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Gigi D’Alessio: «Per 50 anni sono stato educato, ora non me ne frega più un cazzo»

Ce l'ha con i critici «che non distinguono un pianoforte da una cucina». Qui parla dell'album 'Buongiorno', dei talent, dei rapper che sono come i neomelodici perché vengono dai rioni popolari

Gigi D'Alessio

Foto: Fabrizio Cestari

È un po’ di tempo che per Gigi D’Alessio sembra iniziata una nuova vita professionale. Lo show Vent’anni che siamo italiani è stato un successo anche in replica e ha rafforzato il suo personaggio di musicista che ha sempre messo il pubblico davanti a tutto, cercando di comprendere le novità che “funzionano”. Ecco perché, poco più di un mese fa, è tornato con Buongiorno, un album di 16 tracce in cui reinterpreta le sue hit precedenti al successo di Non dirgli mai a Sanremo 2000. Quelle, per intenderci, di quando era considerato solo un cantante neomelodico. Ad accompagnarlo in questa avventura ci sono rapper e trapper che hanno ripensato, riarrangiato e riscritto insieme a lui i pezzi: Boomdabash, Clementino, CoCo, Enzo Dong, Franco Ricciardi, Geolier, J-Ax, LDA, Lele Blade, MV Killa, Rocco Hunt, Samurai Jay e Vale Lambo. Il pubblico ha premiato il progetto facendo debuttare Buongiorno al primo posto in classifica. E poco importa se in vetta ci è rimasto una sola settimana: ha dato visibilità a canzoni napoletane che solitamente non vanno in classifica. Con lui parliamo un po’ di tutto: da Sanremo a The Voice Senior, dove sembra sarà uno dei prossimi coach.

Con Buongiorno hai portato Napoli al primo posto in classifica, appena è uscito.
Hai visto che bella soddisfazione? Questo fa capire che la lingua napoletana è qualcosa di meraviglioso. Sono canzoni senza tempo. Ho preso dal mio repertorio dal 1993 al 1998 brani che per i giovanissimi sono degli inediti, mentre per i loro genitori sono pezzi storici. Ci vuole coraggio.

Che intendi?
Ci vuole curiosità. Chi rimane nel proprio orto non va da nessuna parte. È stata una bella esperienza rivisitare queste canzoni senza perderne il cuore. Gli ho tolto un po’ di patina e ho levato la cornice.

Non è stata un’operazione un po’ paracula?
Perché? Se un disco piace un motivo ci deve essere. Non è stata una fiammata iniziale, un po’ di streaming e poi niente (dopo la prima settimana il disco è sceso in modo costante in classifica, ora è al 25esimo posto, ndr). Il motivo sai qual è?

Qual è?
Che queste canzoni piacciono. Non so se mi sono spiegato. La materia prima c’è. È come quando si prende il pesce fresco, poi cucinarlo male è un attimo. Queste sono hit che hanno 30 anni. E se una cosa dura da 30 anni vuol dire che è entrata nel cuore delle persone. Solo che le sonorità erano vecchie. I testi, invece, sembrano scritti oggi.

E l’interazione con il mondo urban, rap e trap com’è nata?
Guè Pequeno mi ha iniziato a questo mondo. Se le cose vanno bene uno tante domande nun se l’ha da chiedere (ride).

Nel disco c’è pure tuo figlio LDA.
A mio figlio Luca ho sempre detto che, se vuole fare questo lavoro, deve avere delusioni. Io ho preso tanti pugni in faccia. Luca l’ho inserito in questo progetto perché era un’operazione giovane. E poi l’ho lasciato solo: me ne sono uscito dalla sala d’incisione per fargli prendere le sue responsabilità.

E lui?
Mi chiedeva, in lacrime, se fossi sicuro, ma l’ho fatto solo perché era un lavoro nelle sue corde. Non alzerò mai il telefono per raccomandare mio figlio. Gli vorrei male.

Gigi D’Alessio e Clementino. Foto: Fabrizio Cestari

C’è un parallelismo tra rap e la tua musica degli esordi, che definivamo neomelodica?
Questi ragazzi sono nati e cresciuti nei rioni popolari. In queste case, già dagli anni ’90, si ascoltavano le mie canzoni. Non solo a Napoli. Ho raccontato la vita di tutti. Molti si ritrovano, pensano che abbia scritto della loro vita. Tutti vogliono dare un’etichetta alla musica, ma la musica non ha etichette. La musica è una, è come la vesti.

E come le hai vestite, queste canzoni?
Sono fatte di cemento armato, non di legno che se arriva un temporale un po’ più forte non reggono. Nel mio caso c’è la canzone. I rapper non scrivono il brano e vanno in sala d’incisione. È l’inverso: prendono un beat, la cosa più figa, e poi ci scrivono sopra. Spesso il pezzo non ha una linea melodica o armonica, ma un solo accordo. In questo caso è la mia canzone, la mamma di tutto. Solo dopo sono state messe le sonorità moderne. Sono cambiati i suoni, ma il senso della melodia e dell’armonia – che nei miei brani sono anche abbastanza complesse – è complicato, non ci sono tre accordi.

Effettivamente al tuo primo Sanremo, nel 2000, se ne accorse pure Gino Paoli che ti fece i complimenti proprio per la linea melodica.
In quell’edizione cantai Non dirgli mai. Oggi, a distanza di 20 anni, gli insegnanti la fanno studiare agli allievi per superare l’esame di armonia. Hai capito? Uno che fa musica capisce davvero la difficoltà. I miei musicisti, quando devono fare i concerti, sudano sette camicie.

Ma i brani in napoletano li canti ancora in concerto?
Come medley. Perché è come se fossi un duo, se avessi due carriere: quella di cantante napoletano e quella di cantante italiano. Ecco perché nei concerti ci sono sempre una cinquantina di brani.

Ma passare dalle canzoni in napoletano a quelle in italiano non ti ha fatto perdere un po’ d’identità? Voglio dire, i brani in napoletano arrivano in maniera molto più diretta.
Perché quella è la mia lingua madre. Quella straniera è l’italiano. Fino a pochi anni fa se si cantava in napoletano si veniva ghettizzati. Ho dovuto prima acquisire una credibilità, però i numeri li ho fatti con i brani in italiano. Non dirgli mai ha venduto un milione e 800 mila copie. E poi Non mollare mai, Quanti amori, Il cammino delle età, Un nuovo bacio sono successi che conoscono pure quelli a cui sto sul cazzo.

Ma è vero che a Sanremo non volevano cantassi una strofa di Non dirgli mai in napoletano?
Sì, c’era una frase nel brano e all’epoca fu uno scandalo. I discografici mi dissero che non se ne parlava proprio e così gli autori del festival. Mi dicevano: “Ma con queste due lingue, dove vai?”. Alle prove ho fatto finta di cantarla in italiano e sul palco l’ho fatta in napoletano.

E non ti hanno eliminato…
E perché? Mica ho bestemmiato!

Beh, non si può cambiare il testo in gara.
Ma ho detto una sola frase. E comunque il brano era in napoletano. Loro non volevano perché pensavano fosse volgare, neanche avessi detto “L’ho messa a pecora” (ride).

Resta che la stampa a Sanremo non ti ha mai amato.
C’è sempre stato un rapporto di odio-amore. Quando si costringe la stampa a parlare di un prodotto, come è successo con me, gli vai sul cazzo. Se invece è la stampa che tira fuori un prodotto allora sei figo. Nel mio caso non ho mollato perché ho sempre pensato che i giornali non tolgono o aggiungono nulla, il vero giudice è sempre il pubblico. Dopo 30 anni sono ancora qua, i giornalisti si sono arresi. Si sono concentrati su qualcun altro.

E tu come la vivevi questa cosa di avere la stampa contro?
Mi sono sempre sudato tutto e ho studiato. Non parlo di musica per sentito dire: mi posso sedere e parlare con Riccardo Muti. Da ragazzo ho diretto l’Orchestra Scarlatti e a 30 anni la London Symphony Orchestra. Che cazzo devo fare di più? Magari si potesse parlare spesso di musica nei dettagli, ma ci sono molti giornalisti che non distinguono il pianoforte da una cucina.

Ah, proprio così?
Sai che c’è? Io fino a 50 anni sono stato educato, ora non me ne frega più un cazzo. Che devo fare più? Ho fatto 15 tour mondiali, ho fatto concerti al Radio City Music Hall di New York e all’Olympia di Parigi. Per dimostrare a chi, poi?

Però devi ammettere che il pubblico, a volte, non premia sempre canzoni belle.
Assolutamente, ma comunque comanda il pubblico. Il fatto è che siamo abituati al successo usa e getta. Bisogna vedere se, fra 20 anni, ci sarà ancora quel pezzo, se dura nel tempo. Se cantiamo ancora Un’avventura di Battisti un motivo ci sarà.

Torniamo a Sanremo. Nel 2017 la giuria di qualità ti fece arrabbiare.
La giuria di qualità ha dato zero a me e Al Bano che con il televoto volavamo. Poi non so i meccanismi, ma almeno un punto me lo potevano dare. Se facciamo un campionato tutti dobbiamo iniziare da zero.

Il problema è che il televoto premia quelli dei talent o chi ha molto richiamo tv, a discapito, magari, di un bel brano. È complicato.
E allora non ci chiamare. Perché i cosiddetti big vengono invitati, non è che si propongono. Per me Sanremo è la vetrina più importante del mondo. Tutte le volte che ho fatto il festival ho avuto le mie belle soddisfazioni.

Lo condurresti Sanremo?
Ma certo. Non ho paura di niente. Con Amadeus è in ottime mani, ma se fra dieci anni me lo chiedessero perché no? Ho le mie idee, è musica, è il mio mestiere. Certo non posso andare a fare Medicina 33.

Sei stato coach a The Voice of Italy. Perché da quel talent non esce mai nessun cantante?
Spariscono perché non c’è un progetto valido. All’epoca dissi che il vincitore sarebbe dovuto andare, di diritto, a Sanremo, anche tra le Nuove Proposte, come succedeva a Castrocaro.

E che ti dissero?
Che lo avrebbero fatto, che era giusto, ma dopo le cose si perdono per strada.

Sei accreditato tra i coach The Voice Senior su RaiUno. Lo farai?
Posso solo dire che c’è un interesse e ne stiamo parlando.

Recentemente Renato Zero, durante la presentazione del nuovo album, ha lanciato una frecciatina ad Achille Lauro. Tu che pensi delle nuove leve?
La cosa peggiore è giudicare gli altri. Quando una persona fa successo non bisogna farsi troppe domande. Se io non capisco una cosa è un mio limite. Per me ogni canzone è un’opera d’arte: solo dopo posso dire se un brano mi piace o mi fa cagare. Poi il parallelismo tra anni ’80/90 e 2000 non lo possiamo proprio fare e sai perché?

Perché?
È cambiato tutto. Oggi il giudizio su un disco è immediato. In un’ora ho capito che Buongiorno stava avendo successo: su Spotify ho visto 18 mila persone collegate e mi sembrava Capodanno. E poi prima c’era il direttore artistico della casa discografica. Oggi dove sta? Prima investivano su un artista sei anni, oggi se il primo singolo non va sei fuori. La generazione mia e di Renato non aveva i talent, ma Renato ha scritto la storia, che cazzo gli vuoi dire? Abbiamo fatto più gavetta e forse è stata la nostra salvezza.

Addirittura…
Se uno prende la patente e gli danno il Ferrari, poi che si aspetta? Noi avevamo una tavola di legno con quattro ruote, ci facevamo lo sterzo e ci giocavamo. I matrimoni, le comunioni, le feste di piazza, mi hanno insegnato un sacco di cose. Nel Sanremo 2017 ho portato La prima stella, un brano in 5/4. I musicisti dell’orchestra mi hanno fatto la standing ovation, anche quando nella serata delle cover ho portato L’immensità. È una questione di gavetta e studio. Oggi, purtroppo, tutto si consuma presto e tutto è simile. In radio non ti accorgi di chi canta. E poi ci sono i cantanti che fanno il successo delle canzoni e le canzoni che fanno il successo dei cantanti.

Cioè? Fammi un esempio.
Quando fai il mio nome non dici “Gigi d’Alessio, quello che canta quel brano”. Sono riconoscibile. È come chi è bravo perché è famoso o è famoso perché è bravo.

Capito. Chi ti piace delle nuove leve?
Ultimo è qualcosa di meraviglioso. Lo stesso vale per Achille Lauro.

Chi non ti piace?
I cantanti vedo se sono bravi quando faccio i programmi tv. Al giorno d’oggi con l’AutoTune sono bravi tutti, tutti possono fare un disco, ma poi dal vivo si vede chi vale.

D’Alessio, mi stai svicolando.
No, no, ma mi permetto di dire se uno è bravo solo quando mi metto con lui al pianoforte. Non uso il pregiudizio usato nei miei confronti.

Allora facciamo così: tra le canzoni nuove quali ti piacciono e quali no?
Chega di Gaia. Bravissima, con quel brano in portoghese.

E Ricordami di Tommaso Paradiso che è stato molto criticato?
Lui per me è bravo. Ho letto che dicono che sembra da cartone animato. Sai, magari puoi proporre un brano nel quale credi, ma agli altri non piace. Se sei bravo lo sei sempre, non in base ai singoli che tiri fuori. Non avere paura, per me, è meravigliosa. Io posso dire pure che Heidi mi fa cagà (ride).

Ho capito vuoi fare il diplomatico. E che mi dici del fatto che, adesso, l’interesse verso di te è cambiato? Ora sei molto considerato, ti hanno rivalutato.
È sbagliata, per me, ‘sta cosa. Mi devi considerare sempre, non in base al disco che esce: Conte è sempre Conte, Vasco è sempre Vasco, Liga è sempre Liga. Ora sono considerato figo. Meno male.

Ti senti un tipo rock?
Sì, sono rock nella testa: mi piace capire, divertirmi, scoprire. Altrimenti fai sempre le stesse cose. Il rapporto con il pubblico è come una donna, va alimentato. Se le porti sempre i fiori si rompe i coglioni. L’equilibrio nella vita è essenziale, ti fa andare avanti.

Che mi dici della situazione Covid-19?
Mi auguro che possa finire al più presto. Forse ci ha fatto capire quali sono le cose vere. Corriamo tutti senza avere un traguardo. Il lockdown ci ha messo tutti quanti ‘ncoppa ‘o stesso piano. Lo capiremo più avanti, stiamo navigando a vista.

La più grande rivincita lavorativa?
Quando, dopo vent’anni, a Sanremo hanno riscoperto Non dirgli mai, che era stata un po’ bistrattata. Sono più forte delle mie canzoni.

L’incazzatura lavorativa, invece?
Quando non ho deciso io su una canzone. Siccome ci metto la faccia devo sempre avere l’ultima parola. Perché si tratta di me.

Cos’altro stai preparando?
Mi sto concentrando per avere lo stadio San Paolo di Napoli. Vorrei iniziare il mio tour da lì. Poi condurrò il Galà di Telethon con Rocío Muñoz Morales e Serena Rossi il 12 dicembre, su Rai 1.

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