Gigi Masin: quando i sogni non hanno un’età | Rolling Stone Italia
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Gigi Masin: quando i sogni non hanno un’età

L'artista veneziano, campionato da Björk e riscoperto in una bancarella di dischi usati, è riuscito a realizzare i suoi sogni a sessant'anni e ora gira il mondo con le sue composizioni ambient. Il suo ultimo disco 'Vahiné' è dedicato alla memoria di sua moglie

Gigi Masin

Foto: press

La carriera di Gigi Masin è tra le più particolari nel panorama italiano. Masin cresce e vive nella sua Venezia dove sogna di riuscire a fare il musicista a tempo pieno, ma per lungo tempo questo non accade. Studia musica da autodidatta, prima chitarra, poi piano, e si cimenta tra tv regionali e teatro dove impara ad utilizzare registratori a «bobine, giradischi al rovescio e tutta una serie di accrocchi tecnici per creare sottofondo sonori». A trent’anni, nel 1986, pubblica il suo primo lavoro Wind, una splendida gemma ambient che ben preannuncia l’estetica sonora dell’artista, un’emotività analogica strumentale (le poche voci sono più dei colori) capace di smuovere i sentimenti. Ai tempi, però, nulla accade e Masin prosegue alla sua vita di sempre, tra lavoro e famiglia, continuando però a sognare.

«Aver suonato musica e aver sognato musica per tanto tempo mi rende un alieno rispetto a ciò che c’è intorno», mi racconta in una lunga chiacchierata su Zoom. Oggi Gigi Masin ha 67 anni e da qualche anno è finalmente riuscito a trasformare il suo sogno in realtà. C’è voluto tanto tempo, tanta pazienza, e anche una buona dose di fortuna, ma da qualche tempo il suo nome appare con regolarità nelle manifestazioni, nelle radio e nei magazine legati al vasto mondo della musica elettronica di tutto il mondo. E così ha iniziato a viaggiare («amo prendere l’aereo»), a portare la sua musica ovunque, dal Giappone all’Australia, trovandosi di fronte ad un pubblico di tutte le età che lo venera come un maestro: «Continuerò a ringraziare chi ha cercato tra i dischi usati e mi ha trovato. Ha cambiato la mia vita; ora ho smesso di fare altri lavori e faccio solo fare la musica: è una grande responsabilità, ma non siamo noi i primi a credere in noi stessi è poi inutile lamentarsi».

La vita di Gigi Masin infatti cambia proprio grazie ad una bancarella di dischi usati. È così che la Music From Memory, un’etichetta indipendente di Amsterdam specializzata nella ripubblicazione di materiale raro e oscuro andato “perso” o “dimenticato” lungo le trame della storia della musica, si imbatte proprio in quel suo primo disco, Wind, e se ne innamora, scoprendoci all’interno una modernità sonora invidiabile. Di anni ne sono passati quasi trenta, ma quel disco è ancora un’opera contemporanea per suono, idee, timbriche. Music From Memory propone quindi a Masin una raccolta antologica di quel periodo anche se, come racconta il compositore, molto di quel materiale era andato perduto a causa di un’alluvione. «Quando mi hanno contattato ho detto che volevo conoscerli di persona; non lavoro con nessuno se prima non ho un rapporto umano, per me è fondamentale. Quelli di Music From Memory sono bravissime persone per cui gli ho affidato volentieri dei brani che avevo e questi sono stati racchiusi in una raccolta, Talk To The Sea, che è stata la porta che mi ha aperto a tutto questo».

Ma non è questa la prima volta in cui Masin riesce ad uscire dalla laguna. Un primo passo (o come dice lui «un’entrata dalla porta di servizio») era già stato fatto nel 2002 quando Björk decide di campionare la sua Clouds (tratta da Les Nouvelles Musiques de Chambre, Vol. 2 del 1989) per il singolo It’s in Our Hands. Anche se la storia, come racconta il compositore veneziano, è un po’ differente: «Qualcuno ha detto che il plagio è una grande forma di rispetto. Io sono felice e onorato quando la mia musica viene usata altrove, ma non mi piace quando viene presa da qualcuno che ci guadagna sopra senza coinvolgermi. Quindi ecco come è andata: Björk ascolta un disco dei To Rococo Rot e si innamora di un loro pezzo, Dis Dinge des Lebens e decide di campionarlo. Si sentono e si accordano su tutto, ma c’è un problema: il brano dei To Rococo Rot contiene un sample della mia Clouds che la band non mi aveva riconosciuto. Io vengo a conoscenza del fatto che mi stiano escludendo e mando il disco originale all’etichetta di Björk. Come è finita? Che tra gli autori del brano di Björk ci sono i nomi di tutti, il mio come quello dei To Rococo Rot. Hanno voluto fare così: ero uno sconosciuto e forse dare luce ad uno sconosciuto non era vista come una cosa professionale, quindi hanno deciso così».

Da un disco registrato «senza velleità, con la sola voglia di esprimermi» ai concerti in giro per il mondo, Gigi Masin si ritrova a quasi settant’anni a vivere il sogno di una vita: «Non ho mai smesso di sognare. Da ragazzo ho fatto un disco, che pensavo sarebbe stato il mio primo e ultimo. Ma ho sempre continuato a fare musica e alla fine questo sogno si è avverato, anche se un po’ in ritardo». Ma di certo non è stato facile attendere: «La musica è il mio linguaggio. È il mio angolo interno in cui conservo le cose più care e da cui emergono emozioni molto dirette e primitive, non filtrate. Io non riesco a non fare musica. Quando non l’ho fatta è stato per i miei figli – ho due gemelli che ora hanno 18 anni – per il lavoro che era troppo pesante. Quando non hai riscontri a volte ti stanchi, vuoi mollare tutto, dire basta».

Ma cosa significa riuscire a realizzare i propri sogni dopo una vita ad inseguirli? «Quando avevo 25 anni pubblicare un disco era impossibile. Era bello fare gli scioperi, era bello fare le manifestazioni e prendere le botte ma al di là di quello non c’era un futuro. Per quello fare musica e ritrovarsi era una scelta di posizione per costruire un futuro rispetto alla vita che stavi affrontando. Ho speso molto tempo a sognare di far musica che ora pensare che stia accadendo lo percepisco quasi come un qualcosa di aleatorio. Per questo sono ancora emozionato e felice quando faccio un concerto o un disco. Dovremmo ringraziare sempre della possibilità di far queste cose, è un mondo difficile e riuscire a fare poesia è un miracolo. Se non hai gioia a fare questo mestiere significa che hai sbagliato».

Il successo di Gigi Masin però, come spesso accade, non è però arrivata dall’Italia, ma dall’estero, da Music From Memory, da Björk. Anche la sua pagina Wikipedia è molto più dettagliata in inglese rispetto che in italiano: «Quando suono all’estero mi dicono cose come “chissà quanto suonerai a Venezia”, ma io qui ci ho suonato pochino, solo quando mi invitavano i russi, i francesi o gli amici di Argo 16. La difficoltà che c’è in Italia non è compresa all’estero, ma la difficoltà fa parte di essere italiani. È una cosa che devi accettare e magari provare a risolvere. Sicuramente quando sei italiano ti devi sobbarcare qualcosa in più rispetto ad un certo estero».

Un problema culturale o puramente di settore? «È un problema organizzativo e di ascolto. Io non faccio storia, non sono un ragazzino e suono in Italia perché faccio concerti all’estero, il problema lo risolvo io, al contrario. La difficoltà è per chi inizia a suonare partendo dall’Italia. In quel caso è molto difficile iniziare a suonare, non gratis, con quel minimo di rispetto dovuto. E su questo sono incazzatissimo. Vedo anche una certa preferenza di locali e festival a chiamare artisti stranieri piuttosto che pari italiani: è un problema culturale ampio. E non è un problema di soldi, i soldi ci sono, basta vedere Venezia: qui di amici ne ho pochi (parlo troppo, ma non è un problema), ma di soldi ce ne sono e guarda per cosa vengono usati. Non è possibile che una città così non abbia strutture per chi inizia a suonare e ha bisogno di esprimersi. Queste sono volontà politiche, l’apparato di welfare sociale e politico è inesistente, sordo e muto. E questo si può cambiare solo con un atteggiamento sociale e politico diverso. Fare dischi e restare in salotto per me non è il massimo della vita».

Non solo una fruttuosa carriera solista, ma anche una serie di progetti collaborativi intriganti come Tempelhof e Gaussian Curve. È di qualche settimana invece, Vahiné (pubblicato per la Language of Sound di Alessia Avallone), il suo ultimo disco dedicato alla moglie scomparsa, non un atto terapeutico («non sarei in grado di fare musica sotto effetto del dolore, o della gioia»), ma un’espressione inconscia, primitiva, di comunicazione personale: «La vita mi ha messo davanti a questa situazione; ho perso mia moglie. È stata una cosa lunga e molto pesante. La malattia ha coinvolto e sconvolto tutta quanta la famiglia. Ma non volevo fare un disco di ricordi e tristezza: quando le persone escono dalla tua vita in quel modo devi raccontare il rispetto, il privilegio e la gioia di aver condiviso la vita e gli anni con questa persona. Nel dolore, nella disperazione, sono convinto che si nasconde la fiammella che ti aiuterà ad andare avanti e a vedere il bello di quello che è stato. Il passaggio dalla vita alla morte è un percorso di cui nessuno parla, ma che tutti affrontiamo. Mia moglie era impossibilità a muoversi e l’idea del ballo, della festa, della danza mi è sembrata la giusta risposta, l’esplosione di vita che nasce da qualcosa di tragico e estremamente dolorosa». Perché la musica è tanto, ma non tutto: «La musica fa parte di una dimensione che trascende il quotidiano della vita, è un’espressione che nasce quando il tuo inconscio desidera comunicare e registrare delle sensazioni che hai. Altrimenti o piangi o ridi; la musica è importantissima, ma la vita è altro. Non la vorrei confondere».

Masin è di un’educazione e di una gentilezza estreme, ma è anche molto deciso nei suoi pensieri. Un alieno in questo ambiente, certo, ma prima di tutto (e soprattutto) un’artista che ha fatto della sua onestà intellettuale e compositiva un segno distintivo che alla fine, anche se dopo molto tempo, lo ha finalmente premiato. La nostra chiacchiera quindi non può che concludersi su questo punto: «In questo mondo preferirei incontrare solo poeti e grandi artisti, ma a volte semplicemente incontri persone che non lo sono e che credono di esserlo. E questo deve farti pensare che anche tu devi essere molto onesto con te stesso. Bisogna sapersi accettare, ma è un qualcosa che richiede tempo».

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