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Gaia è diversa

Ha vinto 'Amici', ma non è la tipica pop star italiana. Concepisce la scrittura come autoanalisi, canta in italiano e portoghese, parla di empowerment e nel nuovo 'Alma' guarda ai suoni e allo spirito di Rosalía

Foto: Zanaria

La natura, la spiritualità, il tropicalismo. Parlando con Gaia di Alma si capisce che è diversa da altre cantanti pop italiane. L’album sembra quasi un viaggio new age, ma la produzione è tosta e c’è tutta (grazie a Simon Says, Orang3 e Mr Monkey). Non a caso il progetto ha un respiro internazionale. E non solo perché la cantautrice lanciata da Amici di Maria De Filippi è per metà brasiliana, ma perché traspare la voglia di andare oltre le regole del pop italiano. Di unire le sonorità degli ascolti fatti da bambina (come Caetano Veloso e Marisa Monte) con ritmi nuovi e contemporanei, unendo spiritualità e pragmatismo.

Alma è femminile, è plurale (con featuring che vanno da Sean Paul a J Lord, dai Selton a Francesca Michielin e Margherita Vicario), è interiore, è radiofonico. Insomma, tutto quello che dovrebbe essere un progetto discografico pop oggi.

Sembri più a tuo agio nei pezzi cantati in portoghese rispetto a quelli in italiano. Forse perché emerge la tua vera indole?
È solo un’impressione. Non scelgo la lingua, le cose sono uscite in modo fluido. Mi ritrovo in tutto, nel portoghese e nell’italiano, non mi piace incasellare le canzoni. Ho voluto un disco che fosse sincero, che potessi difendere fino all’ultimo, ma cazzo, te lo giuro, ogni pezzo è stato messo lì con tanto pensiero, con tanta sincerità. Quindi sì, forse il mio percorso musicale è più avanzato se c’è il portoghese di mezzo, perché lo considero una parte della produzione.

Cioè?
Molto spesso è così musicale che lo utilizzo nell’arrangiamento, come parte fondante della canzone.

E l’italiano?
È un po’ più duro, è più quadrato. Probabilmente è questo che rende particolare il rapporto tra le tronche italiane e una sonorità più sudamericana e fluida. Nel disco ci sono molte versioni di me.

Andiamo al pezzo che dà il titolo all’album, Alma. Parla di guardarsi dentro. Tu, facendolo, cos’hai trovato?
Tanta roba. Dopo questi due anni di follia pura ho dovuto per forza fare un viaggio interiore. Il mio percorso è stato accompagnato da terapia, consapevolezza di sé, alimentazione. Una serie di elementi che sono entrati in maniera naturale nella mia vita e mi hanno aiutata a ricordare che per trovare un equilibrio l’intelligenza emotiva conta quanto quella sociale occidentale che ci è stata insegnata. Per capire dove andare devo ascoltarmi.

Ascoltarti?
È la nostra parte più spirituale, divina, che ci dice esattamente dove andare. Sappiamo dove dirigerci, ma spesso non ascoltiamo perché è complesso avere a che fare con noi stessi, con le nostre esigenze, in un contesto sociale in cui questa cosa non ci è ancora permessa. Ed è questa la sfida del disco: seguirla nonostante tutto, nonostante sia doloroso.

Risultato?
Questo processo mi ha fatto guarire e comprendere molti traumi. Scoprire che molti di questi traumi fanno parte, probabilmente, anche di vite passate. Dobbiamo renderci conto di quello che ci circonda e di quanto siamo interconnessi. È una forma di sano egoismo sapere di avere bisogno di determinate cose per raggiungere uno stato di benessere. Ho bisogno che chi mi gira intorno stia bene. Sono concetti che ho capito quando mi sono detta: «Ok, ho me stessa e devo starci, dentro me stessa».

Difficile?
Fottutamente complicato, a volte, ma questo disco racconta di essere veramente me, senza filtri, paure o incasellamenti. Riscrive questa visione e, introdurmi in maniera così prorompente in questo nuovo capitolo della mia vita, è l’atto più punk che potessi fare.

Hai parlato di traumi. Quali?
Spesso ho preso decisioni personali e lavorative che potevo evitare, ma da lì si impara una lezione.

Tipo? Cosa potevi evitare?
Una mia relazione tossica, durata tre anni e mezzo, con una persona che non sapeva come gestirsi e ha riversato tutto su di me.

Altri esempi?
Quando è iniziata la quarantena tutti stavano impazzendo, mentre io vivevo il mio migliore momento a livello discografico e musicale. E io come cazzo potevo gestire questa emotività alle stelle mentre il resto, fuori, non stava funzionando, era bloccato, era tragico? Sono cose pesanti, che ti portano a renderti conto di quanto tutto vada a puttane se non ci si ascolta. È fondamentale ed è il mio modo personale di trovare il senso di esistere, la spiritualità. I miei dei, il mio Dio, li creo con il mio vissuto, dalle persone che sono entrate nella mia vita, dai libri che ho letto…

Restiamo sulla pandemia. Hai vinto Amici in pieno lockdown e hai partecipato al Festival di Sanremo senza pubblico. Ti ha destabilizzata? Come hai superato questa situazione che non ti ha fatto mai incontrare il tuo pubblico?
Ho sofferto tantissimo di questa cosa, ma me ne sono resa conto dopo. Era una situazione che nessuno aveva mai vissuto, così atipica che la sto realizzando ora. Vivere questa situazione e non condividerla con le persone che ami, non conoscere il mio pubblico… e per me fare concerti è uno dei momenti più potenti che hanno a che fare con la musica, una condivisione in cui si chiude il cerchio.

Cioè?
Tu scrivi pezzi per te stessa, poi li mandi all’universo e qualcosa ti torna indietro. Io il mio pubblico l’ho conosciuto questa estate. Per me è come se fosse sempre una prima volta. Continuo a resettarmi, a capire cose nuove, il mondo sta andando veloce e, ogni tanto, ho bisogno di fermarmi. Alma è questo: il momento in cui decomprimo e ascolto.

Sei più tornata in Brasile?
No. E poi c’è Bolsonaro, un folle no vax e genocida. È un pazzo scatenato che ha messo in pericolo il Paese, stava cercando di vendere l’Amazzonia e ha fatto morire 600mila persone. Ora non ci vado, ma nei primi anni della mia vita passavo sei mesi in Italia e sei mesi in Brasile.

In Marina c’è Gemitaiz, che definisci un maschio femminista, mentre Ginga esalta il girl power con i featuring di Francesca Michielin e Margherita Vicario.
La donna, con la sua forza, è una delle mie tre divinità insieme a natura e spiritualità. Volevo rappresentare un lato della femminilità reale, prendendo come esempio la mia vita: ho una parte femminile e maschile, rivendico la mia molteplicità di vissuti e anime.

Parliamo di Sean Paul, presente in Boca.
Non l’ho potuto conoscere di persona, ma ci sentiamo su WhatsApp e ha un cuore enorme: è stato tra gli artisti più carini, ama la musica, ha duettato con me soltanto perché gli piaceva la canzone. Quanto è dura questa scelta oggi?

Hai anche collaborato con i Selton in Io & Te (De leve).
Sono i miei fratelli. Raccontiamo l’essenza del nostro cuore, un vagabondo che trova casa in sé stesso. È un pezzo tanto organico, tanto suonato. Volevo fosse figo da proporre live.

In Louca, invece, hai jammato insieme a J Lord.
Uno dei talenti più interessanti che abbiamo nel panorama: ha 17 anni, un vissuto che nessuno riuscirebbe a sostenere sulle sue spalle e lui lo fa con un flow e una leggerezza micidiali. Insieme a lui abbiamo deciso di scrivere di sensualità.

Per il look e la musica che fai spesso ti paragonano a Rosalía. Che ne pensi?
È un mega complimento, la adoro. Entrambe amiamo l’estetica del suono che ha, sotto sotto, un messaggio. Sento anche in lei la voglia di utilizzare i regali, i doni, i talenti che ci sono stati dati: con grande cura cerchiamo di limarli, pulirli e farli crescere. E poi entrambe curiamo tutto dei nostri progetti artistici.

Alla fine Alma è un disco gioioso. Ma quanto è difficile ascoltare la propria felicità?
È complesso perché viviamo in un contesto in cui non ci è concesso. La felicità è questo: scovare il potere e capire che c’è un percorso, un’evoluzione. Cercare di essere felici non quando si arriva, ma mentre lo stiamo facendo.

Tu lo hai scovato, questo potere?
Ci sto provando e la perseveranza mi ripaga.

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