Gianna Nannini, un’altra ‘America’ con Marracash | Rolling Stone Italia
Cover Story

Gianna Nannini
Un’altra ‘America’ con Marracash

Dopo quasi 50 anni, Gianna ripubblica uno dei suoi pezzi più famosi insieme al rapper. Scelta dettata dal periodo storico, perché nel 2026 «il sogno americano si è sciolto». Conversazione tra due artisti che «non fanno la parte»

Foto: Antonio De Masi

A Milano fa caldissimo. Così caldo che l’asfalto è molle, e se ci cammini sopra lasci il segno. In alcuni punti sembra proprio sciogliersi, un po’ come si squaglia la Statua della Libertà sulla copertina del nuovo singolo di Gianna Nannini. Qui però non c’entra il climate change: a squagliarsi è il significato. Il sogno americano, nel 2026, entra facilmente in una coppetta di gelato. Il brano che uscirà il 3 luglio è chiaramente il rifacimento di America, uno dei pezzi più famosi di Gianna. L’ha ricantata, riprodotta, e ci ha aggiunto Marracash, «perché se vuoi fare qualcosa che spacca devi chiamare uno che dice la verità».

Apparentemente lontani, vedendoli insieme capisci che sono fatti della stessa pasta. Gente che va dritta, soprattutto quando nessuno intorno ci credeva. Lei che scappa di casa a 18 anni per fare musica, con il padre che la malediceva da lontano. Lui che cerca di andarsene non da casa ma dalla prima fase della sua vita, che in questa intervista definisce «una valle di lacrime». Lei rock, lui rap. Se ci pensate son due generi che han lo stesso compito. Disturbare, svegliare. Per questo unire le forze è stato semplice. Dalla prima pubblicazione di America sono passati quasi cinquant’anni. Il mondo era un altro posto. Meno caldo, meno polarizzato, forse un po’ più ingenuo.

Gianna cantava quel pezzo che era simbolo di sogni, di libertà personali e sessuali. Il brano fece scalpore, «in Italia mi tiravano i pomodori mentre in Germania suonavo con Elton John». E ora che l’America non è più quella roba lì, era tempo di rimetterci mano. Con Marra, che già nel suo ultimo disco cantava: «Chi vuole essere più americano a parte i rapper?» (Crash). Li abbiamo messi uno davanti all’altra. Ne sono uscite storie di vita, battute, una complicità gigantesca. Siamo nello studio di Gianna Nannini a Milano, e sì, anche qui fa abbastanza caldo. «Ve l’avevo detto che l’aria condizionata era rotta», dice lei appena entriamo. «Se vai di là fa più fresco». Quando dice di là intende la stanza dove tiene tutti i nastri originali dei suoi dischi. «Io fo’ tutto analogico eh, suona meglio».

Marracash: Alla fine avevamo già dei piccoli trascorsi. Ai tempi di King del Rap ti avevo chiesto l’autorizzazione per campionare Fotoromanza.

Gianna: È tutto un fotoromanzo!

Marra: Io ero già un tuo grande fan. Tra l’altro abbiamo fatto una mossa in anticipo sui tempi. All’epoca non si usava fare queste cose tra brani italiani.

Gianna: Ma ti ricordi quando ci siamo sentiti la prima volta? Io ero con Elodie, tempo fa. Mi hanno passato il telefono e c’eri tu, mi sa che era il tuo compleanno. Sei dei gemelli come me, no? Già lì avevo sentito il calore della persona. E se t’ho chiamato per rifare questa America c’è un motivo.

Marra: Qual è?

Gianna: Volevo fare qualcosa che spaccava. Chi chiami quando vuoi spaccare? Uno che dice la verità.

Marra: Questo pezzo in particolare è uno dei miei preferiti del tuo repertorio. E ti dirò che all’inizio avevo un po’ paura.

Gianna: Perché?

Marra: Eh, mettere le mani su un pezzo così iconico, fondamentale, fa un po’ paura, no?

Gianna: Però la cosa bella è questa. Chi se ne frega del passato, conta la variante, conta il futuro. Quindi se ci metti mano diventa un pezzo nuovo. Non rimane indietro.

Marra: È stato bravo anche Dardust che ha fatto un arrangiamento che mantiene lo spirito punk della canzone.

Gianna: Abbiamo giocato, prima sembrava una cosa più seria. All’epoca effettivamente tutti si rifacevano ai modelli americani. Io non avevo capito che l’arrangiamento magari era un po’ scopiazzato (Marra ride). E quindi ho fatto un testo che non c’entrava nulla con l’arrangiamento. Mi dicevano: «Il concetto spacca, il vibratore e tutto quanto. Però poi fai questo arrangiamento…». Io risposi: «Cazzo, non ci avevo pensato». Da lì mi è entrato proprio il virus di trovare questa identità mediterranea, mi son messa a lavorare con Conny Plank che la pensava uguale, e l’abbiamo creata.

Marra: Comunque la nostra versione è uscita particolarmente bene. C’era il rischio di compromettere l’originale, invece no.

Gianna: È stato contaminato nella maniera giusta. Abbiamo anche discusso, tipo i cani quando abbaiano, dicevamo «quello ci sta bene», «quello pure». Poi l’ho ricantato, tutti i campionamenti sono veri, dal master, e non dai multitracce che si ritrovano in giro. Abbiamo giocato.

Marra: America era figlia di un momento in cui c’era appeal, era the place to be, tutti sognavano di essere lì. Gli americani facevano già le loro cose, però la percezione era diversa. La terra della libertà, del sogno. Fa strano nel 2026 vedere che invece il Paese è al collasso sia culturalmente che dal punto di vista sociale. Non è più l’America che uno sogna. Non è più cool.

Gianna: C’è quella tua frase, “chi vuole essere più americano?”.

Marra: Sì, in Crash dico “chi vuole essere più americano a parte i rapper?”. Forse è rimasta solo a loro la fascinazione.

Gianna: Quando ho fatto quel testo era abbastanza uno sberleffo. Il vibratore era un inno alla solitudine intesa come metafora di libertà. Era importante anche da quel punto di vista, sessuale.

Marra: C’era questa cosa “che si tocca l’America”.

Gianna: Tutti si toccavano l’America.

Marra: Se ci pensi è anche metafora del sogno. Si tocca il sogno.

Gianna: Per me non lo era molto, ma per tanta gente sì. Ora molto meno, e meno male. C’è molta più ricerca di identità. È anche per questo che il brano nuovo si chiama chiama America Inc.

Marra: Tra l’altro a me America Inc. mi ha ricordato Murder, Inc., che era una roba gangster, era la mafia di Lucky Luciano. America Inc. è perfetta per il momento storico.

Gianna: Pensa che io sono stata in Iraq nel 2003 e ho potuto vedere con i miei occhi quello che succede durante la guerre. Ora non ci vado perché c’ho una figlia, ma è uguale. Fanno un lavoro mediatico per arrivare a fare queste guerre e per convincere anche te. Tutto per produrre armi. In Iraq c’erano gli americani che non facevano nulla, giocavano a baseball, io ho visto che a un certo punto li hanno mandati via. Ed è finita così. Molta propaganda. Quando è uscita l’originale invece ero appena arrivata dall’America. Una cosa bella che succedeva lì è che andavi in studio con la gente. Camminando per strada conoscevo dei musicisti. Ho trovato questo Lloyd McNeill, flautista che suonava con Chaka Khan. Ci ho fatto amicizia e gli ho detto: «Suoniamo?». E si è suonato. E poi sono andata a Los Angeles e ho conosciuto una ragazza che lavorava con Frank Zappa, si chiamava Nuvi, suonava la viola, e abbiamo improvvisato. Capito? Io questa cosa non la sapevo, non la facevo, ero cantautrice. L’ho imparato lì. Torno, metto su una band rock, tutti senza click, come facevano tipo i Nirvana anni dopo. E infatti il tempo di America non è mai uguale, è come quando scopi, non puoi decidere il tempo. Segue quella cosa erotica che poi c’è anche nella nostra canzone. Lì il click c’è (ride). Nel frattempo mi sono adeguata al click anch’io, questo è stato il dramma!

Marra: Ma la cosa assurda di America è che è diventato più un successo in Germania che qua.

Gianna: In Italia mi tiravano i pomodori, sui muri di Milano c’erano i manifesti con questo vibratore tenuto in mano dalla Statua di Libertà. La gente si fermava, dicevano: «Questa è pompata».

Marra: Tra l’altro, mi permetto di dire che c’era un’espressione di una libertà che non c’è più. Dimmi nella musica pop cosa c’è di così provocatorio come quello che c’era negli anni ’80, ma anche negli anni ’70. Perfino in Italia c’era roba pop che osava molto di più, più esplicita. Adesso siamo ai cori dell’oratorio.

Gianna: Pure per il vibratore adesso basta l’app, io in cover però ho messo quello ancora antico. Ma ci sono anche quelli che attivi a distanza. Però quelli si vedono meno, capito? Abbiamo continuato la filosofia del primo.

Marra: Fallico, classic.

Gianna: L’originale era bianco, qua l’oro ci sta bene. Comunque, visto che mi hai chiesto della Germania, pensa che ero nei primi 15 in classifica, con tutti gli americani e gli inglesi. Poi mi trovavo a fare cose con Elton John, capito? Andavo a fare tutti questi concerti in mezzo agli internazionali. Solo che io parlavo in italiano, quindi non mi trovavo in questo giro. La mia musica dopo America è migliorata secondo me: Bello e impossibile, Fotoromanza soprattutto, dove ho trovato la mia identità. Comunque dopo trent’anni la cantano ancora tutti.

Marra: E sono convinto che lo riscopriranno ancora adesso.

Gianna: Qui è veramente stata una scoperta dell’America, è arrivata dopo. Ma va bene, doveva arrivare il momento. L’abbiamo rifatta anche perché mi sembra nuova più che mai, cioè è nuova.

Parlando di Statua della Libertà: cosa rappresenta per voi la libertà, oggi?

Gianna: Artisticamente è fondamentale essere liberi, almeno per me. Lo sono più o meno dal 1982. Vuol dire essere proprietari della propria voce, di quello che crei. Se la metti in mano ad altri non comandi più niente. La libertà va difesa. Devi decidere tu cosa vuoi fare di te. Io a Sanremo non ci sono mai andata, posso dire di no. Qualcun altro magari deve dire di sì, perché devi per forza concedere delle cose. Poi ci sono compromessi, e li fai anche perché vogliamo comunicare. Ma indipendente lo rimani nei contenuti, nelle scelte sonore.

Marra: Per me essere libero è potermi permettere il lusso di fare solo musica. Adesso questo mestiere è legato indissolubilmente alla tua presenza sui social, a tutte quelle attività collaterali che tu fai oltre a fare quello che dovresti fare, cioè il musicista. E quindi devi andare alle sfilate di moda, devi partecipare a Sanremo, devi andare a fare dei reality, devi fare il giudice di qua e di là, robe così. La libertà per me è poter svolgere il mio lavoro mantenendo quella che era la mia attitudine quando ho iniziato. Io non ho mai fatto questo lavoro per andare in tv, non mi piace, non mi interessa. Questa è la libertà per me: essermi guadagnato la possibilità di non dover fare presenzialismo a tutti i costi. Seguire i miei progetti come voglio, fare la mia festa in Barona.

Gianna: Abbiamo il nostro spazio da proteggere. È più difficile forse, ma non è impossibile.

Marra: No, è più difficile ma non è impossibile.

Gianna: Ora è difficile durare tanto. I talent abbreviano la carriera. Certo, oggi se un talent non lo fai sembra che non puoi neanche iniziare a fare musica. Oppure fai un percorso come il tuo, che è raro, ma devi essere tosto. Io ho preso anche tante botte per non svendermi. Diventi un San Sebastiano, ma se resisti vuol dire che lo vuoi fare davvero.

Marra: Dipende anche dalle aspirazioni che hai. Noi abbiamo il fatto che siamo degli autori.

Gianna: Eh. Io infatti non uso il gobbo.

Marra: Io invece adoro il gobbo (ride)!

Gianna: Ma tu senza gobbo non puoi, c’hai troppe parole. Se c’avessi tutte le parole che c’hai tu, gobbissima. Io se vedo il gobbo mi condiziona l’emozione, nel tuo caso è diverso.

Marra: Poi non lo guardo neanche, però il fatto che ci sia è una sicurezza…

Gianna: Eh, ma c’hai mille parole a canzone.

In modi diversi, siete stati entrambi pionieri di mondi che in Italia erano ancora poco rappresentati. Quanto tempo ci ha messo la gente a capire quello che stavate facendo?

Marra: Parecchio. Io ci avevo fatto anche una canzone scherzosa in cui dicevo che quando andavo sul palco dicevano “i Marracash”. I primi anni la gente mi faceva il segno delle corna rock. Ci ha messo un bel po’ questo Paese a capire cosa fosse l’hip hop, e non so neanche se ancora adesso è chiaro fino in fondo.

Gianna: Credo che il mondo rap abbia ripreso quell’elemento folk che era una volta l’ottava rima, cioè la rima a braccio freestyle. E questo ha riportato i testi a casa nostra. E secondo me è una cosa fortissima.

Marra: Poi il rock e il rap non sono generi consolatori. Ti dicono delle cose che tu un po’ non vuoi sentirti dire, capito? E secondo me in questo momento storico più che mai la gente non ha tanta voglia di sentirsi dire cose che non gli piacciono. Ho letto da poco che il 70% della musica che va oggi, che streamma oggi, è il repertorio. Solo il 30% è musica nuova. Perché, secondo te?

Gianna: Perché hanno tutti comprato i cataloghi internazionali e hanno cominciato a farli cantare nei talent.

Marra: Sì, ma perché alla gente interessa così tanto?

Gianna: Perché sono abituati a sentire queste cose.

Marra: Quindi è solo indottrinamento, gli spingono quella roba e via.

Gianna: Diciamo che se alcuni brani vengono scoperti va anche bene.

Marra: C’era anche una maestria diversa nella musica. Ti faccio un esempio: quando io ascolto America, prima che parta la tua voce c’è un minuto di strumentale lunghissimo. È impensabile oggi. Non c’è la musica oggi, capito? Lì c’è un minuto e mezzo di musica.

Gianna: Quando facevi una session non potevi prevedere che finisse.

Marra: È veramente tutto fatto per cui dopo sette secondi deve iniziare il refrain, dopo un tot ci dev’essere il bridge, il pezzo non può durare più di tre minuti e mezzo. Io capisco che chi ha fatto il film su Michael Jackson voleva rimettere in giro il catalogo, dall’altra parte però anche i ragazzi che guardano Michael Jackson oggi dicono: «Porca puttana che roba facevano una volta, che maestria c’è dietro a una persona che si scrive le canzoni, canta, balla, conosce la musica». È una sorta di golden age, non possiamo far finta che non c’è stata una golden age del cinema che non è oggi, e che non ci sia stata una golden age della musica che non è oggi.

Gianna: Non c’è neanche il tempo di crescere.

Marra: Oggi il mercato è programmato perché la tua carriera duri quattro anni, devi essere proprio qualcuno di speciale per costruire una carriera.

Gianna: Sicuramente questo è un periodo di grande ritorno di queste cose anche vecchie perché non le conoscono.

Marra: Non le conoscono, e però hanno anche un grande valore.

Gianna: Io ho fatto tutti i dischi in analogico, vai di là (dove tiene l’archivio dei nastri, nda). Quando si finiva il mixaggio Conny Plank tagliava i nastri con le forbici e li appiccicava con uno scoccino. La vibrazione cambia moltissimo.

Marra: Da una parte si è democratizzata la musica, per cui adesso chiunque può accedere, cioè tu con questa cosa qui (mostra il telefono) se vuoi fai una hit. E quindi come in tutto qualcosa guadagni, qualcosa perdi. Mi ha fatto strano un racconto: il mio vicino di casa in campagna è Luca Bigazzi, direttore della fotografia di tutti i film italiani più importanti. Parlavo con lui, che è uno bravissimo, e mi diceva che per lui ora la nuova frontiera è fare i film con il cellulare, lui che la pellicola l’ha sempre fatta. Perché diceva che comunque nel digitale ci sono delle possibilità per qualcuno che non ha accesso a quel tipo di editing di una volta, dove c’è un professionismo che non è replicabile. Quindi da una parte effettivamente l’accesso a tutti può portare delle cose così, dall’altra…

Gianna: Diciamo che è molto costoso fare i dischi così, alla vecchia. Anche perché non ti danno più soldi per fare i dischi. E questo è un problema. Io ho avuto la fortuna di andare a Nashville, dove la musica è ancora una cosa importante. Tutti fanno le band lì. Molti da L.A. si spostano a Nashville per trovare musica vera, viva, e trovi delle band che registrano il disco intero. È un’esperienza. Vuoi fare la differenza? Ho chiamato un disco La differenza apposta, per vedere cos’è un disco ancora fatto così. Anche per recuperare i sei ottavi, i tre quarti del folk. Ora è tutto un po’ azzerato.

Marra: Tutto quattro quarti.

Gianna: Tutto quattro quarti, te li dà il computer. Noi siamo stati più avventurieri. Ma poi per me è sempre una cosa nuova, io mi butto nel buio per fare un pezzo. Non è che ci penso tanto, mi butto. E se arriva, arriva. Devi catalizzare quel momento. Io ultimamente vado al microfono e sento se il microfono dice la verità. Sennò è come se mi respingesse le parole. Anche quando sono con Pacifico, lui sente quello che dico e mi dice: questa è giusta. Se la registro è perché sento che è quella giusta.

Marra: Molti fanno così adesso, anche i rapper, cioè registrano una frase alla volta, la pensano e la registrano. Io no. Io faccio tutto questo processo dentro la testa, quando arrivo a fare una canzone è perché ci ho pensato talmente tanto prima che ho già scartato tutto nella mia testa.

Gianna: E cosa scarti se non scrivi prima?

Marra: Sai che io non ho praticamente canzoni che ho buttato via, perché quelle che non mi convincono non le scrivo neanche. Non è che io scrivo 30 canzoni e poi ne scarto 15 e 15 escono. Io ne scrivo solo 15 e quelle escono.

Gianna: Siamo dei Gemelli.

Marra: Sai che tutti i più grandi rapper della storia sono Gemelli? Tutti. Kendrick, Tupac, Kanye. Sei una rapper, Gianna?

Gianna: Sì, e tu canti.

Marra: Penso che i Gemelli sia un segno creativo.

Gianna: Abbiamo questo Io diviso. Ogni tanto questo dualismo ci punisce, bisogna seguire l’istinto. Io l’ho seguito sempre, anche da piccola. Il fattore della musica non era considerato. Mio papà la vedeva come una sorta di prostituzione, come se stessi in giro per il mondo a darla via (ride). A proposito di libertà, io sono andata via. Sono scappata di casa non perché li odiassi, ma perché ho dovuto levare quel bene e metterlo da parte per fare quello che volevo. Sono andata a Milano, ho trovato le case discografiche. Ero guidata dall’istinto. Stavo tutti i giorni al pianoforte e speravo che in America qualcuno mi scoprisse. Sono andata una volta in America perché pensavo: «Magari lì mi lanciano, capiscono la mia musica subito». Invece poi sono tornata e l’ho capito qua.

Marra: Anch’io ovviamente ho avuto un conflitto con la mia famiglia riguardo a quello che facevo e sono d’accordo con te. Ma bisogna liberarsi. “Uccidere i propri cari”, metaforicamente, per crescere e conquistarsi gli spazi. Lo diceva qualcuno.

Gianna: Devi avere una buona forma di egoismo perché se no non lo fai.

Marra: Io credo tantissimo che non fai l’artista se non sei disposto a fottertene del parere delle persone che hai vicino. Uno dei requisiti che un artista deve avere non è solo il talento, devi anche essere disposto a non voler fare un’altra vita. Capito? Non puoi fare l’artista part time. La cosa che di giorno lavori e la sera vai a suonare nel pubbettino è una cazzata, per me. Se fai l’artista piuttosto fai la fame, però ci devi credere. Nella tua testa non c’è un’altra via, c’è solo quello.

Gianna: Devi ascoltare te stesso, penso che sia questo. Ti ascolti e in quel caso se qualcosa ti è fastidioso lo devi eliminare, hai capito? È un po’ una chiamata.

Marra: Come dicono in Germania. Beruf, giusto?

Gianna: Non lo so mica.

Marra: Goethe diceva che c’erano le affinità elettive, quindi la vita può chiamarti. La chiamata in tedesco è Beruf, non so come si pronunci. Un po’ come capita ai preti.

Gianna: Quando ero piccola andavo a fare le canzoni nei campi, dove c’era una certosa con i monaci, nel silenzio. Poi però son voluta andar via.

Marra: Anche io volevo andare via, ma non da Milano. Più da quella valle di lacrime che era la mia vita di prima (ride). Sono cresciuto in un contesto duro, di rinunce, quindi il mio sogno era levarmi dalle palle. Poi in realtà come tante cose ci si ricongiunge con tutto. Quando ero piccolo ero in conflitto con la mia famiglia, adesso le voglio bene e apprezzo tutti i sacrifici fatti. Ero in conflitto con la mia sicilianità, mi rendeva diverso dai ragazzi di qui. I miei parlavano in dialetto, penso di aver provato la stessa sensazione che provano i figli degli immigrati adesso. Quando sei piccolo ogni cosa che ti rende diverso non ti piace. Poi però crescendo ne apprezzi il valore. Il mio trasferimento in Barona è stato anche traumatico, poi è diventata la mia narrazione. Ho trasformato in positive tutte le cose che erano negative, anche il mio nomignolo che era un modo per sfottermi. Quello è il trucco. Io nella Barona adesso ci trovo il bello, mi piace proprio, lo trovo un quartiere bello anche esteticamente. Ho fatto questo evento in Barona che mi piacerebbe ripetere, sono connesso con quel posto. Il Block Party è stato proprio un ringraziamento finale. Ho portato la musica in un posto dove la gente che è lì non ci verrà mai al concerto, perché non se lo può permettere. I concerti oggi sono dei maxi show giganteschi, cari. Si crea questa contraddizione per cui tu fai questa musica magari molto popolare che però poi non ha dei prezzi popolari.

Gianna: Io invece quest’anno faccio un unico show, in Germania. Ci ho già suonato una volta, doveva esserci anche Rod Stewart, ma poi non è venuto.

Marra: Perché?

Gianna: Mi sa che era malato. Volevo farlo lì questo concerto perché io appartengo anche a quel posto. Lì c’è stata una sorta di iniziazione. In Germania ho lavorato con produttori incredibili, ho collaborato con artisti elettronici, e quindi mi sentivo di fare questa festa lì, un po’ fuori dal mondo, ecco. Perché in realtà non è in una città, è in una foresta. Questo stadio poi ha una struttura perfetta, perché è copiato dal teatro di Epicuro. Acustica perfetta. Sfumature importanti.

Marra: Eh, negli stadi non è proprio così di solito.

Gianna: Io li vedo più come una cosa in tutti cantano, una festa per il pubblico. Quando sei lì anche se non fa niente va bene lo stesso (ridono).

Marra: Sì, lo stadio è sempre più un karaoke a cielo aperto.

Gianna: Però la gente si diverte, si identifica. lo ora faccio questo perché era il momento di tornarci. Per aprire al futuro. Prima finiamo Gianna Gold, poi vediamo.

Marra: Io so cosa succede ma non posso dirlo. Tanto tu farai musica per sempre, no?

Gianna: Son sempre alla scoperta, come te. Siamo autentici. Cioè noi non si fa la parte, non ci si riesce. Appena t’ho visto ho sentito le vibrazioni. Perché se non senti bene le vibrazioni non puoi fare un pezzo insieme. Non te lo ordina il dottore.

Marra: A te poi mi sa che l’ordine non te lo dà nessuno. E io trovo detestabili le cose finte. Su tutte, le canzoni d’amore finte. Brutte, bruttissime.

Gianna: Quando non arriva è brutta. Sai cosa diceva Conny Plank a proposito di America? Di fare le cose semplici. «Never wank on stage». Le seghe sul palco non te le devi fare.

Marra: Amen.

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Gianna suonerà un’unica volta quest’anno, il prossimo 19 settembre 2026 a Berlino.

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Photo cover: Daniela Scaramuzza
Editorial photographer: Antonio De Masi
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art director: Pierfrancesco Gallo
Editorial coordinator: Eric Fiorentino
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