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Gazzelle ora ha meno problemi e la cosa non gli piace

Abbiamo parlato col cantautore romano di capitalismo, di pace interiore e di quel nuovo album, "Punk", che a prima vista non lo sembra per niente.

Gazzelle. Foto di Davide Masotti

Quella che segue non ha di certo l’ambizione di definirsi “l’intervista definitiva a Gazzelle”. Però, che sia una di quelle più intime e introspettive mai fatte a Flavio, quello sì.

Esce oggi Punk, sequel di Superbattito, che già a partire dal titolo conferma l’indole un po’ provocatoria del cantautore romano ma anche quella romantica, se poi il disco lo si ascolta.

Tanto lo sai che la prima domanda riguarda il titolo dell’album.
Eh, un nesso non c’è. È ovvio che il nome Punk sta in opposizione a quello che c’è dentro. Sta lì il gioco. Io faccio le cose senza rifletterci troppo, non è che sto lì e penso “Oddio, qual è il titolo più giusto?” Se hai sentito la canzone, dice “Tu sapevi un po’ di punk”. Questo per me ha un sapore punk ma non nel senso musicale del termine, nell’approccio, nell’attitudine. Non è solo il nome di un genere. Il disco è punk perché non segue regole e spesso l’ho scritto alle 3/4 de notte dopo che avevo bevuto. Senza schemi, per quello che lo chiamo punk. E poi è un gioco, no? È come Sfera Ebbasta che lo chiama Rockstar.

Secondo te perché bisogna rifarsi al passato?
Pure per prendere un po’ in giro, per dissacrare un po’ le cose. Poi, nel mio caso sono proprio affezionato a quella parola. Ci sono cresciuto. Quando avevo 14 anni mi vestivo in un certo modo, un po’ punk. Quindi questo è un ritorno all’adolescenza per me. Sapevo un po’ di punk.

Quindi sicuramente te le sarai prese dagli zarri della techno.
Quello sicuro, ma poi ho avuto anche io il mio periodo da zarro della techno. Ma a 14 anni ero più punk, più grunge. Parte sempre tutto dalla musica. Quando sei ragazzo è normale vestirsi come la musica che ascolti. Chi veste metal si veste da metallaro, chi ascolta la techno fa il tamarro. Chi ascolta il pop si veste, boh, normale. Chi ascolta il punk si veste magari più da skater.

E chi ascolta Gazzelle?
Chi ascolta Gazzelle non si veste. Sta nudo.

C’è anche un pezzo che si chiama Sbatti. Non è slang un po’ troppo milanese?
No è solamente milanese. A Roma non si usa praticamente, solo forse i fighetti o meglio le fighette. L’ho fatto perché ormai sto sempre qua a Milano, ci sono delle parole che mi stanno entrando dentro. Sbatti è una di queste. Mi è venuto naturale scrivere “ci arriveremo tardi a tutti i nostri sbatti”. È uscito così, quindi poi ho detto “WOW allora lo tengo”. Come al solito, per cercare di alleggerire una canzone dal testo amaro, ho scelto un titolo leggero, frivolo. È una canzone che parla di paranoia, è tutta al futuro e riguarda cose che non sono successe, che forse non succederanno mai.

C’è una canzone a cui sei più legato?
Beh, sì. In questo disco c’è Coprimi Le Spalle che è un pezzo scritto 6/7 anni fa, nello stesso periodo di Nero e Scintille. Sono pezzi che ho scritto tanti anni fa ma che ho ripreso. Siccome solo adesso posso cantarle e metterle su un disco, è come se gli volessi bene. Qualcosa di me di vecchio bisogna metterlo, perché ora la gente mi ascolta, ma non ho iniziato solo ora a scrivere. Saranno 20 anni che scrivo canzoni, ce ne saranno migliaia. Magari nessuno se ne accorgerà, magari crederanno che quella canzone l’ho scritta adesso. Ma questa è una cosa figa, perché vuol dire che è ancora un suono nuovo e che può ancora dire qualcosa. E che altrimenti non sarebbe mai uscita dalla mia camera. Mai cantata live, manco quando facevo live da solo.

Che soddisfazioni ti stai prendendo ora che la gente ascolta le tue canzoni?
Mah, in realtà non so. Inseguo tutto il contrario di quello che dico, sono un insoddisfatto cronico. Sul momento le piccole soddisfazioni istantanee me le acchiappo e me le porto a casa. Però non è che c’ho un grande senso di rivalsa. Mi godo quello che mi sta capitando, con la consapevolezza che non è che ho sculato, come diciamo a Roma. È stato un percorso abbastanza giusto, mi sono guadagnato tutto. Non c’è quel senso di shock. Però allo stesso tempo sono super grato alla vita perché mi sta dando delle cose positive, ma so anche che me ne darà di negative come in tutte le vite. Per ora mi tengo ‘ste cose e me le tengo. Poi io mi scordo tutto, so’ uno rincojonito perché vivo molto alla giornata. Non penso mai al futuro, né al domani.

Non pensi mai che questa cosa di Gazzelle possa finire?
No, perché non credo possa finire. Finisce insieme a me. Finché avrò ‘sta voglia di scrivere canzoni, va bene.

Forse questa insoddisfazione cronica è generazionale.
Può essere. Ne conosco tanti come me. Che poi non è che ti dà infelicità, non è una sofferenza. È che manca sempre qualcosa. Però sì, forse hai ragione ed è figlia del momento storico in cui viviamo. Magari proprio figlia del capitalismo.

Non dire quella parola perché sfondi un portone scorrevole.
Però è vero. C’è un’insoddisfazione generalizzata, dovuta anche alla precarietà di tutto. Rispetto a 50 anni fa, oggi tutto è opinabile. Anche i sogni, o quantomeno relativi. Quando tu parlo di insoddisfazione cronica può essere anche che abbia un’accezione positiva. Non intendo una patologia.

Intendi più come fame artistica.
Esatto. Se uno ha un sogno, se poi lo realizza gliene viene subito un altro. Perché mi piace più sognare che realizzarli. Più desiderare che avere. Questa cosa poi mi porta a non essere mai del tutto appagato.

Il capitalismo ti vuole infelice. Perché così poi consumi, compri per cercare di completarti. Ma è una logica perversa, perché non puoi completarti con degli oggetti che acquisti.
Io sono uno che cambia casa ogni sei mesi solo per il gusto di arredarla, il gusto di cambiare. Sono un po’ uno spendaccione. Non tanto nei vestiti, mi piace proprio comprare cose. Non mi comprerei mai un Rolex, preferisco comprare una macchina con gli stessi soldi. Sono anche io consumista, però io poi li fotto perché scrivo canzoni. Io l’anima me la ripulisco così.

Ultima domanda seria poi torniamo a Gazzelle..
Ma meno male che ogni tanto qualcuno fa domande serie, anziché sempre le stesse domande del cazzo.

Foto di Dave Masotti

Ci usciremo mai vivi dal sistema capitalistico?
Io penso di no. Nel senso che ci vorrebbe un evento capovolgente, catastrofico come una guerra, una crisi mostruosa.

Un’altra crisi del ’29 tipo.
Sì, un evento che capovolge la storia, qualcosa di pesante. Ormai il capitalismo è radicatissimo. Devi toccare il fondo, dovrebbe morire un sacco de gente. Non puoi battere il sistema altrimenti, perché sei tu stesso il sistema. Per batterlo dovresti ammazzarti. I veri rivoluzionari sono quelli che scelgono di non vivere. Quelli che si ammazzano non perché sono depressi, ma perché sono felici. Non sono deboli, sono forti. Quando ero più piccolo ci pensavo, ma a me piace così tanto la vita..

La vita ti piace soprattutto ora.
Ma pure prima! Anzi ti dirò, lo ero forse più prima. Quando avevo più problemi.

Hai meno problemi adesso?
Sì, sono molto più sereno e in pace. La gente mi rompe molto meno il cazzo. È perché prima tiravo a campare, facevo lavori che non mi piacevano. Questa cosa mi frustrava. È terribile alzarsi alla mattina e andare a fare qualcosa che non ti va di fare. Dovevo pagare l’affitto di casa. Ho passato dei periodi tosti, dove devi necessariamente tirare fuori il carattere. Quindi ero super incazzato, ma quell’incazzatura era vivace. Capito? Mi piace molto più la tempesta del mare calmo. Fare il bagno nel mare piatto è piacevole. Ma vuoi mettere a sconfiggere la tempesta? Poi ovvio che quando sei piccolo sei tu stesso la tempesta e quando cresci sei più quieto. Però è proprio quella quiete a non farmi stare tranquillo. Io ho bisogno di stare sempre in mezzo a qualcosa di vivace.

Quindi per combattere la quiete ti crei problemi dal nulla?
Quello forse lo faccio. Però sicuramente cerco di vivere, di non cercare di sedermi, di continuare a fare la vita di prima con le stesse persone di prima. Coi disagi de prima. Prendi la mia compagnia di amici: la vita è cambiata solo a me, non a loro. Sono loro che sono la mia ancora, mi aggrappo a loro per mantenere la normalità, per restare alla vita precedente a due anni fa. O forse la mia è solo paura di crescere. Sai, affrontare le responsabilità. Ma loro sono contenti e io sono contento. Faccio la stessa vita di sempre, con la differenza che oggi sto al baretto ma domani magari al Palalottomatica. Io da piccolo sognavo di fare il cantante, non la vita del cantante. Volevo solo cantare, esprimermi con le canzoni.

Non tanto fare la vita da rockstar.
Quella la facevo già. Mia madre a 18 anni mi diceva sempre: “Tu vuoi fare il cantante ma stai già facendo la vita da cantante”. Per fortuna, sono arrivato alla notorietà quando tutto quello che dovevo fare l’ho già fatto. Ci sono arrivato stanco, avevo già provato tutto. Se mi fosse successa questa cosa di Gazzelle a 19 anni, a quest’ora sarei morto.

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