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Gianni Togni: «Non porto le mie hit in tv, la dignità conta più dei soldi»

L'autore di "Luna" torna con il disco "Futuro improvviso". E dopo gli show con Jovanotti, racconta perché è sparito dai giri, dopo aver rifiutato ospitate e reality per non alimentare la "marmellata-revival" che domina la musica

Gianni Togni. Foto di Laura Camia

Luna, Giulia, Semplice: alzi la mano chi, almeno una volta, non si è rovinato le corde vocali cantandole al karaoke. Bastano queste tre canzoni per far entrare di diritto Gianni Togni nell’Olimpo della canzone pop degli anni ‘80. Brani che hanno superato a pieni voti la prova generazionale, anche grazie a qualche cover, ma che sono solo una piccola parte di una lunga carriera iniziata nel 1975 e che non si è mai fermata. Un percorso in cui ci sono stati momenti di crisi, pause, ritorni e cambi di prospettiva, che Togni, 63 anni, racconta con la serenità di chi sa di essere stato coerente con se stesso.

Se vi siete chiesti perché – a differenza di molti colleghi – negli ultimi anni Togni non si sia visto molto in televisione, magari in trasmissioni revival e reality, la risposta è semplice: «Non ci penso neanche». Per lui ci sono il suo studio, le sue canzoni, e un sacco di vinili che ordina su Internet: «Mi deve arrivare l’ultimo di Lana Del Rey». E poi ora è tempo di concentrarsi su Futuro Improvviso, nuovo lavoro in uscita il 20 settembre e prodotto dalla sua etichetta. Lontano dai grandi numeri del passato, dalle major, dalle radio, ma con la stessa passione di sempre. Un disco «pieno di tutti i miei riferimenti musicali», dice Togni, che ha avuto un’estate caldissima: prima con Jovanotti che ricanta la sua Luna e poi con una esibizione al Jova Beach Party davanti a 40.000 persone.

Il 20 settembre esce Futuro improvviso. Che disco è?
Lo definirei pop rock, soprattutto nel suono. Ho registrato tutto in analogico, su nastri. I PC li ho usati solo per le demo.

Immagino un processo lungo. Perché lo fai?
Sono fissato con il suono. Le cose che escono oggi suonano tutte uguali, sembrano marmellata. Ho fatto anche due mix e due master diversi, per il CD e per gli mp3, in modo che il suono non si distruggesse. Dopo tre anni non me la sentivo di comprimere tutto.

Nel 2019 qual la maggiore difficoltà che riscontri nel fare un disco?
Sono fuori dalle dinamiche delle multinazionali, faccio un po’ quello che mi pare. Ho la mia etichetta. Se dovessi dipendere da soldi di altri, probabilmente avrei budget limitati.

Il mercato poi è cambiato tanto.
Infatti. Una volta firmavi per due, tre, quattro dischi. Ora per una canzone. Si sono aperti tanti spazi per persone che avrebbero fatto fatica a farsi conoscere, dall’altra parte si è perso in qualità. Conta più l’idea, il look, la novità. Da qual poco che ho ascoltato comunque li confondi tutti.

Chi ti piace della nuova generazione di cantautori italiani?
Non saprei dirti, ascolto praticamente tutte cose straniere, ma mi rendo conto che dovrei approfondire.

E di straniero?
Mi piace Bon Iver, mi piace il nuovo dei National, e trovo che l’ultimo dei Vampire Weekend sia bellissimo, così come quelli di Andrew Bird e Glen Hansard. Poi vabbè ascolto da sempre U2, i REM. Nel disco ho cercato di raccogliere tutti i miei riferimenti musicali di sempre. Le tracce sono molto diverse l’una dall’altra.

Ma di italiano non ti piace proprio niente?
No, non molto. Ho provato anche a farmi scrivere testi da qualche giovane autore, ma niente, non ce l’abbiamo fatta.

Perché?
Perché scrivo in inglese, e poi bisogna trasformare le parole in italiano. Gli spazi sono diversi, le metriche pure. Tutti entusiasti all’inizio, ma poi si tirano indietro, perché non è semplice.

Chi avevi chiamato?
Non te lo dico, ma è gente che lo fa di mestiere. Grande euforia via mail, ma pochi risultati.

Quindi hai scritto tutto da solo?
Sì, tranne un paio di brani con Guido Morra, mio storico collaboratore.

Perché gli anni ‘80 tirano ancora così tanto, secondo te?
Era un’epoca in cui ci si affezionava ai dischi, li ascoltavi per giornate intere. Ora li senti una volta e passi al prossimo. Quindi c’è un ritorno ai classici.

A proposito, Luna, uno dei tuoi più grandi successi, è stato recentemente ricantato da Jovanotti per festeggiare i 50 anni dell’allunaggio. Come è andata?
Pensa che non ne sapevo nulla. Mi ha scritto un amico, e mi fa: “Hai sentito che Jovanotti ha rifatto Luna?”. Pensavo si fosse sbagliato. Il giorno Lorenzo mi ha scritto che mi aveva tenuto all’oscuro per paura del mio giudizio.



E qual è il tuo giudizio?
Mi piace. Non l’hanno copiata né stravolta. Certo, io l’avrei registrata in analogico.

Non avevo dubbi. E al Jova Beach Party, dove sei stato ospite, ti sei divertito?
Moltissimo, c’era davvero un sacco di gente. La parte più bella è quella che non si vede, dietro il palco, organizzato con tante piccole tende utilizzate come camerini.

Hai letto le polemiche con gli ambientalisti?
Le ho lette, sì. Non sono un biologo, quindi non saprei dirti. Quello che ho visto è un grande spettacolo e un grande rispetto per i luoghi visitati. Chi ha ragione non lo so, ma sicuramente quando fai qualcosa di grande attiri le critiche. È inevitabile.

Parlando di grandi iniziative, non possiamo non parlare del remix zarrissimo di Giulia fatto da Dj Lhasa?
Lì, a differenza di Jova, hanno dovuto chiedermi il permesso, perché hanno cambiato la struttura del brano. Non è il genere che ascolto di solito, ma l’ho trovata interessante. In altri casi ho detto di no.

Poi ti ha fatto conoscere anche alle nuove generazioni.
Vero, anche se non mi è mai interessata molto la popolarità. Per me c’è arte se si mantiene una linea che abbia un senso.

Forse, in fondo, sei un po’ zarro anche tu?
No, no, giuro! (ride). Però ho apprezzato l’originalità. Per farti capire, non riesco ad ascoltare rap italiano dopo che aver ascoltato Kendrick Lamar. La differenza è così abissale che neanche mi metto. Lì invece ho trovato una costruzione chiara.

Di ben altro tipo la rivisitazione di Luna che hanno fatto per le elezioni comunali di Bari.
Davvero una cosa senza senso. Non capisco proprio come si possa prendere un brano di un autore, senza informarlo, e cambiare le parole e utilizzarlo per fini politici.

Bari tu mostri solamente la tua parte migliore, ma da quando c’è Decaro, tu non sei uno splendore…
Una tristezza incredibile. Avrei potuto agire per vie legali.



Perché non l’hai fatto?
Perché il senatore mi ha chiamato, scusandosi, dicendo che era una boutade che doveva rimanere nell’ambito local. Solo che poi è diventata virale.

Perché era terribile.
Forse sì. Altrimenti dubito me ne sarei accorto. Comunque spero non capiti più.

A Vasco è successa la stessa cosa qualche giorno fa, con la sua canzone utilizzata dal Movimento 5 Stelle.
E ha ragione. Non si può fare, c’è una legge. Se gente che fa politica non conosce la legge, deve cambiare mestiere.

Non ti si vede molto in TV, a differenza dei tuoi colleghi. Perché?
La TV mi piace poco e la uso con parsimonia. A volte è necessario, ma ci vado solo se non trovo niente di banale.

Ti hanno proposto cose tipo Music Farm o Ora o mai più?
Quasi quotidianamente. Tutti programmi in cui dovrei cantare le canzoni vecchie, ma non ho bisogno di fare queste cose. Io non voglio fare pubblicità ai programmi con le mie canzoni.

Se fossero ospitate per fare brani nuovi?
Ci andrei volentieri.

Però è difficile resistere ai soldi, no?
Non ho mai pensato ai soldi in vita mia. In una recente intervista Penelope Cruz, ha detto: “sapete quanti soldi ho rifiutato per mantenere la mia dignità?”. Ecco. Faccio una vita semplice, non sono ricco, non sono povero. Invece di comprarmi la macchina, faccio i dischi.

E dei talent che ne pensi?
Non lo so, provengo da una scuola diversa. Vorrei che i giovani capissero che c’è anche un altro modo. Che si può fare questo mestiere suonando. Ci sono strade trasversali che si possono intraprendere. Andare direttamente in televisione, senza un’abitudine, può fare molti danni. Senza parlare dell’effetto karaoke.

Che pochi riescono a eliminare.
Esatto. Non ci sono canzoni nuove, sempre la stessa solfa. Pure gli autori sono sempre quelli, così come i produttori e le etichette. I ragazzi diventano un po’ animali da gestire in un grosso circo. Ho scritto una canzone nel nuovo disco che parla di questo. Tutti ridono, sono tutti felici ma a nessuno importa quello che succederà dopo. Una volta che sei stato lì, ricominciare è difficile. Potrebbe diventare tutto più interessante, se si abbandonassero alcuni schemi.

Anche Sanremo non ti piace, infatti non ci sei mai andato.
Assolutamente no. Un mio brano però è finito sul palco di Sanremo, cantato da Massimo Ranieri.

Non ci hai mai provato, neanche negli anni ‘80?
Mi spingevano ad andare, c’è stato un anno che ho rischiato di finirci, ma Pippo Baudo mi ha salvato, scartandomi. Lo ringrazio ancora quando lo incontro.

Cos’è che non ti piace del Festival?
Non mi piacciono le gare. Non si possono mettere in competizione artisti diversi tra loro.

Anche perché una volta se ti andava male, potevi giocarti la carriera…
Sì, e poi ci sono un sacco di costrizioni. Devi stare nei tre minuti, mettere gli archi, non ha senso. Ora forse è un po’ diverso.

Lo guardi almeno?
Una o due puntate, così ascolto tutti i brani.

Ti è piaciuta Soldi?
Sì, mi piacevano questa e quella di Cristicchi. Poi n’erano diverse buone ma nessuna ma nessuna particolarmente bella. Quando andava Zucchero, anche se si classificava ultimo, sapevi che portava un bel pezzo. Vasco pure. Negli ultimi tempi faccio un po’ fatica.

Quindi non ti vedremo mai all’Ariston.
In gara no, ci andrei come ospite. Ma non credo succederà mai (ride).

Canteresti le canzoni vecchie?
Solo se potessi cantare anche quelle nuove.

La copertina di Futuro improvviso, disponibile dal 20 settembre e in pre-order dal 13

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