Geniale, generoso, bugiardo Dalla: parla Stefano Cantaroni | Rolling Stone Italia
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Geniale, generoso, bugiardo Dalla: parla Stefano Cantaroni

L'amico e collaboratore che gli è stato accanto per 15 anni racconta il suo Lucio: i viaggi, le stranezze, l'altruismo, la fantasia. E la morte: «Sto benissimo, diceva, ma mentiva sempre sulla sua salute»

Lucio Dalla

Foto: Simone Cecchetti/Corbis via Getty Images

Dieci anni senza Lucio Dalla. Per i più, oggi è soltanto una data da celebrare sui social o con l’ascolto di una delle sue indimenticabili canzoni. Il tempo di un post, un commento, una condivisione, oppure tre minuti di musica e poi si cambia argomento. Ma per qualcun altro – pochissimi – la data del 1° marzo 2022 ha un significato ben diverso: più profondo, più privato. E che abbia deciso di condividerlo con noi, dopo dieci anni di silenzio, ha un valore ancora maggiore.

Si tratta di Stefano Cantaroni, uno dei migliori amici dell’artista bolognese («io lo consideravo il mio migliore amico») scomparso tre giorni prima del sessantanovesimo compleanno. La sera precedente all’esibizione di Montreux si erano sentiti al telefono e, a sorpresa, Lucio gli aveva rivolto una esortazione strana, inconsueta: «Mi raccomando, fai il bravo e sii buono con la gente». Sono le parole finali di un rapporto durato quasi vent’anni e nel quale «abbiamo girato insieme il mondo, prendendo anche 120 aerei in un anno».

Nella memoria di Cantaroni riaffiora il Dalla più vero e non per questo meno originale, capace anche di clamorose incazzature «che duravano al massimo 20 minuti» e di gesti di generosità estremi, è il caso di dirlo: dopo il Sanremo con Pierdavide Carone, infatti, avrebbe dovuto fermarsi. I medici gli avevano consigliato riposo a seguito di un tour estenuante di oltre 100 date appena concluso con Francesco De Gregori, solo che gli confessò: «Non ne ho tanta voglia, però devo dare da mangiare ai miei collaboratori». Perché anche questo era Dalla, un altruista «al di là di come si sentisse» e che per eccesso di vitalità diventava «un mentitore seriale, mentiva sempre sulla sua salute. Mentiva prima di tutto a sé stesso» Ma d’altronde, per Cantaroni questa «è una prerogativa della poesia, tutti i poeti sono bugiardi».

E così, Cantaroni ha ripercorso la loro amicizia, da quando gli chiese, lui 19enne, di diventare mozzo sulla sua barca, a quando lo spinse a suonare il sax di fronte a 150 mila persone (senza saperlo suonare). Oppure le “stranezze” di Lucio che a volte preferiva dormire per strada, o che amava stupire la gente girando con una gallina al guinzaglio o per mano a una scimmia. E ancora il Lucio più intimo, alla ricerca costante – sia con donne che con uomini – di «complicità e affetto». E su quello che è stato definito l’ultimo compagno, Marco Alemanno, ci fa capire tutto con una bugia bianca che sarebbe tanto piaciuta a Dalla.

Ora che Lucio non c’è più, non può fare a meno di rammaricarsi che sia «partito da un momento all’altro, seduto sulla poltrona come i vecchietti che si addormentano con la mano sul volto e gli occhiali leggermente spostati. L’hanno trovato così». Se potesse rivederlo per un’ultima volta non avrebbe altro da dirgli, affettuosamente, «che è stato proprio uno stronzo ad essersene andato in quel modo».

Stefano, come mai in dieci anni hai sempre deciso di rimanere in silenzio?
Perché ho parlato solo una volta con un giornalista e ha modificato le mie parole a vantaggio di un presunto scoop. Per cui…

Quale sarebbe stato lo scoop?
Che prima della morte di Lucio non avevo mai visto gli eredi e ha calcato la mano sul fatto che sarebbero stati degli estranei per lui. In realtà non è così.

Ora invece hai deciso di risponde alle mie domande, come mai?
Dipende sempre dalle domande.

Cantaroni e Dalla. Foto: M. Manarini, per gentle concessione di Stefano Cantaroni

Allora partiamo dall’inizio. Come hai conosciuto Lucio Dalla?
Avevo 19 anni ed ero appena uscito di casa. Un giorno mi chiese se volessi lavorare come mozzo per la sua barca che era attraccata a Napoli e, visto che i miei si erano appena divisi e avevo lasciato la scuola, mi sono detto «perché no?».

Che anno era?
Il 1996.

Come mai ti aveva fatto quella richiesta?
Faccio un passo indietro. All’epoca andavo a volte alla sede di Radio Bruno a chiedere autografi agli artisti. Un giorno c’era lui e, dopo aver firmato l’autografo, mi chiese cosa facessi nella vita. Gli risposi che ero un pittore e lui, essendo molto appassionato di arte, mi ha chiesto di vederli. Allora abitavo a Modena e qualche giorno dopo gliene ho portato uno in bicicletta. Modena-Bologna in bici con il quadro appeso dietro… Gli è piaciuto, ma poi non ci siamo sentiti per un po’ di tempo. Fino a quando, inaspettatamente, mi ha chiamato per farmi l’offerta di lavorare come mozzo. A cui sono seguite molte altre richieste: suonare il sax ai suoi concerti, realizzare le copertine di alcuni album e singoli, la promozione di Canzone.

Come ti spieghi tanta disponibilità da parte sua?
Era una sorta di mecenate. Accoglieva gli artisti, non solo me, per aiutarli a fare qualcosa sotto la sua ala protettiva. Che contava qualcosa, come è comprensibile.

Una amicizia durata 16 anni ininterrotti.
Siamo stati come due cani… Due cani randagi che si incontrano e, bene o male, non sanno cosa fare nella vita. Lui era cantante, musicista e tanto altro, ma in realtà era appassionato della vita. Cantare Caruso migliaia di volte era pesante. Infatti, per lui cantare era diventato un hobby. Il suo vero piacere era la vita. Insieme abbiamo girato tutto il mondo: Australia, Russia, Canada, America, Brasile. Un anno abbiamo preso 120 aerei.

Lo consideravi il tuo migliore amico?
Certo, io lo consideravo il mio migliore amico e anche il mio patrigno.

C’è un momento in particolare che hai capito di avere di fronte una persona speciale?
No, perché siamo stati amici proprio perché eravamo molto simili. Semplicemente si basava tutto su una complicità che, ripeto, è molto simile a quella dei cani randagi che si incontrano per strada e decidono dove andare a pisciare insieme. Per me era un amico, non un personaggio famoso. Pensa che ancora ad oggi non conosco tutte le sue canzoni. Non ero un fan.

Ed era sempre lui a coinvolgerti?
Mi diceva semplicemente: «Vuoi venire in Russia?». Sì. «Vuoi venire alle Tremiti?». Sì. «E a New York?». Perché no? È stata una amicizia improvvisata. Ma quando riesci a confrontarti con qualcuno e creare quel tipo di rapporto allora sì, in quel caso si forma qualcosa di speciale.

Cantaroni e Dalla in Sicilia. Foto per gentle concessione di Stefano Cantaroni

C’è qualcosa che hai realizzato per lui di cui vai particolarmente fiero?
Ho fatto la copertina del disco Ciao. Ho collaborato a quella di Luna Matana. Il quadro non era mio, ma l’ho modificato sotto la direzione dell’artista Gianni Stefanon. Poi qualche altra copertina dei singoli. Oltre a questo è stato tutto un gran divertimento. Pensa che il sax non lo sapevo suonare.

Non lo sapevi suonare e ti aveva chiesto di farlo ai suoi concerti?
Eh sì. Una volta mi ha spinto a salire sul palco di un concerto ai Fori Imperiali di fronte a 150 mila persone. E lui dietro alle quinte a ridere. In modo benevolo, senza cattiveria. Lucio era così. Ho fatto lo stesso con Samuele Bersani…

Cosa fece con Bersani?
Quando gli portò la cassetta de Il mostro, dopo averla ascoltata, disse: «Senti, stasera apri il mio concerto con questo pezzo». Samuele non si era mai esibito dal vivo. Lui è diventato molto bravo, con me invece Lucio non c’è riuscito perché ancora oggi il sax non lo so suonare.

Aveva una gran fiducia nel prossimo.
Buttava letteralmente le persone nella mischia. Se alla fine rimanevi a galla, magari riuscivi a crearti una strada tutta tua.

Quindi immagino non avessi neanche esperienza come mozzo…
Nessuna. Gli servivano due persone per obbligo di navigazione, uno che sapesse guidare e un mozzo. Io ho dovuto solo imparare un nodo e legarlo nel modo giusto quando era il momento.

Faccio un salto in avanti. Cosa ricordi del Sanremo al quale partecipò con Pierdavide Carone nel 2012?
Che anche in quel caso ha fatto il mecenate con Pierdavide. Pensa che aveva appena finito 103 date insieme a Francesco De Gregori. Due settimane dopo c’è stato quel Sanremo e la settimana successiva è voluto partire per un altro tour contro il parere dei medici.

Cosa gli avevano detto?
Lucio aveva un diabete pesante, fumava tre pacchetti di sigarette e beveva dieci caffè al giorno, per cui puoi capire cosa gli avessero consigliato. Mi è rimasto impresso che cosa mi disse: «Non ne ho tanta voglia, però devo dare da mangiare ai miei collaboratori». Era un altruista, al di là di come si sentisse.

Quindi sarebbe stato meglio se non fosse partito?
Lucio, anche se stava di merda e e glielo chiedevano, rispondeva sempre: «Sto benissimo». Era un mentitore seriale, mentiva sempre sulla sua salute. Mentiva prima di tutto a sé stesso.

Non resisteva alla sua spinta vitale?
Assolutamente no.

E tu non hai provato a farlo ragionare?
Io ci avevo provato. Alla fine del tour con De Gregori gli dissi: «Prendiamoci un anno di pausa completa. Tanto di fama non ne hai bisogno, di soldi men che meno. Andiamo dove vuoi e riposati». Ma lui se non metteva le mani in pasta nella musica sentiva di non avere altro. Si annoiava. Doveva per forza fare qualcosa. Ha iniziato a esibirsi a 4 anni. Era un animale da palco, gli piaceva anche stare in studio, non riusciva a stare fermo a livello artistico. Negli ultimi tempi avrebbe voluto fare dei film, oltre alle regie teatrali come la Tosca e a tanto altro. Non riusciva a smettere di creare.

Qualcuno intorno a lui lo ha mal consigliato?
No, perché si incazzava. Se lo frenavi si arrabbiava molto.

Lucio Dalla incazzato non lo abbiamo mai visto pubblicamente.
Lo ha raccontato Carlo Verdone, quando scrissero il suo nome in grande sui manifesti del film Borotalco. Ma l’incazzatura durava un brevissimo lasso di tempo e si calmava. Una ventina di minuti e tornava lo stesso di prima.

Dalla a Sanremo nel 2012, con Gianni Morandi. Foto: Venturelli/Getty Images

Lucio aveva rapporti con i cugini, poi diventati gli eredi del patrimonio?
Con qualcuno sì, ma molto molto saltuariamente. Solo che sulla questione dell’eredità l’aveva detto pubblicamente lo stesso Lucio in una intervista. Gli avevano chiesto: quando morirai, a chi andrà tutto? E Lucio: «Non me ne frega niente, ci penseranno i miei eredi». In effetti è stato così, perché a lui dei soldi e delle proprietà non gliene fregava nulla. Gli bastava stare bene in vita e togliersi gli sfizi che desiderava.

Per esempio?
Come il partire dall’oggi al domani da Castellammare per arrivare alle Tremiti, passando per Messina. Solo per quello spendeva 15 mila euro di benzina della barca. Poi nei ristoranti non pagava mai…

Ma come, è stato sempre descritto come generosissimo.
Lo era. Se per strada lo fermavano 50 persone non diceva mai di no a nessuno. E se gli chiedevi perché lo facesse, ti rispondeva: «Anche questo fa parte del mio lavoro». Ma nei ristoranti difficilmente i titolari lo facevano pagare, avevano piacere ad averlo ospite. E lui era costretto a rispondergli: «Se non mi fai pagare non vengo più». Poi però non lo facevano pagare lo stesso. Una volta eravamo sotto casa mia e lo ha avvicinato una coppia di vecchietti che si lamentava di non avere nulla e Lucio, dopo essersi frugato in tasca, gli ha dato 100 euro. Per lui non erano niente, mentre loro ci hanno mangiato qualche giorno.

Dopo la sua morte si è parlato tanto del rapporto con Marco Alemanno…
Se mi parli di lui chiudiamo la conversazione.

Non siete in buoni rapporti?
Sì, però con Lucio non c’entra niente. Tutto quello che è uscito ai tempi del funerale è una esagerazione giornalistica.

Ron ha detto che non era il suo compagno, ma soltanto il suo segretario.
Sono d’accordo con Ron, mettiamola così…

Secondo te perché Lucio era tanto restio a parlare della sua sessualità?
Non c’era niente di male dietro, ma erano pur sempre cazzi suoi. Aveva la sua vita e non voleva renderla pubblica. Pensa che è stato insieme cinque anni con la madre della madre di mio figlio.

Cosa intendi per “è stato insieme”?
Che erano legati sentimentalmente. Aveva anche una donna che frequentava a Parigi, si chiamava Marianne. Ma ne ha avute diverse altre. Il fatto è che Lucio, probabilmente, dalla perdita del padre a 7 anni e con una madre particolarmente austera, aveva sviluppato il bisogno di avere sempre qualcuno accanto. Per amicizia, complicità, affetto. Di qualcuno che gli stesse vicino ma che, soprattutto, non lo considerasse Lucio Dalla.

Come mai?
È stato uno dei migliori artisti musicali italiani di sempre, eppure, nonostante questo, cercava chi potesse anche mandarlo affanculo. Io e lui una volta abbiamo fatto anche a botte per divergenze musicali. Questo dimostra una grande umiltà e una bella visione sulla vita.

Dopo dieci anni cosa ti resta di Lucio Dalla?
Eh, non saprei davvero da dove iniziare. Tanta roba… Ricordo ancora quando con Lucio andavo le prime volte alle Tremiti e, anche se una casa dove andare l’aveva, lo potevi trovare per strada a dormire. A volte preferiva fare una pennichella su un muretto che andare in albergo.

Ed era già Lucio Dalla…
È sempre stato piuttosto alternativo, per usare un eufemismo. All’epoca poteva girare con una gallina al guinzaglio, o per mano a una scimmia. La gente intorno lo guardava storto, poi quando attaccava a suonare e ascoltavano le sue canzoni pensavano:«“Questo poi tanto storto non è». Il suo manager lo chiamava Malversato.

Non sarà stato facile stargli dietro anche da amico…
Spesso mi bussava a casa alle 2, 2.30 di notte. «Andiamo a prendere il giornale?». Qui a Bologna c’è una edicola sempre aperta. Io lo portavo in macchina o lo caricavo in moto, andavamo a prendere il giornale, poi il cappuccino al bar di fianco. E si facevano i viali della città dieci-quindici volte a parlare delle notizie, oppure ascoltando musica. Altre volte passava a casa mia e si addormentava sul divano. Ma con Lucio si poteva stare senza parlare per ore. Come in macchina, due-tre ore in silenzio senza imbarazzo. A un tratto mi diceva «che bello quello» e allora ne discutevamo . Era uno che, per descriverlo davvero, bisogna tener conto della “solitudine dei grandi”.

Era una persona sola?
Sì, ma della “solitudine dei grandi”. Poteva essere circondato da migliaia di persone e sentirsi solo. Assorbiva dalla gente, si metteva tra il loro respiro e il mondo, ma fondamentalmente era una persona molto sola. Non era negativo. È qualcosa che, forse, tutti i veri grandi sono costretti a sopportare proprio perché sono così grandi.

Cantaroni e Dalla. Foto: M. Manarini, per gentle concessione di Stefano Cantaroni

È vero che raccontava un sacco di bugie?
Altro che, raccontava delle cazzate enormi! Ma era bugiardo senza fare del male a nessuno. E questa è una prerogativa per la creazione della poesia. Tutti i poeti sono un po’ bugiardi, almeno con sé stessi.

Tu ci credevi alle sue bugie?
No no, lo beccavo subito.

E cosa gli dicevi?
Non gli dicevo niente, come quando rispondi «sì sì» a uno scemo. Ma lui non era scemo per niente. Si impegnava parecchio a costruire le bugie, le studiava molto bene. Come del resto sa fare un bambino e chi ha una immaginazione che lo porta a scrivere le canzoni che ha scritto. Conosci la storia di Manfredonia?

Ricordamela.
La madre faceva la sarta e aveva una “filiale” a Manfredonia. Abitavano di fianco a un cinema all’aperto. Però dalla finestra della cameretta Lucio non vedeva lo schermo, sentiva solo l’audio. Passavano i grandi film degli anni ’50 e lui, dopo essersi sdraiato nudo sul pavimento, ascoltava questi film. È stato il primo passo per sviluppare l’immaginazione. Il jazz il secondo passo, era un genio pur non sapendo scrivere la musica. Andava tutto a memoria. Il terzo invece è stato l’incontro con Roberto Roversi. Per lui è stato un padre putativo. Una volta lo siamo andati a trovare e per la prima volta ho visto Lucio davvero in soggezione, come fosse di fronte al maestro. Dopo aver lasciato Roversi, con Come è profondo il mare, alla fine è esploso il vero Lucio Dalla.

C’è anche una leggenda che circola da tempo, magari messa in giro proprio da lui, ma nessuno si sente di dirla pubblicamente: e cioè che in realtà sarebbe stato figlio di Padre Pio.
(Scoppia a ridere) È una cazzata! C’è anche chi dice che sia figlio di un uomo di Manfredonia, solo che non è così. Suo padre è Giuseppe Dalla che gestiva il tiro a segno sui colli di Bologna. Se guardi la foto del padre e la confronti con quella di Lucio sono uguali.

C’è qualcosa che gli diresti se potessi rivederlo?
Che sei uno stronzo! Uno stronzo a essertene andato via così… Sicuramente ha avuto diverse avvisaglie per la salute, ma purtroppo è stato zitto. È partito da un momento all’altro, felicemente. Seduto sulla poltrona, come i vecchietti che si addormentano con la mano sul volto e gli occhiali leggermente spostati. L’hanno trovato così… Cosa posso dirgli, che è proprio uno stronzo!

Quando vi siete sentiti l’ultima volta?
La sera prima. Lucio quella sera ha chiamato un casino di persone.

C’è qualcosa in particolare che ti ha detto?
«Mi raccomando, fai il bravo». Già questo non me lo aveva mai detto, visto che se non facevo il bravo per lui era solo un divertimento in più. «Mi raccomando, fai il bravo e sii buono con la gente», questa la frase completa quando ci siamo salutati. Non è qualcosa che si dice tutti i giorni, a me in tanti anni non l’aveva mai detto. Tredici ore dopo è morto.

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