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Giorgio Moroder è tornato a fare sul serio

A 78 anni, il padrino della disco music farà il suo primo tour, "A Celebration of the 80's". Così siamo andati fino a casa sua a Ortisei (Bolzano) per farci raccontare questa pazza idea

Foto: Laboratorio Studio

Foto: Laboratorio Studio

«Mi hanno chiamato in tanti modi, anche “il Padrino della disco music”. Non ci ho mai fatto troppo caso, basta solo non mi chiamino “il nonno” della disco, poi mi va bene tutto» scoppia a ridere Giorgio Moroder nel suo salotto di casa sua a Ortisei. È dicembre, quindi la cittadina in provincia di Bolzano in cui è nato nel 1940 e dove attualmente passa la maggior parte del suo tempo (l’altra casa è a Los Angeles) è già ricoperta da un sottile strato di neve, ma quella neve maledetta che non è abbastanza per sciare ma ti fa scivolare se cammini in discesa.

In casa, Giorgio gira scalzo sulla moquette verde e chiede gentilmente agli ospiti di fare lo stesso lasciando le scarpe all’ingresso. Se poi come me ti presenti con un vistoso buco nelle calze all’altezza dell’alluce sinistro, il Maestro è abbastanza signore da fare finta di non accorgersene. Al centro della grande sala, a cui si accede da una scala in ceramica sovrastata da decine di dischi di platino e d’oro, troneggia un pianoforte a coda tutto bianco. «Eccomi!» si palesa a un certo punto il Re Mida della cassa in quarti. Anziché stringere la mano, Giorgio ti porge il pugno destro, non per fare il gesto giovane del respect ma perché ha «rotto il dito tempo fa» e vorrebbe evitare strette calorose che gli possano fare male. È davvero sorridente, è il motivo non è difficile da indovinare.

Per la prima volta in 78 anni di vita, Giorgio andrà in tour. Si chiama A Celebration of the 80’s e, partendo da Birmingham il primo aprile, attraverserà l’Europa passando anche da Milano, Firenze e Roma, rispettivamente il 17, 18 e 19 maggio. Sarà una specie di best of con (tanto di orchestra) delle hit che ha prodotto per Cher, Donna Summer, Bowie, Freddie Mercury e via così.

Ma come mai proprio ora un tour?
Ho cominciato a fare il DJ quattro anni fa e mi è piaciuto. Adesso ho un po’ smesso perché i viaggi sono terribili, è estenuante. Soltanto questa settimana faccio una data in Messico, poi da lì diretto a Miami e ancora a suonare su una nave da crociera, poi forse Los Angeles. In più qualche tempo fa sono andato al concerto di Hans Zimmer e anche quello mi è piaciuto. Così mi sono detto: “Se può farlo lui, lo posso fare anche io!” E se lo fa anche Morricone che ha 90 anni, figuriamoci! Io sono un giovincello al confronto. Prima vediamo come va in Europa, poi nel caso estendiamo a tutto il mondo.

Mi parli un po’ della scaletta.
Saranno 18 pezzi circa, al massimo 20, tutti miei a eccezione di McArthur Park di Donna [Summer, ndr], che non ho prodotto ma l’ho soltanto incisa con lei.

E sul palco cosa farà?
Beh, non moltissimo, però per la prima volta dopo tanto tempo canterò. L’ho fatto quasi 50 anni fa al Cantagiro con Celentano e banda, ma non ho mai avuto una gran voce e mi dimentico spesso i testi. Ora c’è la tecnologia che mi aiuta a cantare bene, se non ci fosse non canterei mai! E poi mi metterò lo schermo con il testo sotto. Canterò il mio primo successo, Luky Luky. Poi ci sarà From Here To Eternity. Le canto io, anche perché mi pareva strano chiamare un cantante maschio, quando in realtà a cantarle in origine ero io. Non so come verrà ma vediamo!

Insomma, la sua vita è tornata bella intensa come un tempo.
Dal 2013 e la collaborazione coi Daft Punk sì. Ma loro non mi hanno resuscitato, la mia prima data da DJ l’ho fatta due mesi prima che l’album uscisse. È stata una brevissima comparsata per una festa di Louis Vuitton, poi ne ho fatta un’altra a Cannes ma non è andata bene. Il pubblico era tutto di addetti ai lavori che si facevano i fatti loro senza badare alla musica. Poi le successive sono andate bene e ci ho preso gusto. Sarei tornato anche senza Daft Punk.

Foto: Studio Brammer

Foto: Studio Brammer

Come l’hanno contattata?
All’inizio c’era l’idea di lavorare con loro alla colonna sonora di Tron. Non è andata a buon fine, però in compenso mi hanno detto: “Perché non ci vediamo a pranzo? Stiamo facendo un album nuovo e almeno ne parliamo”. Io non volevo andare, perché in realtà ero occupato. Per scrupolo ho raccontato la cosa a mio figlio, che mi ha detto: “Ma come? Non vai? Sono i miei idoli!” Così siamo andati al pranzo insieme, anche mio figlio. E un anno dopo quel pranzo ci siamo visti a Parigi in studio. Sono andato lì pensando di cominciare a suonare, invece mi hanno detto: “No, siediti qui e raccontaci la tua storia”. E così è nata Giorgio By Moroder. Non capivo solo perché ci fossero davanti a me tre microfoni. Il fonico mi ha spiegato che uno, degli anni Sessanta, serviva per registrare l’inizi della mia storia, quando ho cominciato a fare musica. Il secondo microfono, degli anni Settanta/ottanta, serviva per la parte di storia in cui parlavo dei tempi d’oro. E il terzo era il microfono del futuro. Così ho chiesto al fonico: “Ma chi noterà la differenza fra un microfono e l’altro?” e lui mi ha risposto: “Nessuno, la noteranno solo i Daft Punk.”

Ci sono molti musicisti che ci hanno messo 30 anni per arrivare a fare una colonna sonora. Come ha fatto lei in così poco tempo?
Io sono stato fortunato. In Italia è differente ma a Hollywood 30/40 anni fa i compositori nel cinema venivano tutti dalla classica. Archi, fiati grandiosi. Quelli che facevano pop nei film non entravano. Sono stato fortunato perché ad Alan Parker, il regista di Midnight Express, era piaciuta tantissimo I Feel Love, quindi mi ha chiesto un pezzo che fosse simile. C’era una scena dove il protagonista era inseguito, quindi Alan mi ha chiesto un pezzo energico, galoppante. Gli ho fatto The Chase, gli è piaciuto, è venuto a Monaco (dove stavo in quel periodo) e mi ha detto: perfetto, hai carta bianca. E così sono entrato a Hollywood. Devo tutto a I Feel Love, è il pezzo con cui vorrei essere ricordato. Sono stato il primo del pop a entrare a Hollywood.

E cosa ascoltava all’epoca per essere così lungimirante?
In Germania, cioè il primo posto dove sono andato a vivere dopo essere andato via da Ortisei, c’era una crescente scena elettronica. Mi piacevano molto i Tangerine Dream. Ma prima che ci arrivassero i Kraftwerk, mi è venuta l’idea di realizzare un pezzo pop con il solo aiuto dei synth. Ma l’unica cosa che riesce a fare un synth è emettere un rumore bianco. Sta a te poi filtrarlo, modularlo, tagliarlo per dargli forma. Così ho affittato un Moog e con esso anche il tecnico, perché all’epoca i synth erano così complicati che o eri un genio oppure ti serviva un tecnico. Ho cominciato a mettere il click (il metronomo) sul registratore a 24 piste. Allora chiedo a Robbie (il tecnico) di suonare un do, un fa e un si bemolle. Così è venuto fuori il giro di basso di I Feel Love, io ho aggiunto la batteria e poi l’abbiamo fatto cantare a Donna. Il tecnico poi mi ha chiesto se volevo un delay sopra il basso, ed è lì che è successo l’inaspettato. Se prima era dan dan dun dun dan ora era diventato dandan dundun dandan.

L’ha raddoppiato.
Esattamente, e quella poi è diventata la base del pezzo. Meno male! Perché io normalmente avrei messo del riverbero, dell’echo. Ma mai un delay. È stata la fortuna di me e Donna, poveretta. Quando poi è morta ho sofferto molto.

Eravate legati?
Sì, abitava sotto di me in un condominio a Los Angeles. Ogni tanto suonavo il piano e lei poi mi chiamava per chiedermi “Cos’hai appena suonato?”. Lei e io avevamo sempre il problema della dieta, quindi quando ho visto che stava perdendo peso le ho chiesto come avesse fatto. Ero curioso. In pratica, beveva dei misti di succo d’arancia con altre cose, il problema è che aveva il cancro e si stava curando così. Col succo d’arancia. Non con la chemio. Non sapeva nessuno, al di fuori della famiglia, che lei fosse malata. La notizia della sua morte è arrivata improvvisa.

Che disgrazia. Posso farle una domanda tecnica?
Certo!

Lei insieme a James Brown è uno degli artisti più campionati di sempre. Cosa pensa al riguardo?
A me piace e non piace. Non ho un’opinione precisa. Come ha detto Keith Richards: “Se uno è bravo non prende dagli altri”. Però c’è un pezzo di Kanye West, si chiama Mercy, in cui ha campionato la mia colonna sonora, quella di Scarface, e ha fatto un bel lavoro. Ha preso gli accordi, li ha cambiati. Io ci ho provato una volta a mettere in un mio pezzo 30 secondi di un pezzo altrui, ma poi alla fine non ce l’ho fatta. Ho rinunciato.

Com’è la vita qui a Ortisei?
È tranquilla, ormai preferisco stare qui che a Los Angeles. Sono sempre tornato qui almeno una volta all’anno, solo che ora ci passo la maggior parte dell’anno. C’è anche un bel campo di golf qua vicino. Ma qui la vita notturna non va molto: una volta ho fatto un DJ set qua vicino e qualcuno si è lamentato del casino.

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