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Ghemon: «Chi fa concerti di fronte a 50 persone non è meno artista degli altri»

Il musicista racconta perché non poteva più rimandare l'album ‘Scritto nelle stelle’, come si trova un equilibrio tra rap e cantautorato, e perché i musicisti grandi e piccoli devono riconoscersi come categoria


Ghemon

Foto: Andrea 'Nose' Barchi

Scrivere un disco mesi prima di una pandemia e ritrovarsi a pubblicarlo durante la medesima non è un rischio solo per l’impossibilità di promuovere il proprio lavoro con concerti e incontri con i fan, può esserci anche un problema di non aderenza alla realtà: lo Zeitgeist all’improvviso è cambiato ed ecco che ti ritrovi con lo sguardo fuori fuoco senza poter tornare indietro. Ghemon ha deciso di giocarsela lo stesso con il nuovo Scritto nelle stelle, che vede nel ruolo di produttore esecutivo Tommaso Colliva. «Avevamo già posticipato l’uscita di un mese, sperando che entro breve si sarebbe tornati alla normalità», dice il 38enne di Avellino, milanese d’adozione. «Purtroppo non è andata così, ma ho deciso di andare avanti comunque perché tengo molto a questo album, è la fotografia di un momento». Di qui l’idea di non rinunciare del tutto agli instore proponendone una versione digitale: coloro che avranno preordinato il cd o il vinile su Musicfirst entro le 18 del 23 aprile riceveranno una mail con le istruzioni per incontrare virtualmente Ghemon. Il quale, dal canto suo, ci mette la musica: Scritto nelle stelle conduce in quel mondo tra pop, soul, funk e rap che è ormai il suo marchio di fabbrica, toccando temi come il rapporto con il successo, l’amore, gli errori che fanno crescere, il disagio che a volte può allontanare dalla vita.

Non hai paura che questo album possa risultare slegato dai tempi che stiamo vivendo?
Me lo sono chiesto, ma è pur vero che anche se scrivo sempre di emozioni fresche cerco di evitare riferimenti specifichi al qui e ora, cose tipo il titolo di una serie tv che mi è d’ispirazione, ma che di lì a un anno potrebbe essere già finita nel dimenticatoio. Questo proprio perché vorrei che le mie canzoni durassero il più possibile. Del resto, la musica riserva sempre chiavi di lettura a sorpresa.

Cosa intendi?
Penso a Champagne, la terza traccia: parla del mettere una pietra sopra a qualcosa che ti ha fatto male, l’ho scritta per la fine di una storia d’amore, ma ha un ritornello che ascoltato adesso assume un altro significato (“Stappo una boccia di champagne per il pericolo scampato, chissà se non mi fossi fermato dove sarei a quest’ora”, nda).

Per la produzione artistica ti sei fatto affiancare da vari producer, tra cui Big Fish, nome storico dell’hip hop italiano, e Antonio Filippelli, già al fianco di Levante e di Diodato. Sembri avere sempre più voglia di canto, di melodia, ma il rap è sempre lì.
Vero, se pezzi come Buona stella e Un’anima li ho composti assieme a Giuseppe Seccia, il mio tastierista, con un approccio da band o diciamo cantautorale, per Due settimane e Cosa resta di noi sono tornato alle mie origini: sono andato in studio da Fish, che mi ha fatto sentire delle strumentali, ogni tanto durante l’ascolto lo fermavo per segnarmi una nota vocale, una melodia o delle parole, fino a quando ho scelto le basi che mi convincevano di più e ci ho scritto sopra. Quindi sì, il rap rimane, e anche quando sembra che non ci sia c’è, perché comunque senza quel background non avrei una maniera così ritmica di scrivere.

L’album si apre con Questioni di principio, singolo che hai definito “una dichiarazione d’intenti”. “Più condivido i limiti che sfido e più a qualcuno do fastidio, chissà in che piaga gli ho infilato il dito”, recita il testo.
È una dichiarazione d’intenti nel senso che dopo essere passato dall’underground al Festival di Sanremo (Ghemon vi ha partecipato con Rose viola nel 2019, nda) c’è chi ha immaginato che le mie mire fossero cambiate. Ma non è così e in questo pezzo spiego proprio questo, il mio modo di vivere la musica secondo un codice che mi porta anche a dire dei no. In più parlo di quanto sia importante scegliere le persone giuste da avere attorno e mettere dei limiti rispetto alla loro possibilità di intervenire in ciò che faccio.

Un no che hai detto?
Non scenderò nei particolari, ma dopo Sanremo ho ricevuto tre offerte per la tv e benché lusingato le ho rifiutate tutte. Un po’ non era il momento, un po’ erano contesti in cui non ero sicuro di poter dire quel che avrei voluto dire. Meglio aspettare…

Ti piacerebbe, però, fare televisione?
Sì, ma solo se avessi davvero l’occasione di dare al pubblico qualcosa di mio. Un programma dove posso intervenire una volta ogni mezz’ora non m’interessa, non aggiungerebbe né toglierebbe nulla al mio percorso.

Negli anni scorsi hai raccontato la tua depressione, anche attraverso l’autobiografia Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle. Ora come stai?
È un momento positivo, il che non significa che mi sia svegliato una mattina guarito da tutto. Ho fatto un percorso che mi ha aiutato a capire come gestire la cosa, mi pongo delle domande, rilevo più velocemente quando c’è qualcosa che non va, evito ciò che potrebbe rovinarmi l’umore e magari aprire la porta a un malessere in cui non voglio assolutamente più sprofondare. Di depressione non si guarisce, semmai si acquisiscono gli strumenti per evitare di farsi portare giù.

Quali sono le domande che ti poni?
Nei momenti no mi chiedo sempre se si tratta di una semplice malinconia, di tristezza, o se è l’inizio di qualcos’altro, e nel secondo caso attivo dei comportamenti per ristabilire un equilibrio. Mi aiuta molto tenere in ordine la vita, le cose che faccio, gli impegni, sentirmi stanco la sera dopo aver combinato tanto. Quando, invece, quell’ordine non riesco a mantenerlo devo fermarmi, chiedermi come mai e trovare un correttivo. Per fortuna ultimamente il mio umore è mediamente buono, sono contento, sono a un punto, alla fine di un pensiero compiuto.

Ossia?
Sono al sesto album, ho appena compiuto 38 anni, mi sento musicalmente più maturo e di sicuro sono più consapevole delle cose che mi piace fare e che so fare, più in grado di mettermi in gioco e di voler bene anche alle mie incertezze. Perciò quando dico che Scritto nelle stelle è la fotografia di un momento intendo una fotografia solida, concreta, non sfocata come alcune cose del passato scritte quando avevo più interrogativi.

Quando hai saputo di dover stare in quarantena ti sei spaventato? È una situazione che può mandare in crisi.
Inizialmente sì, anche perché arrivavo da tre settimane di prova con la band ed ero proiettato verso ciò che mi aspettava: gli incontri con i fan, la promozione, i concerti. Poi, però, ho capito che questa non era una cosa che stavo vivendo solo io e che dovevo essere forte non solo per me, ma anche per le persone con cui lavoro, che sono una quindicina e verso le quali ho una responsabilità. In fondo sono anche un imprenditore, per cui nonostante le preoccupazioni non mi sono lamentato né fermato un secondo, al contrario ho subito pensato a rimboccarmi le maniche.

Di qui le dirette Instagram, il video di Buona stella girato tra le mura di casa, l’idea degli instore digitali. E pensare che in Due settimane canti “spero che tu non abbia niente in programma stasera, perché io appena metto il culo sul divano sverrò; no, no, ma quale cena fuori, non provarci nemmeno, hai ragione che i miei amici non li vedo da un po’”.
Lì racconto quel che succede spesso a noi adulti quando siamo troppo presi dal lavoro e ci facciamo prendere dalla pigrizia, per cui ci si ritrova a rimandare le uscite con gli amici, addirittura a non fare l’amore perché si è stanchi.

Fa specie sentire certi versi adesso che siamo costretti in casa e che i social, che ci piaccia o meno, sono diventati ancora più centrali di prima.
Sai, generalmente sarei più riservato, sono uno che i dischi li fa più che filmarsi mentre li fa, però in questo momento non si può andare tanto per il sottile e credo sia importante essere presenti. Ma non per pigliarsi l’applauso di qualcuno o i cuoricini per sentirsi meno soli, io più che altro ho sentito l’urgenza di esserci per i miei fan, per tutti coloro che mi hanno fatto capire che avevano voglia della mia compagnia. Questo da artista, dopodiché nel privato sto cercando di non aprirli troppo, i social, perché vedo che anche in questo periodo sono uno sfogatoio di pareri e non mi va di farmi guidare dalle opinioni, servono i fatti. Meglio dedicarsi ad altro, per esempio mi sono messo a ristudiare pianoforte, attività che mi porta via un paio di ore al giorno. Insomma, non ho cambiato idea su certi strumenti tecnologici e non sogno un futuro più virtuale: abbiamo tutti bisogno della vita reale.

Intanto, però, siamo in casa: musica a parte, che stai combinando?
Mi sono dato al Lego! Ho costruito un grande Yoda, il personaggio di Guerre Stellari, la scatola conteneva circa ottomila pezzi. È terapeutico, penso che d’ora in avanti vi ricorrerò ogni volta che sarò nervoso, mi distende. E sto riscoprendo il piacere di leggere, prima non riuscivo molto. Per il resto cerco di vivere le mie giornate in modo ordinato, svegliandomi presto, facendomi la barba, vestendomi sempre come se dovessi uscire, perché anche avere cura di me mi fa stare bene. Quindi ben venga pure la beauty routine mattutina!

A proposito di letture, guardando il video di Buona stella e sbirciando nella tua libreria ho notato il volume Tutti i racconti dello scrittore americano Kurt Vonnegut.
Ce l’ho davanti a me in questo momento, Vonnegut è uno dei miei scrittori preferiti. Mi sono preso anche il romanzo Breakfast of Champions in inglese, ma ammetto che non è facile leggerlo in lingua originale. Ad ogni modo nei suoi libri trovo spesso associazioni di parole inaspettate, che mi sorprendono, così come mi accade con i libri di Dave Eggers, altro autore che amo.

Il settore della musica non è certo l’unico a patire a causa del coronavirus, ma è uno dei più carenti dal punto di vista delle tutele per i lavoratori. Tu come la vedi?
Guarda, lancerei un appello: è il momento di parlarci, tra noi artisti, e di formare un’alleanza. Non so se con un sindacato, non so se consorziandoci, ma visto che c’è un problema reale nel mondo della musica, ossia che gli artisti curano solitamente il proprio orticello e quello di chi lavora con loro, sarebbe il caso di esistere come categoria in modo da poterci sedere al tavolo e buttare giù proposte per salvaguardare il settore. Perché non ci sono solo i nomi famosi che riempiono gli stadi, ci sono tantissimi musicisti che fanno live da 50 persone, ma che non per questo sono meno artisti degli altri. Occorre mettersi insieme per trovare delle linee comuni in modo da tutelare anche tutti coloro che lavorano con noi e le loro famiglie. Purtroppo l’industria italiana della cultura e dell’intrattenimento non viene presa sul serio.

Di chi è la responsabilità?
A volte anche degli stessi artisti, quando fanno passare più l’apparenza della sostanza, perché poi, al di là dei sold out e dei numeri che posso fare, io devo pagare le bollette e fare la spesa come chiunque altro. Forse dovremmo fare uno sforzo in più per essere considerati prima di tutto persone comuni e poi risorse per il mondo del lavoro, dato che di lavoro ne creiamo.

Dì la verità, adesso quanta voglia hai di salire su un palco?
Tantissima… Ma ho anche tanta pazienza.

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