

Foto: Sergio del Grande/Mondadori via Getty Images
Quando nella stanza entra Paoli tu fermi le attività farlocche messe su per ingannare l’attesa e un po’ maledici il giorno in cui l’idea di interrogare un uomo che ha parlato chiaro per tutta la vita e che da qui a un passo dovrà darti retta, in casa sua e a quasi 92 anni di età, sia addirittura sembrata sensata. Ma non esistono due Paoli: è dunque questa la forma che prende un’esistenza a spettro pieno e dosi brutali di onestà, con in più quel coraggio che serve a tenere insieme l’intera vicenda senza che la voglia di cantare ne risenta?
L’ultimo anno non è stato affatto clemente: servendo uno, e poi due, e poi tre e infine quattro colpi bassi, tutti della stessa matrice inappellabile, difficilmente potrà essere annoverato tra gli alleati migliori. La perdita in successione di persone amate a quest’altezza della vita alimenta e conferma mistero e scienze biologiche ma abbatte da dietro l’intero comparto della psiche. Non potendo comprensibilmente manifestare entusiasmo per la fase che gli è toccata in sorte, Paoli appare tuttavia lungi dall’essere disinteressato a viverla. Ritirata e resa non sono patrimonio della casa, questo è chiaro. Nell’ora e mezza di conversazione che l’autore de La gatta, Il cielo in una stanza, Una lunga storia d’amore, Senza fine e altri campioni invincibili della musica leggera italiana ci ha generosamente concesso sulla sola base della fiducia cieca, crescono intensità e ironia, e con loro conseguentemente anche l’uomo prende la sua forma.
Quando la conversazione comincia ad arricchirsi di ritmo, accordo e armonia, ecco che si compone Gino Paoli. Insieme a lui comincia a prendere corpo anche la partitura dell’idea di Gino Paoli. Quella che ci siamo costruiti noi di qua e quella che ci ha voluto rendere lui da là. Senza troppa fatica ci si arrende all’evidenza che le due entità alla fine coincidono: non contengono un grammo di affettazione o calcolo. Paoli custodisce un corpus di opinioni talmente dritte che soltanto i miliardi di dubbi che le sostengono sono stati in grado di produrre. Non ha sempre voglia di svelare il codice, e in fondo sì, crede davvero che gli altri siano un po’ tutti dei mezzi coglioni, però non sa far altro che amare e insieme diffidare, perché sono questi i due concetti omozigoti su cui si regge quell’equilibrio ruvido e lieve che ha tirato dentro una generazione di italiani via l’altra, per 70 anni.
Paoli non si sottrae a nulla, con pazienza risponde a domande che non sempre riescono a stimolare una risposta nuova, ed è lui il primo a dispiacersene. Quando finalmente calibriamo la mira e intuisce che non sarà costretto a cantar messa prende fiducia. Gode nel parlare di musica e ancor più di canzoni. Di quelle di produzione propria ne salva solo due a pieni voti: «La prima è Sassi, che non è una canzone giusta o sbagliata. È una canzone che esiste solo così. È una delle prime tre o quattro che ho scritto, proprio all’inizio. E non lo so come ho fatto, non mi ricordo un cazzo. So che corsi a casa a Boccadasse e la buttai giù. Non si può cambiare mezza parola lì dentro, glielo assicuro».
E la seconda?
Il cielo in una stanza. Non avevo mai scritto in quel modo, non è usuale per me. È una scrittura che non ha dei fermi, dei momenti che interrompono e permettono di ricominciare. Non avendo ritornelli, il testo è una concatenazione di parole in successione, non c’è spazio per prendere fiato e pensare al trascorso, si può solo andare avanti attaccando una parola all’altra e poi alla successiva e così via. Sarebbe difficile riscriverla.
E tutte le altre?
Le altre le cambierei tutte. Non so se le migliorerei, attenzione, sono due concetti diversi. Ma le cambierei tutte.
Non la infastidisce il fatto che le sue due canzoni perfette siano entrambe opere giovanili?
Tutt’altro. E perché poi? Per soffrire fino a 70 anni? Domanda strana.
Perché forse pensare che la migliore versione di sé stia tutta dentro all’inizio della storia non innalza il seguito.
Io ho sempre creduto che dell’espressione “vivere a lungo” conti molto il “vivere” e sia irrilevante il “a lungo”.
Su questo lei è Cassazione.
Infatti sono ancora vivo.

Da dove nascono le canzoni?
Le canzoni più belle nascono dai ricordi, perché la memoria è un’artista straordinaria e la più formidabile bugiarda. È un filtro imprevedibile: ti sconta molte cose e le butta via e tu non ti rendi conto se sono parte di te oppure lo sono diventate. Non ho mai capito quali siano i suoi criteri di selezione. E comunque è limitativo parlare di canzoni senza tirare in mezzo la musica. Sono due cose diverse. La musica risponde a un istinto insopprimibile; la canzone è corrotta da chi la scrive e dalle parole che utilizza. Per la musica si piange, per una canzone no.
Forse è proprio perché la canzone si affida troppo ai ricordi che alla fine sono piuttosto comuni. Lei ne ha abusato?
No, scrivo in base a quello che mi viene in testa e se sono ispirato anche a quello che non mi viene in testa. E poi c’è il lavoro sul testo. Quando si parla di parole sono forzato a pensare di essere un contrabbandiere. Prendo non so da dove e porto dentro. È un processo che non ha un inizio né una fine. Tira dritto per la sua strada.
È confortante?
È estenuante. C’è qualcosa che fa sì che una parola sia quella giusta perché ti dà la chiave di sblocco del resto. Dà senso. Esiste solo quella parola, solo lei ti apre la porta della poesia e tu stai lì fino a quando non la senti. Perché si sente, non si pensa. Scrivere per me è sempre stata una sofferenza perché a volte non ci riesci neanche se ti ammazzi. Ci possono volere settimane o mesi. Oppure butti giù un’idea che si trasforma in un amo a cui ti attacchi con tutto il tuo essere e il foglio magicamente si riempie. La musica è così, non va sottovalutata.
Come si fa a non sottovalutare la musica?
Riconoscendone l’identità. La musica può fare tutto, può cambiare la Storia o far piovere tra cinque minuti. A patto che tu sia in grado di connetterti con lei. E poi non ammette menzogne perché non avendo distanze da te non abbocca. Io non ho scritto nulla per due anni interi perché mi sembrava di aver già detto tutto, non volevo ripetermi, stavo vivendo un momento di blackout e non avevo nulla di importante da dire. Essendo refrattario alle stronzate ho chiuso il becco.
Blackout non è un termine scandalosamente pudico?
È convenzionale. Comunque certo, parliamo di depressione. Non mi spavento. Per me chi non passa attraverso stati depressivi ricorrenti è uno scemo. Qualcosa nel suo cervello non funziona poverino, la depressione è lo stato che si raggiunge quando la ricerca è profonda e le risposte non arrivano. L’indagine, che io preferisco chiamare ispezione, perché si conduce a tappeto, porta inevitabilmente a uno stallo. Le soluzioni latitano e le domande si accumulano. E allora cosa fai? O giungi le mani, ti inginocchi e preghi o ti annulli con mille stronzate. Quindi: “Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli”, come diceva quel disgraziato duemila anni fa oppure riempi la giara fino al bordo e incrocia le dita.
Tutto qui?
No, puoi anche conviverci e stabilire con lei un canale di scambio – scelta che mi sento di consigliare a tutti – o levarti di mezzo.
E ci siamo arrivati.
Certo. Credo che se una persona è abbastanza onesta con sé stessa non possa fare a meno di uccidersi. Almeno una volta.
Capisco l’antiretorica del tragico ma il concetto rimane sbrigativo.
Non lo è perché il suicidio andrebbe trattato come le altre cose della vita. Non è un atto di coraggio, per niente, ma può essere in un determinato momento l’atteggiamento più onesto e romantico nei confronti dell’esistenza. Sei tu che concedi alla vita anche quel gesto lì in quel tempo lì. Ma non è un’infezione. È uno stato.
Uno stato che non si può esaurire nell’ispezione o nella noia. Seduzione intellettuale e insostenibilità del vivere non sono la stessa cosa.
Sono comunque dentro di noi. Ci appartengono entrambi.
Perché a 17 anni ha trascorso un mese da volontario in un ospedale psichiatrico?
Perché una delle cose che mi hanno sempre attratto maggiormente è la follia. I confini della follia. Il punto dove si confonde con la lucidità estrema. La seconda contiene sempre la prima ma la rinnega. Se vai fino in fondo poi non puoi avere paura del fondo, e che cazzo!

A Parigi negli anni ’60. Foto: Mondadori via Getty Images
Mentre parla è la caparbietà nel dare rotondità alla forma che mi porta via l’attenzione per qualche momento. Mi accorgo che vorrebbe limare frasi, concetti, singole parole, perfino le pause. Il dialogo che mano a mano si libera dell’innecessario guadagna proporzionalmente in libertà di associazioni e ritmo. La seconda metà dell’intervista si struttura al suono. Svaniscono le sovrapposizioni e i vuoti, le parole sembrano incasellarsi dentro un andamento che leva il senso di colpa al salto di tema. Passiamo in rassegna la sua vita. Ogni fermata varrebbe un capolinea ma non c’è tempo. Le origini, Monfalcone, l’arrivo a Genova, la guerra da bimbo con le corse nei rifugi. Le gallerie, i tedeschi gomito a gomito a Pegli, le notti di terrore e le bombe su Recco. Infine la liberazione del porto, dove continuò a lavorare il padre lungo tutto il conflitto bellico, simbolo pubblico e privato, città e famiglia in unico destino che presto vivrà le prime increspature.
Paoli si forma nell’Italia finalmente priva del giogo nazifascista ma non è tipo da gazzosa al bar e bocca cucita. Il 30 giugno 1960 Genova si rovescia in piazza: è previsto un congresso tre giorni dopo in città (quello del Movimento Sociale Italiano). E c’è un Governo a guida del democristiano Fernando Tambroni che flirta proprio con i reduci fascisti mentre le industrie cittadine soffrono e licenziano a tappeto. Il proletariato è in ginocchio e lo scontro con le forze dell’ordine è violentissimo. Si racconta di una fotografia in prima pagina di Paoli nell’atto di sferrare un pugno a un poliziotto ma nessuno conferma, e comunque la foto non si trova.
Era lei?
Sì.
Che cosa stava facendo?
Stavo dando delle botte a un poliziotto.
Si ricorda quel 30 giugno?
Andai in piazza con tutti gli altri: eravamo studenti del cazzo contro poliziotti del cazzo. Non si poteva fare un granché, furono solo botte. La polizia era ancora in buona parte quella di prima, ci siamo capiti. Io afferrai un poliziotto per il collo e con il braccio libero feci quel che dovevo fare. La sfortuna è stata che un fotografo catturò il momento e un giornale scelse quello scatto per la prima pagina. Mio padre allora lavorava all’American Bureau of Shipping, che era un’industria americana di controllo navi, e sotto l’ufficio la compagnia aveva previsto una bacheca dove venivano esposti i quotidiani. Fu così che apprese la notizia, non ne fu felice.
Possiede quella fotografia?
No, anzi la feci sparire.
La violenza, il ricorso alle mani, non è mai apparso un territorio sconosciuto. L’hanno anche accusata di essere stato un attaccabrighe in gioventù.
Sì, so che tutti mi considerano un rissoso. Ma è una cazzata. Io non ho mai attaccato nessuno. Certo, mi sono sempre difeso, questo sì. Se mi rompevi i coglioni mi muovevo, non sono mai stato lì a subire. Genova era così: io poi non ero nato qui e quindi per loro non valevo nulla. Foresto, eri liquidato così e tanti saluti. All’inizio le buscavo spesso, poi però ho imparato anche a darle. Si andava a villa Doria dopo la scuola e ci si fronteggiava. A Genova non ti accettano facilmente. Vale ancora oggi.
Quindi questo tratto del carattere cittadino di cui è impossibile ricevere una definizione chiara dagli stessi genovesi (ci ho provato decine di volte) esiste davvero?
Sì, certo che esiste e alla fine è riassumibile proprio nella parola “foresto”. Non c’è bisogno d’altro. Foresto contiene tutte le accuse e le condanne che ti servono. Per fortuna io non ho preso assolutamente nulla da Genova a livello caratteriale.
Nessun foresto, mi dispiace doverglielo dire, può credere minimamente a questa sua estraneità.
Beh, forse il mio essere un po’ brusco, una certa rognosità. Ma comunque poca roba.
Sarà.
I soldi, il rapporto con i soldi. È lì che vedi che non c’entro un cazzo. Siamo agli opposti. Perché è tutto vero ciò che si dice, sono così. Io invece ho regalato denari a chiunque me li abbia chiesti.
Questo è noto ma per il resto nessuno è più genovese di lei. Gli occhiali, il denim, i foulard, le righe Lucarda. L’adesione al piatto unico del maudit: sensibilità e mal di vivere con l’aggiunta di torbe strisce donne e spade, e di questi vicoli che poi abbiamo capito non essere stati così battuti come leggenda reclama – ma forse da lei sì. Superando Zena, pochi possono vantare una frequentazione maggiore della sua con il Paese nella sua interezza. Il Paoli che osserva l’Italia da 90 anni, quale sintesi ha concepito?
L’Italia è un grande Paese. E lo è perché è immune al crollo. Vive di entusiasmi spesso privi di ogni fondamento, a un certo momento si scopre pensosa e razionale, poi magari esagera e vive sopra ritmo perché decide così. Tutti da una parte e poi tutti dall’altra. È carnale e celestiale. In più è scaltra, a tutti i livelli. L’Italia ti aspetta e quando si accorge di essere davvero nella merda si produce in un numero di giravolte sufficienti a rimettersi in attesa della prossima accensione collettiva.

Foto: archivio Gino Paoli
Ma lei che ha avuto a che fare con 6/7 generazioni di italiani riesce a tracciare un identikit sommario di chi siamo?
Non potrei farlo nemmeno degli abitanti del mio quartiere.
Nella sua vita è stato povero, benestante, ricchissimo. Ha guadagnato e perso molto. Leggendaria la sua noncuranza per la moneta, sono cose che non si insegnano. Il periodo più felice della vita di un uomo che ce l’ha fatta alla fine qual è?
Quello che gli pare purché continui a cercare. La ricerca è la cosa più importante della vita: niente le si avvicina. È la molla che muove l’esistenza e spinge tutto avanti. Personalmente non l’ho mai abbandonata però se devo scegliere non ci penso nemmeno un secondo: povero e aperto al mondo. La ricerca fa l’uomo, il riposo lo annienta.
La ricerca è però un fatto individuale. I legami, gli altri, i vincoli dove stanno?
Tu credi nell’amicizia?
Perché no.
Se credi che l’amicizia tra uomini sia un valore minimante sensato frequenta meglio i tuoi amici.
Intende tra maschi?
Sì. L’amicizia tra maschi è la più grande fonte di delusione che esista.
Perché?
Non parlo ovviamente per tutti ma il mucchio anche molto allargato è penoso. Beceri e pragmatici. Disabitati.
Con le donne le è andata meglio però.
Certo perché le donne sono di gran lunga superiori agli uomini. Fantasia, inventiva, allegria. Più di questo non si può sperare di incontrare.
Gino Paoli che tipo di uomo è?
Uno che non è nemmeno morto.
Intervista tratta dall’ultimo numero cartaceo di Rolling Stone dedicato a Genova e uscito a febbraio 2026.