati varie volte, poi il regista ha tirato giù tutta la sceneggiatura vera.

La voce è pitchata, vero? L’hai alzata di intonazione come facevano i Beatles.
Questa è una cosa che dicono tutti, in realtà non è vero! La mia voce è così quando canto.

Davvero? Beh, sei fortunato. I Beatles si sbattevano un tantissimo per arrivare a quel suono di voce lì.
Si parla molto di queste voci effettate. In realtà ne ho solo registrate due, le ho solo doppiate.

Come nasce una tua canzone?
Io faccio tutta la canzone, tutto l’arrangiamento con tutti gli strumenti senza le parole. Non sono uno scrittore. Vorrei che il pezzo funzionasse comunque, anche se sopra ci dico delle cazzate. Io la melodia della voce la faccio comunque prima, aggiungo il testo alla fine. Deve funzionare la canzone, non vorrei mai dover scrivere un testo per un pezzo che poi potrebbe non funzionare. Ma non può succedere perché lavoro sempre prima sulla musica, poi sul testo.

Hai un approccio un po’ retrò, come sound, no? Il basso soprattutto mi ricorda molti dischi anni Settanta.
Si, può darsi. Secondo me è interessante, soprattutto per trovare nuove direzioni… sarebbe interessante non continuare questo percorso prestabilito ma tornare indietro e prendere un altro percorso. C’è sicuramente un sound un po’ anni ’70, sicuramente la batteria è stata microfonata come in quegli anni: microfoni molto vicini, suoni molto sordi…

Non senti questa spinta che sentono tutti di inserire l’elettronica? Un po’ come fanno tutti.
Volevo fare una cosa assolutamente senza synth. In giro ci sono solo progetti con i synth, volevo fare una cosa diversa. Comunque mi piacciono i synth, ne ho parecchi e qualcosa nel disco c’è. Servono a sostenere alcuni momenti del disco, quelli che hanno bisogno di più dinamica.

Perché secondo te ha un’accezione così negativa il “cantautorato italiano?”
GP: Secondo me perché si parte troppo dal testo. Il testo è fondamentale e la musica magari viene trascurata. Adesso questa cosa sta un po’ cambiando e in giro ci sono melodie bellissime che funzionerebbero con qualunque testo. E penso che questo ci aiuterà ad esportare la nostra musica e a suonare in Europa non solo per gli Italiani fuori ma anche per gli stranieri. Adesso comunque vorrei tornare a vivere in Italia, per i concerti è più semplice.

Mi è piaciuta molto la traccia dove dici “Ci sbronziamo per mandare via l’abbronzatura”. Tu fai così?
No, mi piace solo l’accostamento delle parole. Poi quando ti sbronzi—quando stai male—diventi pallido. Abbronzarsi significa rendersi bronzei, mentre sbronzarsi vuol dire diventare pallidi perché stai male. Diciamo che d’estate di giorno ti abbronzi, la sera ti sbronzi.

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