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Gerald Scarfe, l’uomo che ha disegnato gli incubi di Roger Waters

L’artista e vignettista politico racconta la storia della sua collaborazione con i Pink Floyd, e dello straordinario archivio che nasconde tutti i segreti dell'artwork di 'The Wall' e del film di Alan Parker

Foto: Gerald Scarfe

Lo scorso ottobre, il logoro maglione che Kurt Cobain indossò a MTV Unplugged è stato venduto all’asta per più di 340mila dollari. È un’offerta incredibile per un oggetto legato alla musica… a meno che non considerate che The Scream, il quadro dell’artista e vignettista politico Gerald Scarfe al centro della campagna pubblicitaria di The Wall dei Pink Floyd, fu venduto per 1,85 milioni, uno degli oggetti più costosi  – senza considerare gli strumenti musicali – della storia del rock.

The Scream era uno dei pochi oggetti dell’era di The Wall posseduto da Scarfe e venduto nel 2017; presto, l’artista metterà all’asta tutto l’archivio di materiale legato all’album – una collezione sbalordìtiva di oltre 3mila pezzi tra bozzetti, dipinti, storyboard, memorabilia, oggetti di scenografia e altro ancora – attraverso il San Francisco Art Exchange.

«Vorrei che finisse in una buona famiglia», dice Scarfe a Rolling Stone dalla sua casa sul Tamigi, dove si è trasferito di recente con la mogie Jane Asher. Il trasloco – e l’incredibile successo della precedente asta legata a The Wall («non volevo vendere The Scream, ma quando ho visto il prezzo…») – ha convinto Scarfe a liberarsi del suo gigantesco archivio.

«Vorrei, se possibile, che gli oggetti restassero tutti insieme», dice. «Potrebbero essere divisi, ma l’ideale per me sarebbe vendere tutto a un singolo collezionista, perché l’archivio contiene ogni cosa che ho fatto su The Wall dal giorno del primo incontro con Roger Waters. Appunti, bozzetti e cose del genere, che poi ho sviluppato in opere più grandi. Ho anche dei filmati; l’altro giorno in soffitta ho trovato bidoni pieni di pellicola 35mm, frammenti che risalgono fino al periodo di Wish You Were Here».

La collaborazione di Scarfe con i Pink Floyd iniziò nel 1974, quando la band lo contattò dopo che la BBC mandò in onda il suo film animato A Long Drawn Out Trip. Secondo quanto racconta Scarfe, Waters disse al batterista Nick Mason: «Dobbiamo lavorare con questo tizio; è assolutamente folle. Dobbiamo portarlo a bordo».

«Quando li ho incontrati per la prima volta non sapevo cosa volessero da me, e non credo lo sapessero neanche loro», ha detto Scarfe, che ha creato i filmati trasmessi durante i concerti così come un video animato per Welcome to the Machine, proiettato durante l’In The Flesh Tour del 1977.

«Credevo che l’animazione fosse una forma d’arte inesplorata», dice. «Pensavo: “Perché l’arte non può muoversi? Perché non può essere come Picasso e Matisse?” L’animazione non è necessariamente fatta di animaletti che saltellano tutto il tempo».

Nel corso degli anni Waters e Scarfe sono rimasti amici – «Giocavamo molto a biliardo e bevevamo birra forte» – ed è durante i loro incontri che The Wall ha iniziato a prendere forma. «Un giorno Roger si è presentato a casa mia, a Chelsea, con le prime demo», dice. «Erano mesi che mi diceva: “Un giorno finirò questa cosa, ti mostrerò tutto e ci lavoreremo insieme”. Me l’ha promesso mentre lo scriveva, perché aveva compreso il potere delle immagini accostate alla musica».

Lavorando sul panorama musicale e sulla storia scritta da Waters, Scarfe – un vignettista politico con il pallino per oscure caricature satiriche – sviluppò l’immaginario e i personaggi di The Wall, uno zoo folle su cui si concentrava l’attenzione del pubblico mentre i Pink Floyd si nascondevano dietro un muro che avevano letteralmente costruito sul palco: la marcia dei martelli, l’insegnante che dà i suoi studenti in pasto a un tritacarne; il giudice con l’ano al posto della bocca e il protagonista Pink, umano informe che le animazioni di Scarfe muovevano come una marionetta libera dai fili. «Non potevamo limitarci al muro», ha detto l’artista.

Una delle opere contenute nell’archivio. Foto: Gerald Scarfe

L’archivio di Scarfe contiene tutto il materiale raccolto nei cinque anni passati dal primo incontro con Waters fino all’uscita dell’adattamento cinematografico del 1982 diretto da Alan Parker: i primi bozzetti disegnati a mano, i quadri stampati nel libretto del vinile dell’album, gli storyboard, sceneggiature complete di illustrazioni, oggetti di scena dello stravagante tour di The Wall e del film. Nella collezione ci sono anche “cinque anni di ephemera”: i dischi d’oro di The Wall, statuette, pass per il backstage, una giacca da tournée personalizzata per The Wall e strani oggetti utilizzati durante le riprese del film.

«Ho le lampade della stanza di Bob Geldof», ha detto. «Alla fine della produzione le vendevano per 5 dollari, e le ho comprate». C’è persino una copia del leggendario Black Book, un volume utilizzato nella pre-produzione con tutti gli schizzi di Scarfe, che Parker portava in giro negli studios di Hollywood per raccogliere i fondi necessari a realizzare il film.

All’inizio della storia cinematografica di The Wall, la band voleva che Scarfe collaborasse alla regia, ma la sua visione era molto diversa da quella dell’adattamento finale. «La mia idea era di includere i concerti dal vivo, così che il palco si mischiasse con la vita vera», ha detto l’artista, che voleva combinare riprese dei concerti con le sue animazioni. «Per questo ho ripreso diversi show. Ma ho capito che non sarei riuscito a portare a termine il progetto. Non sarei riuscito a fare sia le animazioni che la regia. E poi c’è da dire che chi finanziava il film voleva un regista conosciuto, e Alan Parker era noto a Hollywood. Quindi mi sono tirato indietro, ma ne ero felice perché ero sopraffatto dal carico di lavoro».

Molti dei conflitti scoppiati durante la produzione del film sono documentati nel suo libro The Making of Pink Floyd The Wall. Tuttavia, c’è una discussione mai trapelata prima a proposito dell’artwork dell’album: nonostante Scarfe avesse disegnato moltissime immagini e personaggi indimenticabili, Waters decise di vestire The Wall con una copertina diventata leggenda: un semplice muro bianco, meticolosamente suddiviso da semplici linee grigie.

«Roger aveva sempre pensato al muro bianco, che è molto simbolico», ha aggiunto Scarfe. «Certo, c’era preoccupazione: “Venderà bene?” Per questo, Roger decise di aggiungere il nome del gruppo e il titolo con un adesivo».

L’artwork interno, però, restò a completa disposizione di Scarfe, che l’ha riempito di illustrazioni e ha persino scritto a mano testi e crediti; il “font Scarfe”, cioè la sua calligrafia naturale – che Waters riutilizzerà per il suo LP solista The Pros and Cons of Hitchhiking – è memorabile tanto quanto l’artwork. La maggior parte del materiale finale – insieme a design di prova, collage, dipinti, acquerelli, acqueforti e altro ancora – è contenuto nell’archivio.

Foto: Gerald Scarfe

Quarant’anni dopo l’uscita di The Wall, Scarfe è ancora attivo, ma nonostante le sue opere recenti non contengano martelli semoventi o tritacarne, disegna regolarmente culi parlanti: la situazione politica attuale ha resuscitato la sua carriera di vignettista satirico, e ora siamo in un modo in cui sembra che le caricature di The Wall abbiano preso il potere. «Devo dirlo: Mr. Trump è la mia musa. Ogni giorno dice o fa qualcosa», dice Scarfe. «Vale per tutti i medium: i personaggi più folli funzionano meglio. E qui abbiamo Boris Johnson, quindi è come se fossi circondato da cartoni animati. Fanno il lavoro al posto mio».

In più, lo scorso novembre, mese del 40esimo anniversario di The Wall, Scarfe ha pubblicato un libro-retrospettiva di 565 pagine intitolato Sixty Years of Being Rude. «La gente mi chiede: “È la tua visione o quella di Roger?” La risposta è che è la mia, perché viene dalla mia mente», dice Scarfe delle immagini di The Wall. «È la mia interpretazione dei pensieri di Roger. Lui è senza dubbio l’origine dell’idea, è la sua storia, ma le immagini sono figlie delle mie visioni ed esperienze».

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