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Gazzelle torna con ‘Destri’: «Dicono che sono preso male? Me la son cercata»

Quattro chiacchiere con il cantautore romano che oggi pubblica il nuovo singolo. Tra lockdown, cucina, social network e Nelly Furtado

C’è chi dice che è principe dell’itpop, chi dei malinconici, chi dei presi male ebbasta. Io non so decidere, quello che so è che Flavio Pardini a.k.a. Gazzelle non è uno che parla tantissimo. Oddio, parla pure, ma non fa panegirici per convincerti di qualcosa. L’ho conosciuto di persona qualche mese fa, quando per uno stranissimo caso ci siamo ritrovati nello stesso camerino. Lui doveva cantare, io solo smaltire l’ansia. Me lo ritrovo su Zoom, mesi dopo, per farmi raccontare il suo nuovo singolo, Destri, anticipo del nuovo album, il terzo, di cui ancora si sa poco, «sono in studio, sto scrivendo, non so quando e come uscirà». Aspettiamo. Intanto oggi siamo qui per questo pezzo, pubblicizzato con alcune affissioni in giro per le città. Dei poster teaser, come si dice ora, in cui c’era scritto solo ‘Non è colpa mia’, uno dei versi della sua canzone. Me la faccio raccontare da lui, Destri: «È difficile raccontare una canzone, ti direi ascoltala che fai prima». Ve l’avevo detto che non parla tanto. Poi però continua: «Rispecchia molto lo stato d’animo in cui ero quando l’ho scritta. Ero un po’ arrabbiato. Sono riflessioni su qualcosa che stava andando male ma che non era ancora andata male, ero confuso, e si sente». Nel comunicato stampa c’è un virgolettato: «L’unica cosa che so fare è tirare le somme quando le cose scivolano via dal mio controllo».



In un anno in cui le cose sono sfuggite dal controllo un po’ a tutti, viene naturale chiedergli come se la sia passata, tra lockdown e tutto il resto: «Appena abbiamo potuto uscire, a maggio, son andato in studio e ci son rimasto una settimana. Avevo esigenza di scrivere. C’erano pensieri figli della quarantena, sensazioni nuove. All’inizio ero spaventato, ovviamente, ma poi devo dire piuttosto sereno. Sono uno che a casa sta bene. Non ero solo, quindi non sono impazzito. Ho cercato di trarne il meglio, anche se è stata tosta». Che tanto a lui dicono sempre che è un preso male, con o senza lockdown: «Me la son cercata. Non mi dà fastidio, ma forse alla lunga potrebbe diventare un limite creativo. Metti che domani mi vien da fare un pezzo allegro. Dubito comunque, non scrivo quando sono allegro». Mi torna in mente quella famosa frase di Tenco che viene usata a sproposito sui social. Alla domanda «Perché scrivi solo cose tristi?», il cantautore rispose: «Perché quando sono felice esco.» (Leggo sul web che la frase è stata attribuita sia a Tenco che a Bruno Lauzi. Moriremo col dubbio). Gazzelle comunque esce anche quando è triste, quindi il problema non si pone.

Il lockdown però è stato lungo e lì, felice o triste che fosse, non ha potuto uscire. Ottimo modo per coltivare nuove passioni: «Ho iniziato a cucinare perché non sapevo fare niente. Spezzatino, ragù, robe di lunga preparazione. Sono portato». Forse dovrebbero dirlo gli altri: «No, lo dico io. Sono portato». Mi fido.



Poi Netflix, precisamente tre stagioni di Ozark, e pure The Social Dilemma, il nuovo documentario in cui gli ex dipendenti dei principali social network ammettono in pratica di aver creato un mostro: «Mi è piaciuto, mi ha fatto pure prendere un po’ male». Non che ce ne fosse bisogno. «Fosse per me vorrei che i social sparissero, e te lo dice uno che è grazie ai social che fa quello che fa». Non è sicuramente un tipo da dirette quindi, né durante il lockdown, né prima e nemmeno dopo: «Li uso solo per lavoro, per le comunicazioni di servizio. Fosse per me tornerei indietro, quando non c’erano. Pensa avere 13 anni oggi: noi avevamo la nostra piccola tribù a cui piacere. Ora i ragazzi sono molto più esposti, devono piacere a diecimila persone. Credo farà danni enormi a livello di autostima. Poi la polarizzazione delle informazioni, le fake news». Si prospetta un futuro oscuro. «Siamo stati fortunati noi, che quando eravamo ragazzini non c’erano i social».

Senza social, sì, magari mentre ascoltavamo gli Zero Assoluto, di diritto i padri fondatori di quell’itpop di cui sopra. Che poi ha ancora senso chiamarlo così? «Chiamalo come ti pare, per me resta musica e basta. Direi che nel 2020 non c’è più bisogno di dare nome ai generi musicali, è tutto un miscuglio. L’importante è che ti ascolti le mie canzoni». Come quella con gli Zero Assoluto, appunto: «Son cresciuto con le loro canzoni. Ho baciato le prime ragazze con le loro canzoni. Sono importanti, mi hanno influenzato in qualche maniera. Quando mi hanno proposto di scrivere per loro e poi cantare ho accettato subito». Aggiungo il fatto che hanno pure duettato con Nelly Furtado: «Che hit quella». E chissà chi potrebbe essere la Nelly Furtado di Gazzelle: «Non lo so, se penso a un feat. mi vengono in mente solo dei rapper. Sicuramente non vorrei collaborare con qualcuno che fa cose simili alle mie». Gli propongo di provare a sentire anche lui Nelly Furtado: «Sarebbe figo. Se la becco per strada glielo chiedo».

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