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Gianni Maroccolo: «Canto la follia con Edda e Don Backy»

Il nuovo album del musicista di Litfiba e CSI 'Alone Vol. IV' è dedicato alla mente. Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con lui sui temi della pazzia, della diversità, dell'emarginazione

Gianni Maroccolo

Foto: Francesco Ballestrazzi

Il progetto Alone, il cosiddetto “disco perpetuo” di Gianni Maroccolo giunge al quarto capitolo, intitolato Mente, che riassume alla perfezione le anime del musicista. Assalti elettronici, echi new wave, ispirazioni ambient, suoni acidi e furiose cavalcate di basso e batteria fanno da sottofondo al tema del disco: la malattia mentale. È ancora uno dei maggiori tabù della società contemporanea e l’ex CSI l’ha affrontato con la libertà che da sempre caratterizza la sua arte.

Leggo che con il quarto volume si chiude il primo ciclo del disco perpetuo. Che cosa significa?
Quando siamo partiti, per capire se avessimo avuto modo di avere un minimo di sostegno economico, abbiamo deciso di mettere in piedi una campagna abbonamenti: comprando in blocco i primi quattro volumi, gli acquirenti avrebbero ricevuto anche un volume zero non in commercio. Era anche un modo per capire quanti avessero fiducia nel sottoscritto e per dare un po’ di liquidità alla Contempo Records che aveva creduto nell’esperimento. Ci aspettavamo una quarantina di abbonamenti. Ne sono arrivati più di 300. In questo senso si chiude un ciclo. Ci eravamo dati come scopo un percorso per capire se fossimo dei folli visionari o se una piccola idea come questa avesse una sua ragion d’essere. Ora dobbiamo solo decidere se ripartire con un nuovo abbonamento o fare semplicemente un nuovo volume.

Hai scelto un animale per ogni copertina dei volumi di Alone. In questo caso, prima di capire che si tratta di un tarlo, perfetto per un album sulla follia, ho pensato fosse uno scarafaggio. Quindi la prima associazione è stata Kafka e poi, con un salto della mente, sono passato a Pino Daniele. E tutto quadrava alla perfezione.
Ora che mi ci fai riflettere, Alone Vol. IV può tranquillamente essere definito un disco involontariamente kafkiano. Un ragionamento partito da presupposti di quel livello mi affascina e mi onora. Anche la questione di Pino Daniele, perché tanto ‘O scarrafone che Je so’ pazzo si sposano alla perfezione col tema generale del disco. Senza volerlo, è una chiave di lettura che funziona benissimo. In realtà, io ho volato molto più basso, scegliendo un insetto che nell’immaginario comune è indissolubilmente legato al tema della mente.

Il progetto si è evoluto strada facendo o già prima di questo primo ciclo avevi già deciso i macroargomenti? Al di là del tema, questo mi sembra il più a fuoco dei quattro.
Sono sempre partito con degli schizzi musicali, che si sono poi ampliati grazie ai contributi dei miei ospiti e che hanno preso forma strada facendo. È stato un crescendo volume dopo volume. Non so se questo sia il più bello, ma mi soddisfa, perché mi ha dato la conferma di essere riuscito a raggiungere uno step in più rispetto al precedente. Ho raggiunto una maggiore capacità di sintesi. È più asciutto, non ci sono suite, ma pezzi più corti con una presenza maggiore di voci e quindi di parole. Quando siamo entrati in quarantena, avevo tra le mani un’ora e mezza di spunti. Ognuno si riferiva a cose specifiche, senza un filo conduttore. Poi, più lavoravo e più mi rendevo conto che i contributi che mi stavano arrivando puntavano tutti in una direzione. In una settimana ho fatto il disco. Se dal mio punto di vista fosse stato al pari dei precedenti o inferiore, non avrei proseguito col progetto, nemmeno se avesse venduto più copie. E questo vale anche per il futuro.

La svolta è arrivata grazie a Sognando di Don Backy?
Direi proprio di sì. Stavo lavorando con Edda al disco gratuito Noio; volevam suonar e lui se n’è uscito con questa performance incredibile in cui interpretava il brano da un punto di vista femminile. Abbiamo quindi deciso di farlo sentire a Don Backy. Un giorno mi ha chiamato dicendomi che la donna che cantava il brano gli aveva messo i brividi e che l’arrangiamento che avevo creato rendeva ancora meglio il senso di pesantezza del suo testo.

Ne è nata una cosa alla Lou Reed di Gimmie Some Good Times, in cui a parlare sono le due personalità del protagonista.
Anche lui era uno che se ne intendeva di disturbi. La cosa più bella della versione cantata da entrambi è proprio quella: non è un dialogo tra un uomo e una donna, ma la descrizione dello sdoppiamento di personalità. Per anni, si è parlato del brano come del racconto di un uomo che impazziva per amore. Ai tempi era forse l’unico espediente per far accettare un argomento tabù come quello della malattia mentale. Chiunque l’abbia interpretato negli anni successivi ha sottolineato sempre e solo quell’aspetto. La cosa però era molto più inquietante e penso che questa versione sia riuscita a rendere giustizia a quello che aveva in mente davvero Don Backy.

Hai indagato il concetto di follia nella sua ambivalenza: da un lato la patologia vera e propria, dall’altro tutto ciò che devia dalla norma e fugge al controllo dell’ordine costituito. Ne aggiungo un altro, quello portato dalle condizioni socio-economiche. Parlando proprio con operatori di Napoli, ho capito che la malattia mentale dei rioni bene è ben diversa da quella dei ceti disagiati. Che ne pensi?
Credo che i concetti di cui parlo siano due stati dell’essere opposti, ma che hanno la stessa causa. Una situazione di vita non agiata può finire per generare una sorta di dissociazione, mentale o meno. Io non sono un sociologo, sono un ignorantone, ma mi pare evidente che i giorni che viviamo siano caratterizzati dalla ricerca ossessiva del profitto. Una ricerca che ha fondamentalmente a che fare con la gestione del potere e che ci costringe a una sorta di dualismo eccessivo e alla totale mancanza di cooperazione. Una separazione costante che fa comodo al cosiddetto sistema. Marcare le differenze tra noi esseri umani è sempre servito. Qualcuno inizia a dire che sei fuori di testa, altri si uniscono e in breve diventi un emarginato. E inizi davvero a perdere il senno, venendo poi escluso da tutto quello che consideriamo vita collettiva. Il rischio che quel tarlo vada a intaccare pesantemente la mente diventa quasi automatico. Quindi è vero che la condizione in cui vivi è segnante, ma è altrettanto vero che fa comodo tenere in quella condizione le persone ritenute pericolose per un giochino che ha bisogno di quello per continuare a funzionare.

Quando troviamo qualcuno che parla da solo sui mezzi pubblici ci spostiamo subito per paura che possa anche farci del male.
È così. Tutto si regge sul concetto di emarginazione. Sarò un sognatore, ma una società è forte quando ognuno di noi si considera una piccola parte del tutto. Se faccio del male a qualcuno lo faccio a me stesso. Se metto ai margini un essere umano, alimento un meccanismo che, prima o poi, potrebbe toccare anche a me. Il nostro corpo ragiona così: pensa se il fegato desse dello stronzo al cuore o lavorasse per emarginare un piede. Pensa alla natura. Ogni volta che accade un disastro ambientale parliamo di barbarie umana, perché capiamo che lo stiamo facendo a noi stessi. Siamo la specie più giovane, meno evoluta e più cretina del pianeta. Siamo presuntuosi, pensiamo che stiamo distruggendo la natura, quando in realtà la natura ce lo metterà sempre nel culo. Incassa, si riassesta e riparte. I primi a rimetterci saremo sempre noi. Una riorganizzazione sociale dovrebbe partire da questi presupposti. Ma non accadrà mai.

Siamo bravi a escludere il diverso, poi però siamo pieni di libri, dischi e arte in generale concepita da alcolizzati, tossici, gente dichiarata disturbata. Che forse ha aperto solo porte non raggiungibili da chi si circonda di quelle stesse opere.
Certo, perché siamo bravissimi a fare vivere d’inferno quei soggetti, per poi rivalutare tutto col tempo. Di fronte allo sconosciuto ci poniamo con arroganza, con la presunzione di aver già compreso tutto della vita. Nell’arte è successo infinite volte. Nel dubbio, meglio prenderli per pazzi, perché vanno a intaccare le nostre sicurezze. Li mettiamo subito in penombra e se c’è il minimo sospetto che si tratti di genialità, ancora di più, perché l’ordine costituito dà sicurezza. La diversità dà fastidio perché insinua il sospetto, è portatrice di tarli che possono mettere in discussione le nostre certezze. Il nostro frigo, la macchina, il giardinetto. Ho passato tanto tempo insieme a Claudio Rocchi. Non mi faceva mai sermoni, né tentava di darmi insegnamenti spirituali, ma un suo pensiero mi è rimasto scolpito nella mente e nel cuore: secondo lui, la bellezza della vita era quella di abbandonare continuamente il noto per l’ignoto. Una cosa che non fa parte delle peculiarità degli essere umani. Fa comodo che abbiamo paura dell’ignoto, di ciò che non si conosce. Ho la sensazione che negli ultimi vent’anni la caccia al diverso abbia continuato ad amplificarsi, assumendo proporzioni preoccupanti.

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