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Ghali si prende il futuro

Dice che il suo «non è rap, ma raptus, uno schizzo», adora la mamma, gli piace Jovanotti (e per noi di sarà il suo erede). Ecco il 23enne che, dal parchetto di Baggio, ha mandato in tilt YouTube con i suoi video e ora sbarca al Club to Club
Ghali fotografato da Paolo Leone per Rolling Stone

Ghali fotografato da Paolo Leone per Rolling Stone

Ascoltando le canzoni, guardando i video da milioni di visualizzazioni, annusando l’hype che lo circonda senza che ancora abbia pubblicato un album (toccherà aspettare il 2017), avevo avuto una sensazione abbastanza forte su Ghali: ovvero che avrebbe, in fretta, rappresentato il futuro della musica in Italia. Dopo una lunga chiacchierata, piena di desertici silenzi da cui emergeva il potente karma di questo 23enne, oggi mi piace pensare che il futuro Ghali se lo stia già prendendo, e non solo quello della musica.

Un amico che vive nel tuo quartiere – Baggio, a Milano – mi ha raccontato che gli capitava spesso di incontrarti al parco mentre camminavi da solo, e cantavi…
Lo faccio ancora, anche perché vivo in una casa piccola con mia madre, e non c’è abbastanza spazio. Quando scrivo, ho bisogno di cantare, saltare, dire parolacce. Per questo ho iniziato ad andare al parchetto, con le cuffie, il cellulare e il quadernino.

E non ti prendevano per matto?
Non ci ho mai fatto caso. E poi la gente del posto mi conosce, è abituata a vedermi in giro.

Com’è nata l’idea della foto di copertina del tuo nuovo singolo Ninna Nanna?
Mi piaceva l’idea di avere mia mamma in copertina. Con lei ho condiviso tutto. Siamo cresciuti assieme, come due amici e fratelli.

Nel rap, soprattutto in quello italiano, le madri sono figure molto ricorrenti, mentre i padri sono nominati solo nella loro assenza…
Forse perché il rap è basato sui valori, sul racconto delle verità, dei principi. Anche Tupac ha dedicato un sacco di pezzi a sua madre. Io sono uno di quelli che pensano che senza il consenso dei genitori non si va in paradiso.

È la seconda volta dopo Cazzo mene (“Mamma africana pulisce sempre a novanta”) che parli di tua madre e del suo lavoro di bidella.
Mia madre ha sempre fatto lavori umili. So che lì fuori qualcuno ha avuto una storia familiare simile alla mia, e io voglio raccontarla, perché possa ritrovarsi. Sarebbe piaciuto anche a me. Sono cresciuto ascoltando il rap italiano, ma nessuno mi ha mai rispecchiato fino in fondo.

Con che rap italiano sei cresciuto?
Con i Club Dogo, Inoki, Joe Cassano, Lord Bean, il primo Fabri Fibra.

Al di là di quanto mi racconti sul rap, sui suoi valori e principi, il tuo messaggio è comunicato sempre con un’inedita dolcezza.
Chi è cresciuto per strada fa molta fatica a raccontare. È come se avesse dei traumi. Quindi si tende a sognare, a disegnare quello che si vorrebbe vivere.

Nei video ti presenti come una figura abbastanza solitaria, a differenza dei cliché delle clip hip hop dove l’artista è circondato da una cumpa di 20-30 persone.
Se non c’è quella cosa è perché non mi appartiene. Intorno a me ci sono 5 amici stretti, persone a posto, che lavorano, vanno a ballare, giocano a calcio.

Mi ha colpito molto l’eleganza della cover di Ninna Nanna, quasi una foto vintage. C’è un che di borghese. Era quello che volevi comunicare?
Sì.

Tu dove hai studiato?
All’Istituto Tecnico per Grafico Pubblicitario a Baggio, poi mi son fermato. Dalle medie mi hanno cacciato fuori a calci in culo. Forse per qualche tag che avevo disegnato in bagno hanno deciso di mandarmi a studiare da grafico, in una scuola dove mandavano i fancazzisti. Io avrei preferito fare altro, magari il linguistico.

Tu conosci l’arabo, vero? Una lingua difficile.
Però bella e profonda. E molto musicale.

“Io sono un negro terrorista / culo bianco / ladro bangla / muso giallo”. Lo canti in Wily Wily. Credi che la gente ti veda così?
Sono io che potrei essere chiunque. Anche tutte quelle cose insieme.

Com’è venuta fuori l’idea del video?
La canzone ci evocava quel tipo di colori. Ci siamo organizzati e siamo andati in Giordania. Qualche giorno fa mi ha chiamato il console, mi fa: “Cavoli, otto milioni di visualizzazioni…”. Io mica lo sapevo!

La Proloco giordana dovrebbe ringraziarti…
Cosa dici nei versi in arabo e francese?
La frase in arabo è una specie di “check check prova”, che fanno i cantanti arabi prima di cantare. È un pezzo dove parlo di mio padre. Vive in Tunisia e con lui non mi sento e non mi scrivo da anni. Immaginavo che il pezzo sarebbe arrivato in Tunisia e che lui lo avrebbe sentito. So che la canzone è girata parecchio là. Mi sono arrivate richieste di featuring dai rapper locali.

C’è un’altra parte del testo che non sono riuscito a capire.
Dice: “Mio padre non lo vedo da tanto, non sai da quanto, la gente mi chiede perché, mi chiede perché, mi chiede perché, amico mio lascia stare, non voglio più stress, in ogni caso, come sto? Grazie a Dio tutto bene”.

Sempre in Wily Wily canti: “La mia ignoranza interessa più della tua cultura”. Lo trovo molto vero. Ci sentiamo tutti più intelligenti degli altri.
È quello il concetto.

Tu non sei ignorante!
Ma che cosa vuol dire “ignorante”? Siamo tutti ignoranti, tutti non sappiamo…

Come Celentano, il re degli ignoranti.
Chi fa l’acculturato, tante volte non ci azzecca…

“L’industria è un tritacarne, io sono halal” rappi in Dende. Tu ti senti arabo?
Certo. Mi sento anche arabo.

La tuta arancione che indossi in Wily Wily sembra quella dei prigionieri di Guantanamo.
In realtà mi piaceva la tuta, e basta.

Ora quante visualizzazioni ha su YouTube?
9 milioni. Dende ne ha 11 milioni e passa.

Nei tuoi pezzi ci sono citazioni cinematografiche – Gomorra, Narcos – ma pure quelle di cartoni animati e videogiochi…
Io ero un mega-nerd: videogiochi, cartoni, giocattoli, carte dei Pokemon e cose simili.

E cosa c’entra questa roba col rap?
Col rap puoi raccontare qualsiasi cosa. È una piattaforma per esprimersi. Dire “questa cosa non c’entra col rap” è sbagliato.

Che vita fai oggi?
Prima c’era il parchetto, lo studio, le discoteche dove non ci facevano entrare, il saltare i tornelli della metro senza biglietto. Adesso è un po’ cambiato.

In che discoteche andavi?
Old Fashion, The Club. Adesso, invece, è tutto un girare per uffici, salire al 14esimo piano (la redazione di “Rolling Stone” in cui stiamo facendo l’intervista è appunto al 14esimo piano).

Che cosa c’entra l’espressione “Rolling Sto” in Ninna Nanna?
È un gioco.

Quando hai capito di aver trovato un tuo stile?
Quando mi sono guardato allo specchio e mi sono accettato. Quando mi sono ispirato senza copiare. Allora a quel punto ti senti bene, scrivi e sai di aver vomitato tutto. È una terapia.

Qual era la cosa che ti faceva più soffrire, che avevi bisogno di vomitare?
L’ingiustizia, i giudizi basati sull’apparenza, le ragazze che non ti cagano. I ragazzi più grandi che all’oratorio ti sfottono perché fai rap. Non poter entrare in discoteca.

Di cosa parlerai nell’album che uscirà nel 2017?
Sarà molto autobiografico. È un periodo in cui sto cercando di capire chi sono, di ricostruire la mia infanzia, il mio passato.

E come stai facendo questa ricerca?
Attraverso lettere, foto, VHS.

Sei andato anche in Tunisia?
No, ho tutto qui in cantina. Mia madre non butta via niente. Il primo ciuccio, il primo calzino, la prima scarpa, i giocattoli, la culla.

Nel tuo modo di fare musica e di proporti al pubblico hai qualcosa che mi ricorda molto Lorenzo Jovanotti…
Sì? Bello!

Tutti e due avete un approccio solare, non imbruttito, al racconto delle cose, a differenza di altri rapper. Quando in Wily Wily hai la testa sotto la scarpa e dici quello che sei (“Negro terrorista / culo bianco / …) suona un po’ come “Il mio nome è Lorenzo / potrebbe non aver senso / ma da quando sono nato / dico quello che penso”.
Che storia!

Ti piace Jovanotti?
Un sacco. È uno dei miei preferiti.

Guardi la tv?
La guardavo, poi appena la mia passione è diventata un lavoro e una professione, ho capito un sacco di cose e la tv mi ha deluso. È tutto finto. Ma le persone ci credono ancora. Se devo guardare qualcosa di finto, allora mi guardo Harry Potter.

Ti informi sui social, sui giornali oppure guardando la tv?
Sui social. Ci sono più pareri. La tv è uno schermo e basta.

Ci andresti a un talent?
Da piccolo sarei andato. È un sogno che ho sempre rincorso, ma quando vedi che non ottieni risultati i talent sono un po’ come l’ultima spiaggia. In fondo, chi è che va ai talent? Chi non ce l’ha fatta fuori.

Che cosa ne pensi di chi va a X Factor con l’unica ambizione di avere successo, per quanto temporaneo?
Gli artisti hanno bisogno di esprimersi, non di diventare famosi. La fama in realtà è un intralcio, ti toglie un sacco di input. Il trucco è restare sempre affamati.

Parlami di Charlie Charles (il produttore delle fichissime basi su cui canta Ghali, ndr).
Siamo partiti assieme. Andavo sempre in studio da lui. A un certo punto ho notato che i suoi beat erano migliori di quelli americani che scaricavo da YouTube. E allora ho pensato che insieme avremmo fatto delle figate.

Ti piacciono i francesi PNL? La loro musica va nella tua stessa direzione…
Mi piacciono un sacco. Loro raccontano la strada, ma sempre con una chiave di fratellanza.

La tua musica sembra avere un importante lato spirituale.
La religione è arte. Mi aiuta a ricordare le mie radici.

Io nel futuro t’immagino con una band alle spalle, tipo The Roots.
Forse, comunque sì, io non sono un rapper puro. Per questo ho voluto dare un nome nuovo a quello che faccio.

Ovvero?
Raptus. Una specie di schizzo.

Ci vai ancora a Ibiza?
Sì, ci ho portato mia madre quest’estate. Io, lei e basta. Mi piace Ibiza.

Comprerai casa a tua mamma?
Si spera.

A giorni sarai al Club to Club di Torino.
Sono emozionato e curioso, è un festival di ricerca dove va gente che ama la musica. E questo è bellissimo.

Ho visto il tuo Instagram pieno di foto molto “stilose”: ti piace la moda?
Mmh, sono uno che assorbe molto, ma non sono uno che si fa le file davanti ai negozi.

Come spendi i tuoi soldi?
Tutto in musica.

Sono cambiati i tuoi divertimenti da quando fai musica a tempo pieno? Vai in discoteca?
Faccio così tante date che preferisco stare lontano dalle luci e dalle casse. Mi piace stare in casa, andare al luna park, giocare alla Playstation, fare una partitella con gli amici.

Ascolti musica italiana?
Calcutta, L’officina della camomilla, Vasco Brondi.

Vasco Brondi?
Sì, mi piace il suo modo di scrivere. Ho letto in un’intervista che se lui non è ispirato, se non ha niente da dire, sta fermo. È uno che fa le cose per se stesso. Lo apprezzo molto.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di novembre.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
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