Gian Maria Accusani: «Io e Elisabetta, ferro e calamita» | Rolling Stone Italia
Home Musica Interviste Musica

Gian Maria Accusani: «Io e Elisabetta, ferro e calamita»

Quest’estate porterà sul palco uno spettacolo sulla sua vita. Qui racconta tutto: Pordenone, il figlio avuto quando aveva 18 anni, il boom dei Prozac+, i Sick Tamburo, la morte della "sorella" Elisabetta Imelio

Gian Maria Accusani

Foto Press

Gian Maria Accusani ha quasi 54 anni, ma suona da oltre 40. Nel senso: quella del papà dei Prozac+, volto storico del punk italiano e mente dietro una hit atipica come Acida, per una vita alla batteria e alla chitarra e adesso in pista coi Sick Tamburo, da frontman, è una storia che parte da lontano. Una storia in cui il punk stesso che ha declinato prima nel pop e poi nel cantautorato, l’ha imparato agli inizi degli ‘8, come parte del movimento The Great Complotto di Pordenone. Una scuola di lusso, per il ragazzino che era.

Poi viaggi, Londra, cento progetti per vivere di questo mestiere senza tradirsi. Fino a incontrare Elisabetta Imelio, «una che definire sorella sarebbe riduttivo», e fondare i Prozac+ nel 1995. Lei al basso, lui a scrivere e alla chitarra, Eva Poles alla voce; un trio che, nell’epoca d’oro dell’alternative italiano, alla fine dei ’90 con Acido acida raggiunge una successo senza senso anche per i più ottimisti, anche per le band pop. «Ma proprio perché non ci aspettavamo niente, ce lo siamo goduto», mi spiega a vent’anni di distanza. Sorride. Nel 2007 il gruppo si è sciolto, ma non il legame con Imelio, insieme alla quale poco dopo ha fondato i Sick Tamburo. Si cresce: meno pogo, più introspezione.

Oggi Elisabetta non c’è più, lo sappiamo, un cancro l’ha portata via nel febbraio del 2020. Però la band non si è fermata neanche con la pandemia. E se un concerto nelle condizioni attuali per è «non immaginabile», allora Accusani va sul palco da solo. Per raccontare la sua storia, con uno spettacolo di teatro-canzone, Da grande faccio il musicista, in giro quest’estate a partire dal 23 giugno insieme a una nuova versione di Il fiore per te, uno dei classici del gruppo ora riletto da punkettone di razza. «Da un po’ nella testa avevo in mente una cosa diversa dal solito live», mi dice. «Seduto, anch’io come gli spettatori. Suonando i pezzi classici e mettendoci aneddoti, ricordi, sensazioni».

Come lo definiamo quindi?
Storytelling farcito di musica. Come se fossi davanti a un amico a raccontare, solo che l’amico in questione è il pubblico. Voglio ripercorrere il mio viaggio nella musica sin dai primi approcci, arrivando ai momenti e ai pezzi più conosciuti.

In effetti il tuo percorso parte da lontanissimo.
Ho iniziato con la batteria, ero piccolo. Sai, nascendo in una famiglia di musicisti che con tanto amore e giocosità mi hanno avvicinato gli strumenti… è venuto naturale. A 6-7 anni dicevo: «da grande voglio fare il musicista». Ovviamente, non è mai stato un problema per i miei, anzi. Da lì, ho cominciato a far parte di The Great Complotto, un movimento-collettivo punk della mia città, Pordenone. Era l’inizio degli ’80, quando con loro ho preso parte per la prima volta a un disco avevo 14 anni.

Davvero giovane.
Ora sono il vecchio della situazione (ride). Ma per una vita, giuro, sono stato il più giovane, il più piccolo nei progetti. Pordenone era una provincia come le altre: disconnessa dal mondo. Se vivevi a Milano era facile restare in contatto con le tendenze. Ma da noi tutto arrivava tardi, se arrivava. Dovevi essere tu, piuttosto, a inventarti qualcosa. Per questo The Great Complotto è stato originale, una città nella città. E credo che questo modo di lavorare sia rimasto sempre mio. Anche quando a 18 anni ho mollato tutto, scuola compresa, per fuggire a Londra, perché innamorato della new wave.

Gian Maria Accusani. Foto Press

E lì, sempre a 18 anni, hai anche concepito un figlio.
Non l’ho mai spinto a fare questo tipo di carriera, ma è cresciuto sentendo musica sin da quando era nella pancia della mamma. Se l’avessi spinto probabilmente si sarebbe rifiutato; invece ha scelto in maniera naturale la musica. Ora vive in Canada e fa hip hop.

Quello che volevo chiederti, però, è se l’aver avuto un figlio da così giovane ti abbia trasmesso ansie legate al senso di responsabilità. Tipo: hai un bimbo, perché non ti cerchi un qualcosa di più stabile rispetto alla musica?
Quando hai 18 anni non ci pensi: sei incosciente, fai le cose per istinto, ti vengono così. Ergo, non mi sono mai posto questo problema. Non avevo il senso di responsabilità. Ero un bambino come mio figlio, infatti siamo cresciuti quasi come amici. Al contrario, se avessi avuto un figlio a 25 mi sarei fatto più patemi. Sicuramente mi sarei chiesto se ne valesse la pena, sì.

Invece non l’hai mai fatto.
Non ci ho mai neanche pensato. E considera che fino al successo dei Prozac+, che arriva quando ho 30 anni, non vivevo coi dischi. Suonavo, sì, ma facevo anche tantissime professioni legate al mondo della musica, tipo tour manager. Pensa che ho accompagnato i Ramones. E sono stato anche insegnante di batteria, ovviamente. Ho appreso da tutti i gruppi e le realtà con cui ho collaborato. Per quanto, certe volte, era più un sopravvivere che altro.

E quando hai fondato i Prozac+, hai pensato subito che quella potesse essere la volta buona?
L’ho sempre pensato e continuo a pensarlo a ogni progetto. L’entusiasmo c’è sempre, è intatto. Non mi fossilizzo sul risultato: è sempre la volta buona, per quanto mi riguarda. Alla fine, per me vivere di musica era un sogno. Mi fa paura l’idea di alzarmi alle 7 di mattina e andare in ufficio. Però ho sempre lavorato tanto, anche più di 10-12 ore la giorno. Solo che l’ho fatto con la musica, con una cosa che mi piaceva fare; non con una che dovevo fare. Non era scontato che quel sogno si avverasse. Però penso che se uno mette tutte le forze in qualcosa, allora sì, ci riesce.

In questo senso, dicevamo, la svolta sono stati i Prozac+.
Li ho fondati di ritorno da Londra, dopo essere passato in Germania. Di nuovo a Pordenone, ho ripreso a suonare la batteria con ciò che rimaneva del Complotto. La situazione era arenata, quel progetto non aveva dato i frutti sperati – banalmente: non ci vivevamo – e non ero soddisfatto. Non ero soddisfatto di niente, in realtà. Non ero soddisfatto, soprattutto, di suonare cose di altri che non mi piacessero. Ma era ovvio: da batterista avevo un ruolo marginale nelle sessioni di scrittura, in quanto non prendevo parte né alla stesura dell’armonia né alle melodie. Quindi ho preso la chitarra e mi sono messo a comporre io. Mi serviva una cantante e ho chiamato la Eva (Poles), che era la mia fidanzata. Mi serviva una bassista e ho chiesto a un amico che insegnava se ne conoscesse una giovane e brava. Volevo qualcosa di diverso da tutti, e le donne erano rare nell’alternative italiano. Mi presentò la Eli (Elisabetta Imelio). Da lì cominciò la nostra avventura. Era il 1995.

Com’era lavorare in un trio di cui due componenti sono fidanzati?
I legami affettivi sono stati alla base dei Prozac+ almeno all’inizio, ed è stato un vantaggio. Io ed Eva eravamo fidanzati, io ed Elisabetta legati da un canale preferenziale perché sin dal primo giorno ci siamo trovati in una connessione assurda. Poi intorno al 1998 io ed Eva ci siamo lasciati, e ci sono state alcune difficoltà. Ma insomma, tutto normale, cose della vita.

Tant’è che dopo un disco di assestamento, cioè Testa plastica del 1996, proprio nel 1998 arriva Acido acida. Con cui spaccate davvero.
Intorno a noi c’era una scena di grande valore, con tanti artisti che per la prima volta iniziavano a prendersi degli spazi “popolari”. La massa cominciava a interessarsi a suoni diversi da quelli che andavano per la maggiore. E Acida fu un tormentone, è vero, ma cinque anni prima non avrebbe avuto successo. Si è trattato dell’unico periodo d’oro della nostra musica alternativa, il momento era propizio per tutti. Chi più, chi meno pop: C.S.I., Afterhours, Subsonica, Marlene Kuntz.

E voi?
Noi eravamo freschi, originali, con una grande energia da condividere sul palco. E poi, ribadisco, il momento: la fortuna ha incastrato i pezzi, dandoci tutto il necessario per venire fuori. Ovviamente nessuno di noi aveva calcolato niente, tantomeno si aspettava un successo del genere. Anche per questo, ce lo siamo goduto. Certo, io ero anche manager del gruppo e fu stressante, col cellulare in ebollizione. Anche per questo, quando dal disco dopo la situazione è un po’ scemata, non l’abbiamo vissuta male: ci piaceva fosse tornata un po’ di tranquillità.

In tutto questo, tra l’altro, voi come altre band alternative uscivate con una major, nel vostro caso la EMI.
Mai avuti problemi. Ogni tanto mi è stato dato qualche consiglio, che ovviamente non ho ascoltato. E ciò non ha mai rappresentato un problema, va detto. Ci hanno sempre lasciato fare quello che volevamo. A noi come agli altri, perché tutti quei gruppi si prestavano a una certa libertà. Nessuno si permetteva di dirci cosa fare. E poi: hai presente quelle cose che nascono in maniera rapida e poi fisiologicamente muoiono? Ecco, noi siamo stati quelli lì. Scaduto il contratto con la EMI, nel 2007, ci siamo sciolti perché arrivati alla fine di un ciclo. È stato giusto così. E finire quell’esperienza è stato un modo per continuare a crescere.

Un periodo bellissimo, insomma.
Il mio percorso è un insieme di periodi bellissimi. Cambia la consapevolezza, che acquisti un po’ alla volta. Ma non ho rimpianti. Cioè, tornando indietro farei qualche scelta diversa, ma è giusto sia andata come è andata. Per quello che ho capito poi, accetterei più opportunità fra quelle che ci venivano offerte. All’epoca avevo paura ci potessero far male: o si faceva esattamente come dicevo io, o niente. Per il resto, dopo ho seguito progetti che per me sono anche più importanti dei Prozac+. Ma va bene così.

Tipo i Sick Tamburo?
Tipo i Sick Tamburo. Che sono nati per volere di Elisabetta: dopo che avevamo chiuso coi Prozac+ voleva continuare a suonare e provare a cantare. Io non mi decisi subito, perché nei Prozac+ avevo messo la mia vita; mi sono convinto con la sua insistenza. Ed è stato come ripartire da zero. Pensa che non sapevamo come farci notare, chiedemmo in giro e ci suggerirono di fare come tutti, ovvero pubblicare su MySpace. Andò bene. Avevamo il volto coperto perché i Prozac+ non erano ufficialmente sciolti e non volevamo essere visti come quelli dei Prozac+. Ma era il segreto di Pulcinella, presto tutti sapevano chi fossimo (ride). Ho scritto le canzoni del primo disco (Sick Tamburo del 2009, nda) che erano quasi monotòne, senza tener conto della melodia, perché le cantava Elisabetta che non era cantante. La sua forza era il ritmo, mi sono concentrato su quello. Poi dai dischi successivi è passata di nuovo sul basso, e ho ricominciato a cantare tutto io.

Foto press

Qual è il filo che lega i Sick Tamburo e Prozac+?
Banalmente, la presenza fisica mia e di Elisabetta: scrittura, produzione e rapporti umani. Infatti sono legatissimo a entrambe le band. Certo, io e lei nel frattempo siamo cresciuti ed è cambiato il contesto intorno, per cui il mondo che hanno creato i Sick è diverso, né migliore né peggiore di quello dei Prozac. Certo sono migliorato come autore: a livello di testi vado fiero di quanto ho fatto nei ’90, erano le cose giuste per la band, ciò di cui aveva bisogno; ma ora ho raggiunto un altro livello di profondità, notevolmente superiore. C’entra anche l’età, ovviamente.

A proposito: io sono innamorato di un vostro disco in particolare, Un giorno nuovo, del 2017.
È quello a cui siamo più legati, in assoluto…

Perché racconta la malattia di Elisabetta, immagino.
Quando arrivò la notizia che Elisabetta era malata di cancro, entrambi non sapevamo come reagire. Anzi, nessuno nel gruppo lo sapeva. Io ero davvero bloccato, tutto il gruppo lo era. Da lì è nato il brano Un giorno nuovo, che ho scritto pensando alla malattia: un po’ per aiutarmi a passare l’impasse creativo in cui ero finito, e un po’ per dare un messaggio a Elisabetta ed esorcizzare. Poi, dopo che l’avevo scritta, la situazione è peggiorata ancora ed è scattato il terrore. Suo, mio, di tutti. Mi decisi ad aiutarla concretamente, a livello pratico, ma anche a rivedere la canzone per provare a toglierle la paura. Che poi, il brutto di questa malattia è proprio la paura, la paura di morire. Lei aveva intuito che stessi scrivendo qualcosa, ma non aveva ancora sentito nulla. Gliela mandai per mail come facevo sempre. Mi chiamò qualche giorno dopo, dicendomi che l’aveva ascoltata mentre andava a curarsi ed era scoppiata a piangere di gioia. Era una bomba d’amore, quel pezzo: «Quando l’ho ascoltato, è finito il terrore». E, sentendo lei che mi diceva così, il terrore è finito anche per me. Poi è stata Elisabetta a convincermi a pubblicarlo, volevo rimanesse una questione privata. Ma lei desiderava che arrivasse a più gente possibile, e siamo riusciti a farne una versione a più voci coi proventi andati alla ricerca. E a cui hanno partecipato nomi come Elisa, Jovanotti.

Che rapporto c’era fra te ed Elisabetta?
Dal giorno che ci siamo conosciuti non ci siamo mai lasciati. Eravamo pezzo di ferro e calamita. Le etichette sono riduttive: fratello e sorella, migliori amici… Negli anni abbiamo attraversato tutte quelle che puoi affibbiare a due che si vogliono bene. Ho scritto tantissime canzoni per lei, anche prima di Un giorno nuovo. E non erano canzoni d’amore, ma proprio di vicinanza. Era uno dei miei motivi di scrittura. Eravamo un’unità.

E com’è stare sul palco senza di lei?
Il suo ruolo nei Sick Tamburo, da quando cinque anni fa si è ammalata, era cambiato drasticamente. Ai live non c’era quasi mai, se non quando glielo consentivano le forze. Ma era lo stesso presente; per dirti, cuciva a mano i cuscini del merchandising, suonava nei dischi. Per cui a stare sul palco senza di lei sono un po’ abituato. Volenti o nolenti. Quello che mi manca tanto è il rapporto umano. Che poi era anche professionale, perché ogni canzone che scrivevo gliela mandavo. Era la mia più grande fan. Pensa: ci sentivamo sei-sette volte al giorno, e almeno in due parlavamo del gruppo. Anche quando stava male.

Per chiudere: fai musica da quarant’anni e ne hai viste tantissime; come ti senti al momento?
Mi sembra di aver avuto una continuità, fra momenti belli e altri meno belli. Ed è un po’ il senso di Da grande faccio il musicista: sono ancora qui a fare quella cosa che a 6-7 anni mi ero messo in testa di fare. Che succede? Che il sogno che avevo da bambino sta continuando.