Home Musica Interviste Musica

Future ha cambiato il rap per una generazione intera, ma non sa se esserne felice

Con ‘The Wizrd’ la superstar di Atlanta ha concluso un ciclo grandioso - e un capitolo difficile della sua vita

Future

Foto Press

Future è in un ufficio bianco. Indossa un abito color crema, e occasionalmente mostra i suoi denti bianco perla. È l’anniversario di Dirty Sprite, il mixtape del 2011 che gettò le fondamenta di una carriera assurdamente prolifica. Il mixtape – e tutto quello che gli ha girato intorno; i drink, la droga, il personaggio Future – ha dato inizio a un’era. Ora, Nayvadius Wilburn sta dichiarando la fine di quel capitolo, ed è diviso tra il sollievo e quello che, esattamente, quel capitolo ha portato. «Ho fatto sembrare tutto così cool», dice tristemente. «Ho fatto sembrare tutto così dannatamente cool».

Sta parlando del lean (sprite e sciroppo alla codeina, ndt). La droga che dà titolo a Dirty Sprite (e al suo seguito, il blockbuster del 2015 DS2), e che a lungo è stata per Future sia una musa che una preoccupazione. Il lean era così presente nella sua musica e nella sua immagine che Future, come ha detto in un’intervista per Genius, era preoccupato di far sapere ai fan che avrebbe smesso, pensava che lo shock sarebbe stato troppo grande. Oggi non riesce a credere quanto grande e profonda sia stata l’influenza di quella fase della sua carriera affogata nella codeina. Lo scorso anno, ha unito le forze con il rapper di Chicago WRLD per un mixtape intitolato WRLD on Drugs. Mentre lavorava al disco, Juice ha spiegato che ascoltare Future l’ha ispirato a provare il lean per la prima volta. Future ne fu molto colpito.

Future, Foto Getty

«Quando me l’ha detto ho pensato: “Oh merda. Che cazzo ho fatto?”», dice. «Mi ha disturbato. Mi ha disturbato parecchio, più di quanto immaginassi quando me l’ha detto. Non pensavo affatto a cose del genere. Quattro anni fa non me ne sarebbe fregato niente. Adesso invece penso: “Merda, quanti ragazzini ho convinto a prendere il lean?”»

Una frase dopo l’altra, è chiaro che Future non riesce a capire quanta responsabilità dovrebbe addossarsi per vite che non sono la sua. Discute con se stesso di continuo, cerca di misurare il senso di colpa che dovrebbe o non dovrebbe provare.

«In quel disco ero me stesso, ero onesto. Quindi, dovrei essere arrabbiato per la mia onestà, per essere stato onesto su quello che succedeva nel mondo, per aver creato delle cose? Ci ho pensato a lungo. Ma non posso chiedere scusa per qualcosa che – si prende una lunga pausa -. Non posso chiedere scusa per essere me stesso, ma chiedo scusa se essere me stesso vi ha portato su una strada diversa».

Quindi: Future è complicato. Ha abbastanza alias artistici da poter creare il suo personal team di supereroi – tutti con l’autotune. Quando inizio a elencargli i personaggi che ha collezionato negli ultimi otto anni, interviene e finisce la frase. «Astronaut Kid, Pluto, Future Hendrix», dice come per dimenticare quanto quei nomi gli abbiano fatto del male. Ogni alias aveva una funzione specifica, tutti avevano un obiettivo: trasformare il dolore di Future e i suoi traumi in una nuova forma musicale. I suoi personaggi hanno narcotizzato la Top 40, l’hanno trasformato in uno dei rapper più popolari del pianeta e aperto la strada a una generazione di rapper e producer (Juice WRLD, Lil Baby, Gunna e molti altri) che troneggiano sulle classifiche attuali. Come dice Andre3000 degli Outkast, «Future ha scritto l’inspirational music più negativa della storia».

Venerdì 18 gennaio Future ha pubblicato The Wizrd, e mi spiega che è l’ultimo dei sette album che deve scrivere per la sua etichetta, Epic Records. Sembra che la cosa lo renda felice: «Questo è il mio ultimo, fottuto capitolo». Ovviamente, nell’album presenta il suo ultimo alter ego. «The Wizrd è sempre un passo avanti, sa cosa deve fare», dice. «È stato un percorso lungo, ma sapevo come muovermi. Sapevo anche come andare fuori strada. Questo è il Wizrd». È una descrizione esoterica, ma Future gioca con concetti del genere da quasi un decennio.

Per gli esperti del rap, l’uomo conosciuto come Meathead arriva da una nobile casata – da ragazzo, passava tempo in studio con suo cugino Rico Wade, un membro della Dungeon Family e collaboratore degli Outkast. Lui, però, ha sempre descritto l’inizio della sua carriera con parole più confuse. Nell’ultimo documentario che racconta la sua storia, il giornalista Elliot Wilson gli chiede come ha fatto ad arrivare fin qui. La risposta di Future è diretta: «Vendendo crack», ha detto ridendo. 

Mi confessa che ha ancora nostalgia di Kirkwood, il quartiere di Atlanta dove è cresciuto, e dell’aura mitologica che colpì lui e le generazioni che ancora abitano lì. «A volte, sembra un luogo da fiaba», dice. «È un mito. Finisci per sognare quella roba, ma non succederà davvero nella tua vita. Devi solo sognarlo, deve restare nei sogni».

«Adesso, però, i ragazzini possono vedere che questa può essere anche la mia realtà», aggiunge. «Io posso fare davvero quelle cose. Posso vivere i miei sogni. La macchina che sognavo, il lifestyle che sognavo, posso davvero vivere quella vita. Vedo la mia casa. Vedo mio cugino che fa le sue cose. Questo era il suo sogno, e lui sta davvero vivendo tutto quello che sognava, forse anche di più. Pensarci ti dà speranza. Un sacco di artisti danno speranza ad Atlanta».

Sembra quasi che Future sia appena uscito da una nebbia incredibilmente produttiva ma emotivamente difficile da attraversare. Dice che nel 2018 è stato in pausa. Non è chiaro cosa glielo faccia pensare: l’anno scorso ha pubblicato Beast Mode 2, prodotto la colonna sonora di Superfly e pubblicato la sua collaborazione con Juice WRLD. Per Future, questo sarebbe un anno di vacanza. 

«Non ci stavo con la testa», dice semplicemente. «Creavo musica, ma la mia mente era altrove. Non funzionavo a livello mentale».

Adesso Future si prepara a una sorta di finale, ma la sua prossima mossa è ancora un mistero. Non lascerà la musica, ma ha un nuovo sogno “post-rap” in cui il protagonista è un “piccolo negozio”. Descrive questo sogno con umiltà, con parole antitetiche alla vita che ha raccontato per anni nella sua musica: «Mi sveglio, vado nel negozio ogni giorno. La gente arriva e compra le sue cose, io li aiuto a mettere insieme gli outfit – e non mi costa nulla. Non mi pagano per farlo. È solo una passione. Voglio che la gente trovi il suo stile e gli abiti giusti».

Ma se ha davvero intenzione di chiudere un capitolo, cosa succederà a tutti gli alias, ai dischi e i contratti con le label? Aspetta a rispondere, come se stesse cercando le parole giuste, poi mi fissa attraverso gli occhiali da sole. Finalmente, dopo un lungo momento di silenzio, scoppia a ridere e inizia a prendermi in giro. Somiglio troppo a The Weeknd perché lui ascolti fino in fondo quello che dico («Mentre mi facevi la tua domanda pensavo “Non so cosa diavolo sta dicendo”, qualcosa del genere»).

Non ha ascoltato nemmeno una parola. Allora chiedo cosa è cambiato – se questa è la fine di un capitolo, qual è la differenza più grande tra il Future del 2011 e quello del 2019? 

Sorride. «80 milioni di dollari in più».

Leggi anche