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Gaube è un’anomalia

Lo stile tra prog e psichedelia e l'idea militante di musica sembrano venire dagli anni '70, ma le sue canzoni parlano del presente. Come 'Palafitte', in anteprima su Rolling

Gaube

Foto press

Scrive testi ricercati ed evocativi, li immerge in un universo sonoro che richiama il rock progressivo e la psichedelia anni ’70, ambisce a raccontare la contemporaneità a partire da uno sguardo critico e intrinsecamente politico. Nel 2022 uno come Gaube potrebbe sembrare un pazzo, una di quelle anomalie difficilmente collocabili sul mercato, ma è proprio questo che lo rende interessante.

Classe ’96, timbro vocale graffiato, il musicista toscano, al secolo Lorenzo Cantini, si muove su un terreno non lontano, come approccio, da quello di colleghi come Lucio Corsi e Andrea Laszlo De Simone, e lo fa con una maestria e una cura oggi rare. Il 28 gennaio pubblicherà il nuovo singolo solista, Palafitte, che vi presentiamo in anteprima qui su Rolling Stone. «Una canzone che parla della società attuale», dice lui, «un tentativo di mettere in guardia dalle strumentalizzazioni che il potere pone in atto quando ci trasforma in armi al servizio dei suoi interessi. Sono temi delicati, ma la mia convinzione è che gli artisti dovrebbero provare ad avere un impatto sulla società, per cui, anche se la mia voce è piccola, mi prendo le mie responsabilità: scrivo solo se ho l’urgenza di dire qualcosa, e questa per me è una forma di militanza».

Alla base c’è un senso di estraneità rispetto al panorama musicale odierno. «Vedo troppi ragazzi che si avvicinano alla musica con l’idea di trasformarla in un lavoro con cui fare i soldi, per cui il discorso diventa semplicemente “devo fare pop in un certo modo, con questi suoni e con questa struttura, perché è quello che funziona”. Io vado nella direzione opposta». Lo aveva già fatto con Motore, il suo primo singolo uscito lo scorso novembre, in cui a finire nel mirino era l’atteggiamento di chi applica alla realtà una logica manichea e polarizzante che finisce per uccidere ogni possibilità di dialogo. Lo farà di nuovo con il prossimo singolo Confini, atteso per la primavera: «Una storia per immagini e metafore, in cui parlo dei migranti come pirati con la tuta in quanto clandestini, evidenziandone al contempo l’identità di persone. Perché è questo che sono gli uomini e le donne che tentano di venire in Italia a bordo di barconi: persone, più precisamente poveri».

L’album che seguirà abbraccerà la stessa prospettiva, Lorenzo ci sta lavorando da mesi con la complicità di Davide Sorresina, Lorenzo Chiarello, Giulio Grillo, Emilio Valentino. «A livello di testi sarà un concept molto politico, dedicato a quelle classi popolari che ormai non vengono più raccontate, nonostante in questo periodo storico ce ne sarebbe un bisogno enorme. Musicalmente vi confluiranno il mio amore per i grandi cantautori, primo fra tutti De Andrè, e la passione per i Genesis di Peter Gabriel e i Pink Floyd. Ma non mi fermerò a questo, né pescherò solo dagli anni ’70, sto sperimentando molto».

Le sue canzoni, registrate in presa diretta per esaltarne la dimensione live e in cui a chitarre, basso, batteria, tastiere e synth si aggiunge uno strumento “antico” come l’organo, si caratterizzano per le atmosfere ovattate, oniriche, un po’ alla Connan Mockasin. E a tratti vi affiorano echi degli Area di Demetrio Stratos. Da questo punto di vista potremmo accostare Gaube a Sasso, l’ex socio del già citato De Simone negli Anthony Laszlo, anche lui fautore, pur con risultati diversi, di un cantautorato dal sapore vintage impreziosito da atmosfere psych e rimandi al prog. «Si tratta di fare ricerca musicale, sotto questo aspetto rispetto tantissimo i Verdena e Iosonouncane: se ne fregano delle mode, si fanno altamente i cavoli loro e secondo me fanno bene».

Ascoltandolo viene da pensare che mai come in questo momento in cui le produzioni musicali sono quasi totalmente appiattite sui canoni del mainstream servirebbe un festival modello Tora! Tora!, l’evento itinerante inventato da Manuel Agnelli che tra il 2001 e il 2005 portò in giro per l’Italia il meglio dell’allora scena alternative. All’epoca Lorenzo era un bambino, il suo orizzonte finiva a Roccastrada, il piccolo paesino della Maremma dov’è cresciuto. Oggi vive a Bologna e studia antropologia all’università. «Mi sono avvicinato alla musica grazie a mio padre, ha sempre suonato la chitarra, così alle elementari mi sono ritrovato a frequentare un corso di propedeutica musicale, dopodiché ho studiato chitarra e al liceo ho cominciato a scrivere le mie prime canzoni. Poi ho lavorato a vari progetti collaborativi, ma a un certo punto ho sentito l’esigenza di portare avanti le mie idee e i miei gusti musicali e di non scendere più a compromessi a livello compositivo e autoriale. Per questo ho creato Gaube, il nome d’arte è il cognome di mia nonna materna, che è tedesca e da pittrice cresciuta in una famiglia dallo spirito libero e a vocazione artistica mi ha trasmesso una buona dose di anticonformismo». E l’interesse per l’antropologia? «È una materia di cui avevo una visione vaga, ma che ho scoperto di amare. Ti dà una preparazione umanistica completa e gli strumenti per osservare la realtà con uno sguardo critico e nell’ottica di un relativismo culturale che mai come in questi tempi di crisi può essere utile».

Spulciando il suo profilo Instagram si può notare in un post, uno dei primi, la fotografia di una targa dedicata alla Resistenza. «Si trova a Roccastrada, è un pezzo di storia da non dimenticare. Mi spiace che in Italia non ci siano quasi più intellettuali che abbiano il coraggio di esporsi su argomenti delicati o divisivi. Del resto chi lo fa, se non segue il pensiero maggioritario, viene distrutto, basti pensare a cos’è successo ad Alessandro Barbero, a prescindere che si sia d’accordo con lui o meno. Credo che tutto questo si rifletta anche nel mondo della musica, dove pochi ormai si esprimono davvero liberamente e problematizzando tematiche spinose, è più facile parlare solo di sé, del proprio quotidiano, altrimenti i like diminuiscono».

Sul fronte concerti la speranza è di poter andare presto in tour. «Purtroppo a causa della pandemia tanti locali hanno chiuso… L’arrivo del Covid ha messo in luce problematiche pre-esistenti, che si faceva finta di vedere e che perlopiù si sta ancora facendo finta di non vedere. È come se stessimo assistendo a un cambiamento che, però, va a sfavore di una fetta della popolazione che già prima se la passava male. Se poi si parla della spinta alla digitalizzazione cui stiamo assistendo, non è che a noi musicisti abbia fatto bene, finora».

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