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Generazione Madame

È l'emblema del rinnovamento del pop italiano, un simbolo di fluidità, di inclusione, di uno stile che sa stare nel presente. Pochi giorni prima dell’inizio del festival di Sanremo, la protagonista dello speciale di Rolling Stone ci ha raccontato la sua storia fatta anche di errori e violenze

Madame

Foto: Gabriele Micalizzi

Secondo te perché Rolling Stone ti ha messo in copertina su un numero dedicato a Sanremo?
Perché sono una donna, perché sono la più giovane, perché so scrivere e mi sono scritta il pezzo da sola e perché tra qualche mese dovrò dare la maturità a scuola.

Se c’è una cosa che trasmette Madame fin da subito è la sensazione di essere davanti a qualcuno estremamente presente a se stesso e al tempo che vive. C’è chi si ritira in un ashram in India per 10 anni solo per riuscire a mettere a fuoco il significato dello stare nel presente e chi, dalla prima risposta, ti fa capire di aver compreso quello che sta davanti agli occhi di tutti e anche molto di quello che sta dietro. Madame, all’anagrafe Francesca Calearo, classe 2002 da Creazzo, Vicenza, è la grande scommessa della musica rap – e non soltanto rap – femminile italiana. Una serie di pezzi che hanno generato una larga attenzione, un disco in uscita, il Festival di Sanremo. Il suo punto di forza è senza dubbio la scrittura, la varietà, il talento, merce rara in un mondo ricco di nomi e numeri ma piuttosto livellato sul basso quando si parla di qualità. Le piace parlare, si diverte, vorrebbe spesso rovesciare i ruoli ma si trattiene, non ha freni mentali né vergogne da coprire, e con Rolling Stone racconta e affronta tutti i temi – alcuni davvero intimi e delicati – legati alla sua musica e quindi alla sua vita.

Foto: Gabriele Micalizzi

Cominciamo da Voce, il pezzo che presenterai al Festival
Voce è stata la prima canzone che ho scritto per l’album, due anni fa. È nata come freestyle. L’ho fatta con un app per il telefono inserendo la base al buio sul letto con le cuffie e a un certo punto ho sentito questa variazione di accordi e ho detto “merda, ci siamo”. Poi ho deciso di prendere questo pezzo e trasformarlo, perché prima terminava in crescendo mentre adesso ha una struttura strofa/ritornello più classica. Infine il tocco magico di Dardust l’ha completata.

Il pezzo gira intorno al tema del ricordo. Anche nel disco ritorna spesso il passato, il che potrebbe sembrare un po’ strano trattandosi di musica scritta da una 17enne, 18enne, ora 19enne.
La mia teoria consiste nel fatto di essere certa che quello di cui ho bisogno nel futuro e quello che devo fare nel presente è scritto nel mio passato. Vedo il mio passato come una lista della spesa di cose che devo conquistare nel futuro e penso sia così per tutti. Quindi con il passato ho un rapporto un po’ ambiguo. A volte lo studio, lo guardo, mi informo su di lui per avere delle risposte, altre volte lo odio, lo ammiro e addirittura lo amo.

Ma stai parlando di cose realmente accadute, che hai fatto, o è più una dimensione di pensieri sul passato?
Cose che ho fatto, cose che ho vissuto, atteggiamenti con cui ho affrontato la vita o con cui non l’ho affrontata. Non essendo cresciuta potendo disporre di una figura autorevole o autoritaria intorno a me, lo sono diventata io per me stessa.

Che cosa pensi della felicità?
È inutile ambire alla felicità. La vita è composta da una serie di emozioni diverse, tutte con lo stesso identico peso e la mia ambizione è quella di viverle il più intensamente possibile, abbandonandomi ad esse. Il mio principale obiettivo crescendo sarà quello di amare il dolore come amo la gioia.

Se la felicità non è un’ambizione mentre lo è l’indiscriminata esperienza di tutto il ventaglio di emozioni che compongono la vita, sai da dove parti – in questo caso dalla teoria – ma non sai dove arrivi. Hai 19 anni: seguendo questa linea a 25 anni dove ti troverai?
O mi ammazzo o cambio modo di pensare.

Seriamente
Seriamente la seconda.

Cosa ti aspetti da Sanremo?
Niente, non ho aspettative. Crearsi aspettative è una forma di delusione preventiva. Equivale a mettersi nelle condizioni di dire: “Ok, domani sarò delusa qui, ma anche qui e qui”. Preferisco lo stupore della bambina impreparata davanti alle cose che sorprendono. La mia mancanza di aspettative mi farà vivere il Festival con curiosità.

Come vivi le critiche? Per esempio cosa rispondi a chi dice che non ti meritavi l’inclusione nei Campioni di Sanremo non avendo ancora fatto un disco?
Bisogna anche essere un po’ lungimiranti nella vita.

Cos’è cambiato in te negli ultimi due anni?
Crescendo ho ascoltato anche qualche buon consiglio, per esempio Emis Killa mi ha detto che dovevo divertirmi con la musica e in effetti aveva ragione. Quindi ho buttato via tanta roba e ho cominciato a divertirmi per davvero.

Perché non ti divertivi?
Perché ero un po’ vittima di tutto quello che mi dicevano manager e discografica, che era sempre “scrivi più semplice” “fatti capire”, tutta roba per me devastante perché la mia scrittura era diversa. Poi ho interiorizzato il punto e ho cominciato a scrivere in maniera più diretta: sono riuscita a divertirmi con quegli strumenti per me nuovi ed ecco che è magicamente nato il disco.

Ascoltandolo mi pare che la tua scrittura possa prendere qualsiasi direzione, cioè che non sia scontata la chiusura o l’appartenenza a un singolo genere
I generi sono un mezzo. Cioè io non uso la trap se devo trasmettere un certo tipo di emozione. La userò piuttosto se devo “flexare” qualcosa, ma se devo esprimere l’amore per un amico come può essere Il mio amico con Fibra userò il pop. Per questo non avere una direzione precisa può destabilizzare un po’ mentalmente ma mi aiuta a essere creativa.

Foto: Gabriele Micalizzi

Nel disco ci sono molti riferimenti al sesso.
Non ho un meraviglioso rapporto con il sesso. Ho scoperto l’autoerotismo molto precocemente, avevo quattro anni. Intorno agli otto la pornografia; sui 10-11 i primi esperimenti sessuali. Quindi mi sono portata dietro questa introduzione un po’ burrascosa al mondo della sessualità fino a oggi dove alterno periodi di apparente normalità ad altri dove solo l’idea di dover toccare qualcuno mi fa venire il vomito. È un argomento che mi interessa anche perché io sono una che un po’ se le è sempre andate a cercare.

Che cosa vuol dire?
Lascio che accadano cose anche se vorrei che non accadessero. Poi è facile che me ne penta dopo averlo fatto.

Non siamo davanti al ritratto della spensieratezza
La spensieratezza l’ho sempre vista come una perdita di tempo. Quando si è insinuato il dubbio della sua presenza nella mia vita ho fatto il possibile per distruggere tutto.

Come?
Mollando le relazioni, tutte quante, e riprendendo il rapporto con mia madre. In quel periodo ero anche vittima e complice di una manipolazione da parte di un uomo molto più grande di me che è sfociata in un rapporto sessuale poco voluto.

Detta così sembra la descrizione di una violenza
A metà. Non ho urlato, non sono scappata. Quello che è successo con quest’uomo è stata una sua mancata responsabilità nei confronti di una ragazzina che non capisce determinati giochi e li subisce, di certo non si sta divertendo.

Immagino tu fossi minorenne in quel momento
Sì.

Hai subito altri tipi di violenze?
Il bullismo, alle medie. Ero emarginata e per farmi invitare ai compleanni praticavo sesso orale ai ragazzi. In quel modo mi guadagnavo una sorta di corsia preferenziale che alla fine non era altro che essere considerata al pari degli altri. Come ti ho detto, io sono una che se le cerca. Sono consapevole che avrei potuto vivere una vita molto più semplice ma credo che la storia si faccia costruendo e distruggendo, stando bene e soffrendo. Anche se in questo preciso momento della mia vita non provo alcuna emozione purtroppo, ma comunque sto scrivendo molto.

Ma perché venivi bullizzata?
Io ho cominciato a lavarmi e a prendermi cura di me stessa a 14 anni, prima non me ne è mai fregato un cazzo di niente e di nessuno. Anche il primo rapporto stabile di amicizia è arrivato tardi, due anni fa, con la mia attuale migliore amica. Quindi mi bullizzavano per questo: puzzavo, avevo i denti in fuori e un carattere di merda. La mia salvezza è stata la pallavolo, imposta da mia mamma perché temeva che continuando a giocare a calcio mi sarei spezzata le gambe, e l’innamoramento per il mio allenatore. Io avevo 14 anni, lui 28, ed è stato il mio primo amore platonico.

Spiegami questa cosa degli amori platonici
Io vivo moltissimo di amori platonici. Sono persone che avevano una posizione autorevole nei mei confronti anche soltanto a livello sociale. Io li ammiravo così tanto e mi sentivo così bene sotto la loro protezione che mi costruivo un recinto in cui correre libera. Ho sempre basato la mia sicurezza sugli altri e questo è stato senza dubbio un grosso problema.

Hai detto che l’allenatore è stato il primo, deduco ce ne siano stati altri
Sì. Il primo è stato il più ingenuo, credevo di non riuscire mai più a provare una cosa così. Quindi ho cambiato squadra e puntualmente mi sono innamorata ancora. Questa volta dell’allenatrice, di 32 anni. E poi salendo ancora mi sono innamorata di una donna ancora più grande, molto più grande, per depistarti ti dico tra i 45 e i 65 anni.

Ma questi amori platonici erano a conoscenza dei tuoi sentimenti?
I primi due sì, la terza mi ha praticamente snobbata. Mi ha detto: “va beh dai, ti starai confondendo con la stima, parliamo d’altro”. Che ridere.

Se vai avanti con questo schema sarà complicato individuare il prossimo
E chi lo sa, magari scovo un trans 90enne perfetto per l’occasione.

Ma che amori sono? Cioè come si dipanano nella vita quotidiana?
Mi alzo la mattina e penso a questa persona, faccio le cose pensando a questa persona, scelgo i vestiti in base a come voglio che quella persona mi veda, mi trucco per quella persona. Io dipendo da questa persona. Ho cominciato a lavarmi perché mi sono innamorata del mio allenatore. A lavarmi, truccarmi e vestirmi, a rendermi decente cazzo, mica gli potevo piacere conciata com’ero.

Questi amori hanno apportato altri cambiamenti alla tua vita?
Beh sì, io scrivo canzoni grazie all’ultimo di questi amori che ti ho raccontato. Cioè avevo cominciato già prima ma l’allenatrice mi aveva scoraggiata dicendomi che i testi non valevano nulla. Poi ho ripreso con questa signora, che è una dona estremamente colta, per impressionarla. E sono diventata brava perché scrivevo tutti i giorni per migliorarmi. Ma scrivevo per lei.

Foto: Gabriele Micalizzi

Hai cominciato a scrivere subito rap?
Io scrivo solo rap, sempre. Poi quando vado sul beat improvviso una melodia e fatalità il risultato è figo.

Tutto estremamente semplice
Io penso sempre che Madame sia il mio genio, non sono io che scrivo. Lei è un po’ il grillo parlante, io sono la cavia, la stronza che soffre e che fa cose bellissime. Quindi ecco Madame, la figura autoritaria, la me del futuro, una signora, una santona che mi giudica dall’alto. Un super-Io che ha il compito di scrivere i miei pezzi. L’unico pezzo del disco che ho scritto davvero io, la cavia, è l’ultimo, che si intitola Vergogna, dove spiego perché Madame ha avuto la possibilità di dire tutte le cose che ha detto.

E come lo dici?
“La vergogna non la provo / la mia faccia non colora / sono così sincera / da farmi schifo da sola”

Credi di poter rappresentare una generazione?
Io spero proprio di essere la portavoce della mia generazione. So di avere ereditato molte caratteristiche delle generazioni precedenti alla mia, sono cresciuta in una famiglia dove erano tutti anagraficamente molto grandi. Io mi studio in modo ossessivo perché sono dell’idea che ci siano delle leggi comuni che ci accomunano tutti. Studiandomi a fondo posso individuare gli elementi costitutivi degli altri. Mi sono resa conto di aver capito determinate logiche della vita – che è forse buffo da sostenere avendo l’età che ho – che molti della mia età non hanno ancora compreso. L’autoconsapevolezza, la capacità di guardare ai propri errori e al proprio passato perdonandosi, l’accettarsi per quello che si è, l’accettare la sofferenza e la morte. È una generazione molto inconsapevole la mia.

Tu ti accetti completamente per quello che sei? E chi sei?
Io dico sempre scherzando che ho il pomo d’adamo e mezzo metro di spalle, quindi del tutto donna non sono neanche nata. Sicuramente sono un po’ androgina, d’altra parte ho anche giocato parecchio tempo a calcio. Diciamo che concretamente non mi sono mai sentita veramente donna. Sono totalmente fluida: mi alzo la mattina e mi vesto più da uomo o più da donna ed è una cosa bella perché soddisfa i miei bisogni.

Come si costruisce un’identità?
Oggi ci sono un sacco di contenitori a cui le persone possono decidere di tendere o addirittura aderire completamente. Soprattutto i social te li propongono in grande stile: orientamento sessuale, idee, identità di genere, musica che si ascolta, tipo di vestiti. Le mie crisi identitarie riflettono il fatto che non mi senta parte di nessun contenitore esistente. Delle identità sono pieni i social e i ragazzi quando crescono con i social in mano scelgono a quale identità collettiva aderire.

Sei serena?
Mai. La serenità non mi fa assolutamente scrivere.

E come sei?
In questo momento sono completamente apatica.

Cioè?
Cioè faccio la copertina di Rolling Stone, poi c’è Sanremo, infine il disco, ma niente, mare piatto. E mi dico “ma cazzo, vuoi essere contenta?”. E invece non provo nulla. Ho perso la fede in qualcosa di più grande di me, che poteva essere un amore platonico – ora non ho nemmeno più voglia di innamorarmi perché è troppo pesante –, non ho un Dio né un ideale politico e quindi diciamo che mi trovo un po’ persa.

Ci penserà Madame a indicarti la via
Sì, Madame e la scrittura.

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