Ghemon a Sanremo 2021: «Ho preso botte, ma ora sono ferito e contento» | Rolling Stone Italia

Home Musica Interviste Musica

Ghemon a Sanremo 2021: «Ho preso botte, ma ora sono ferito e contento»

Nel 2020 ha fatto un gran bel disco, ma la pandemia lo ha depotenziato. Ora torna al Festival con 'Momento perfetto', un pezzo sulle seconde possibilità. «Quando va male non lascio, raddoppio»

Ghemon

Foto: Martina Amoruso

Breve, ma necessaria digressione biografica: con Ghemon ci conosciamo dal 2005 circa, quando io scrivevo per misconosciuti blog hip hop e lui stava cominciando la sua carriera di rapper solista. In questi anni, per tutti noi è sempre stato l’amico nerd che ne sapeva a pacchi e ogni giorno ti consigliava rari dischi d’annata appena scovati in un negozio dell’usato, oscuri mixtape freschi d’uscita, nuovi artisti il cui debutto discografico era ignoto perfino ai loro familiari stretti. Non si limitava al rap: che si trattasse di hip hop strumentale o di neo soul, di jazz o di afrobeat, di funk o di ritmi in levare, era sempre una decina di passi avanti agli altri, e soprattutto aveva una impressionante capacità di immagazzinare tutti questi stimoli, processarli e trasmettere la sua passione agli altri. Era chiaro a chiunque lo conoscesse che il rap, per lui, era solo la prima tappa di un viaggio che lo avrebbe portato molto lontano, e infatti così è stato.

Con il tempo ha imparato a trasferire il suo amore sconfinato per la musica in nuova musica, realizzando dischi talmente “suoi” che è difficile immaginare quei brani reinterpretati da altri. E da ascoltatore non ha mai smesso di divorare dischi di ogni tipo, tant’è che lavorare con lui a un podcast sugli album più amati della nostra generazione diventa un costante gioco dei sei gradi di separazione, in cui ogni titolo te ne fa tornare in mente altri dieci e cantare a squarciagola altri venti.

Tutto questo per spiegarvi che se quando ascolterete il suo nuovo album E vissero feriti e contenti, o il suo brano sanremese Momento perfetto, vi sembrerà difficile classificarlo o incasellarlo, è perché Ghemon sfugge a ogni definizione, tanto più in questo lavoro, il primo che firma anche come produttore (insieme a Simone Privitera). Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima che partisse per il Festival, un appuntamento per cui è emozionato ma non nervoso, racconta: «La prima volta, nel 2019, mi sono divertito tantissimo, e quando mi hanno chiesto se avevo un brano da proporre ho pensato che sì, ce lo avevo, ed era Momento perfetto: una canzone che musicalmente racconta un altro lato di me e che non avevo scritto apposta per quel contesto. E soprattutto, che esprime anche il valore delle seconde possibilità: tutti ce le meritiamo».

Nei tuoi dischi metti sempre una quantità di influenze e riferimenti che a un impatto iniziale rischiano di travolgerti, tant’è che, per tua stessa ammissione, le tue non sono canzoni sempre comprensibili al primo ascolto…
Cerco di metterci dentro tutto ciò che mi piace: in fondo io sono i miei ascolti. Non ho mai una reference vera e propria quando scrivo, cosa che invece è molto comune nel mondo del pop: gli autori spesso ricevono istruzioni come «scrivi un pezzo tipo X» o «prova a farlo come quelli cantati da Y» e purtroppo poi alla fine il risultato è deludente. Io cerco di digerire tutto ciò che sento abitualmente, capirne il senso e di rielaborarlo a modo mio, senza mai pormi un obbiettivo. L’esempio perfetto è Difficile, un pezzo reggae che non è derivativo né di quello giamaicano né di quello italiano, ma ha un mood a sé.

Hai letteralmente scelto la strada difficile, insomma.
Neanche tanto, perché credo che i tempi siano finalmente maturi per proporre anche cose diverse. Tutti i ragazzi di oggi, grazie allo streaming, hanno accesso a milioni di dischi e a migliaia di generi. Grazie alla rivoluzione che il rap e la trap hanno portato nel mercato discografico, poi, si è aperta la strada anche per altri sottogeneri: finalmente parliamo a un pubblico che sa bene chi è Frank Ocean anche se non passa in radio, gente come Shorty può partecipare a Sanremo senza che sia percepito come una semplice nota di colore e pezzi come La canzone nostra di Mace finiscono primi in classifica. Spero di poter essere una specie di traduttore, e che i miei dischi possano fare da ponte verso cose ancora più complesse e ricercate. Come diceva Joker, «non è per i soldi, è per mandare un messaggio». Il che non significa che questo non sia il mio lavoro, ma che la mia ambizione va oltre i risultati numerici: voglio portare in Italia un concetto musicale, e voglio che non sia più una nicchia ma una realtà consolidata.

Il fatto che i tuoi generi musicali di riferimento oggi siano più sdoganati ti incoraggia a sperimentare di più?
Sì e no: più che altro credo di essermi tolto dei paletti mentali che prima avevo. Mi sento sicuramente più libero nel fare le cose, perché ormai le ho sperimentate talmente tante volte che ho capito cosa mi riesce bene e cosa no. Infinito, che è un brano un po’ new house alla Kaytranada, è uscito fuori mentre ero in studio con i miei musicisti e parlavamo del fatto che l’italiano è una lingua un po’ ostica per questo genere musicale. «Per costruire questo tipo di melodie bisognerebbe usare solo le parole tronche e i verbi all’infinito: prima o poi qualcuno dovrebbe provare a farla, una canzone così», ho detto a un certo punto, e da quella battuta è nato tutto. Prima, forse, non avrei avuto il coraggio di trasformare uno scherzo tra noi in una vera e propria traccia del disco. E poi c’è anche un’altra cosa che è cambiata molto, con gli anni…

Cosa?
Ormai io non scrivo, aggiusto. In sostanza provo direttamente le linee melodiche e i versi con il microfono acceso, poi le risistemo, cambiando le parole e le note finché non mi convincono del tutto. Prima, quando rappavo e basta, il processo di scrittura era quello classico, con me chiuso in una camera a cercare di buttare giù un testo.

Tra l’altro il metodo che utilizzi adesso è quello usato da alcuni dei rapper più grandi di sempre, come Notorious B.I.G. o Jay-Z…
In effetti è così, e anche su questo mi piacerebbe diventare una cassa di risonanza per amplificare un messaggio che mi sta molto a cuore: non è vero che il rap è soltanto ignoranza. Anzi, è un grande arricchimento nel percorso musicale di un artista. Se i miei pezzi hanno ritmo pur essendo cantati, lo devo esclusivamente al mio background rap. Anche il coraggio di osare arriva da lì, e il fatto di cogliere l’attimo. Pezzi come Trompe-l’œil, ad esempio, sono nati in maniera super spontanea, quasi in freestyle: stavo scrollando la mia home di Instagram, ho letto quella parola, ho cominciato a canticchiarla, ho capito che funzionava e ci siamo messi subito all’opera.

Foto: Martina Amoruso

A proposito, quando abbiamo intervistato Mario Luzzatto Fegiz per il numero speciale su Sanremo, ci ha detto che secondo lui il rap e tutti i suoi derivati sono generi manieristi, perché se senti la prima metà di una frase musicale, puoi già immaginarti come andrà a finire la seconda. Con le tue canzoni, però, è esattamente il contrario: non si sa mai dove andrai a parare. Lo fai apposta?
No, non è che mi applichi scientificamente a questo scopo. Io non ho studiato composizione, non ho fatto scuole di musica e non ho musicisti in famiglia: la mia formazione viene dal campionamento e da lì ho imparato che si possono prendere i frammenti migliori di varie melodie che ti piacciono, ricomporli insieme e trasformarli in qualcosa di completamente nuovo. In sostanza, mi auto-campiono: prendo delle linee melodiche e delle frasi che mi convincono, le combino e vedo cosa ne esce fuori (ride). Anche in questo, l’hip hop è stato una scuola di vita per me.

Parlando invece dei temi dell’album, ci sono canzoni molto motivazionali, in cui sentiamo un Ghemon sicuro e orgoglioso di sé, e altre invece molto più malinconiche. Da dove viene questo dualismo?
E vissero feriti e contenti è stato realizzato da luglio a dicembre del 2020, appena dopo aver fatto uscire un altro album, Scritto nelle stelle, in cui avevo messo tutto me stesso. Quando ho comunicato alla mia etichetta che mi ero già rimesso al lavoro su un nuovo disco, mi hanno guardato un po’ perplessi, visto il contesto attuale. Però è un progetto fatto davvero per voglia, per esigenza espressiva, perché ho trovato delle persone eccezionali che hanno lavorato gomito a gomito con me. Quest’ultimo anno è stato surreale, per me come per tutto il resto del mondo, e ne ho tratto il meglio senza sapere esattamente cosa stavo facendo, non potendo fare progetti. Oltre alla pandemia, poi, ci sono stati altri fattori che hanno influenzato il corso degli eventi.

Ad esempio?
Il rapporto di lavoro con il mio manager, che è sempre stato anche un amico, è giunto a naturale conclusione dopo dieci anni. Contemporaneamente, il contratto di affitto dello studio che avevo da cinque anni è scaduto, ho conosciuto Simone Privitera e ho scoperto che nel suo studio si stava liberando uno spazio nella porta a fianco alla sua. L’ho occupato io e a furia di passare del tempo insieme ho scoperto che Simone è una persona fantastica e non solo andava d’accordissimo con me, ma anche con tutti i miei musicisti e gli altri produttori con cui ho lavorato, come Gheesa. In un anno di grande solitudine, c’è stato un grande lavoro di squadra e non mi sono sentito solo. Mai avrei pensato che da un periodo del genere potesse uscire qualcosa di buono come un altro album, e invece il fatto di dovermi concentrare solo su quello – che dovrebbe essere la normalità, ma poi la vita di tutti i giorni ti porta a fare altro – mi ha molto aiutato.

La copertina di ‘E vissero feriti e contenti’

Molti tuoi colleghi che, come te, per sfiga si sono ritrovati ad aver pubblicato un disco appena prima della pandemia o durante il lockdown, hanno vissuto la cosa molto male. Tu invece sembri averla presa con filosofia…
Era una situazione troppo più grande di me, perciò non ho voluto concedermi la scusa di lamentarmi: non potevo farci niente, punto. È stata una coincidenza sfortunatissima, perché Scritto nelle stelle era un lavoro in cui credevo molto e poteva sicuramente arrivare a più persone, ma come dico in Momento perfetto, il pezzo di Sanremo, se le cose stanno così non posso fare altro che giocare al rialzo e raddoppiare. Era l’unica cosa che rientrava realisticamente nelle mie possibilità. Forse una volta avrei subito la situazione molto di più, ma con gli anni ho imparato a non farmi sopraffare più dalle circostanze.

È questo che significa il titolo E vissero feriti e contenti?
È un titolo nato mentre mi fumavo una sigaretta, quasi per caso. Ho pensato che parlasse di me in questo momento. Non posso negare ciò che sono stato, le botte che ho preso, le persone che ho dovuto abbandonare strada facendo, ma nonostante tutto sono contento di aver perseverato.

Altre notizie su:  Ghemon Sanremo Sanremo 2021