Fulminacci a Sanremo 2021: «Non sarà un festival sfigato, facciamo sorridere la gente» | Rolling Stone Italia

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Fulminacci a Sanremo 2021: «Non sarà un festival sfigato, facciamo sorridere la gente»

Il cantautore porta all'Ariston ‘Santa Marinella’, «una richiesta d’aiuto», ma anche 'Penso positivo' con Lundini e Roy Paci. Qui racconta il nuovo album e l’ansia di salire su un palco così importante

Fulminacci

Foto: Filiberto Signorello

In un Sanremo normale sarebbe un outsider; in questa nuova versione formato MiAmi, invece, Fulminacci sembra quasi un veterano, a suo agio nel cast più giovane della storia del festival. Forse è per questo che nonostante sia accompagnato da una lunga lista di paragoni pesantissimi – quello con Daniele Silvestri su tutti – e dalla definizione data da Amadeus di «rappresentante della nuovissima canzone d’autore», lui sembra perfettamente equipaggiato per affrontare un palco che sa mettere in difficoltà anche i musicisti più esperti. L’unica vera paura, racconta su Zoom in diretta dal suo ritiro pre-festival in un albergo milanese, è quella di cadere dalle scale o sbagliare un accordo.

Sul palco dell’Ariston porterà Santa Marinella, una canzone d’amore tratta da una storia vera (ma vissuta da un altro) che ha già convinto molti dei giornalisti che l’hanno ascoltata in anteprima. Ma attenzione a giudicarla in fretta: dietro a questo racconto di “vita normale”, alle vignette it-pop sui ragazzi innamorati nel reparto superalcolici del supermercato, si nasconde «una richiesta d’aiuto».

Il brano farà parte del suo secondo disco, Tante care cose, in uscita il 12 marzo. Gli abbiamo chiesto di raccontarci come si sta preparando al debutto sanremese, come vive quei paragoni con i grandi della scena anni ’90, com’è nato il duetto con Valerio Lundini e Roy Paci.

Come ci si prepara al Sanremo più strano di sempre? 

Per me non c’è differenza, è la prima volta e non ho un termine di paragone con le edizioni passate. Tutti mi dicono che prima era diverso, ma io non c’ero e per me Sanremo è questo. Ci si prepara come ci si prepara per un tour, ma con po’ d’ansia in più. Ci sono delle responsabilità diverse da un live: c’è la diretta televisiva, suoni per milioni di persone. E poi ci sono dinamiche che non avevo mai considerato: gli impegni collaterali, come stare su un palco televisivo… è tutto molto diverso. È divertente, mette un po’ d’ansia, ma è il mestiere più bello del mondo e me la voglio godere.

Qual è la paura più grande?
Beh, un classico: cadere dalle scale. Alle prove le ho guardate per bene e mi sembrano fattibili, anche se le cadute arrivano sempre quando meno te lo aspetti. E poi ci sono gli errori tecnici: inizi a suonare e non si sente la chitarra, cose così. Spero che non accada nulla di tutto questo, ma anche se fosse non sarà una tragedia.

Come hai vissuto tutte le polemiche sul pubblico? Temevi che saltasse tutto sul più bello?

Sì, ho avuto paura, mi sarebbe veramente dispiaciuto. Forse è puro egoismo, ma mi sono detto: dai, non può saltare proprio quando tocca a me. Per quanto riguarda le polemiche… sinceramente non ho capito perché Sanremo sia diverso dalle altre trasmissioni televisive. Magari non sono abbastanza informato, ma vedo che le altre trasmissioni hanno un po’ di pubblico e non capisco la differenza. In ogni caso cambia poco, sono contentissimo di farlo lo stesso. E la gente a casa sarà tantissima, c’è il coprifuoco. Non mi sembra un’edizione sfigata, ecco.

Foto: Filiberto Signorello

Parliamo di Santa Marinella. Quando l’hai scritta? Di cosa parla?
L’ho scritta due anni fa. Sto cercando di abituarmi a far uscire le canzoni molto tempo dopo averle scritte, ma devo dire che questa è quella che è invecchiata meno di tutte le altre, almeno nella mia testa. È una canzone ispirata da una storia d’amore che non ho vissuto io, l’ho scritta pensando di essere un mio amico. Parla di una vicenda che ho seguito dall’inizio alla fine, ogni volta che lo incontravo scoprivo qualche dettaglio in più e a un certo punto mi sono messo a scrivere. Ho scoperto che ero coinvolto da quella storia, mi emozionava come se stessi parlando di qualcosa che avevo vissuto io. È una canzone nata come un esperimento, ma che è diventata viscerale.

È la prima volta che scrivi in questo modo? 

Sì, è la prima volta e mi è venuta voglia di rifarlo. Ho capito che non c’è tanta differenza. Santa Marinella non ha nulla da invidiare alle canzoni che parlano di me. Dal punto di vista emotivo e del coinvolgimento ha la stessa onestà e dignità.

I giornalisti che l’hanno ascoltata l’hanno definita “un inno alla leggerezza”, una canzone dalle atmosfere estive. Ti ci ritrovi? 

È interessante, hai detto due cose che effettivamente hanno a che vedere con il testo della canzone, ma non sono quelle che a me arrivano prima. Forse il titolo, che fa riferimento a una località di mare vicino Roma, fa pensare molto all’estate. È vero che si parla di leggerezza, soprattutto nel ritornello che è estremamente liberatorio, ma c’è anche tanta necessità. Per me questa canzone è una richiesta d’aiuto. Io ci vedo più una tempesta che il mare. Ma è interessante che sia stata interpretata così: non vedo l’ora di sentire altre impressioni, è bello che questa storia arrivi a tutti in modo diverso.

Nella serata delle cover farai Penso positivo con Valerio Lundini e Roy Paci. Come nasce l’idea? Cosa possiamo aspettarci? 

Beh, la scelta di Roy Paci si spiega da sola. Il brano ha una parte di fiati molto importante, Roy è uno dei più grandi ed è fantastico averlo. Valerio, invece, è una persona che ha un modo di intrattenere trasversale, passa dalla musica al varietà senza farsi troppi problemi, senza giudicare nessuno. Ho scelto di fare la cover con lui perché ha un modo di intrattenere che si sposa con il mio gusto. L’idea è costruire sul palco un asse che unisca musica e spettacolo. È un esperimento. E poi lui fa delle cose che in Italia non si erano ancora viste, sono felice di condividere un momento con lui. Durante le prove ci stiamo divertendo molto, spero che vada bene.

Come mai hai scelto proprio quel pezzo?
È ironico che adesso la parola positivo abbia un’accezione negativa, ovviamente a causa dei tamponi per il Covid. Mi piace pensare che questa canzone sia un modo per riappropriarci del suo vero significato, che non è quello medico. L’ho scelta anche perché è molto diversa dalla quella che porto in gara: suonarla mi permette di mostrare al pubblico due atmosfere opposte, ma che fanno comunque parte di me.

È difficile cantare un brano leggero in un momento come questo? 

Beh, io lavoro nell’intrattenimento. Voglio che le persone sorridano, non c’è niente di male a farlo anche in un momento simile. L’importante è che l’artista faccia un patto col pubblico: dall’inizio alla fine della canzone ci divertiamo, dimentichiamo il resto. Il mio scopo è quello di strappare un sorriso a tutti, è giusto che la gente veda che sul palco c’è spazio per un po’ di leggerezza e spensieratezza.

Nello speciale di Rolling Stone sul festival, Gazzelle ha detto che gli ricordi Daniele Silvestri e Max Gazzè. Come vivi questi paragoni? 

Forse è la prima cosa che mi ha detto quando l’ho conosciuto. Mi piace molto il passaggio in cui dice che siamo entrambi anni ’90, ma da punti di vista diversi: è proprio così. Ovviamente mi rivedo tantissimo in quei nomi, è un mondo musicale italiano a cui sono molto affezionato. Ogni volta che ascolto Silvestri, Gazzè e Fabi penso alla mia infanzia. Associo quella musica alla strada che facevo per andare a Fregene, al mare, insieme ai miei genitori. Mi facevano ascoltare quelle canzoni, che all’epoca erano nuove, e ho seguito quegli artisti fino a oggi. Sono un po’ come dei genitori, per me.

Adesso condividerai il palco con Max Gazzè. Hai pensato a qualcosa da dirgli? 

Loro hanno uno studio vicino a casa mia, ho già avuto modo di conoscerli. Provo un rispetto profondissimo, li stimo in modo incommensurabile e non saprei davvero cosa dire a Max. Vorrei mettermi in disparte, guardare e imparare.

Dopo il Festival ci sarà un disco? Cosa puoi anticiparci? Nei singoli usciti ci sono atmosfere più cupe del solito, persino una voce che si avvicina al rap…
Sì, ci sarà un disco. Si intitola Tante care cose. Sicuramente nei due brani che sono usciti c’è un po’ di oscurità, è musica più torbida. Canguro lo è in maniera ironica, Un fatto tuo personale è un’ più seria. Tu hai detto rap… forse è un effetto della produzione di Frenetik & Orang3. Non avevo mai lavorato con loro e sicuramente ha influito sul sound del pezzo, direi anche su quello della mia voce. Rispetto al primo, questo disco sarà musicalmente più vario, ma non del tutto torbido, ci sarà tanta spensieratezza e anche un po’ di cazzeggio. Mi sono divertito a scrivere per la band, una cosa che ho potuto sperimentare solo con il primo tour.

La copertina di ‘Tante care cose’

Cosa hai ascoltato mentre lo scrivevi?
Il disco è molto rappresentativo dei miei gusti. Ho ascoltato Elton John, gli Electric Light Orchestra, Billy Joel e il pop anni ’70. Poi c’è l’indie sperimentale degli MGMT, che non c’entra nulla con quello che ho fatto finora, e ovviamente tutti i grandi cantautori italiani, loro non mi abbandonano mai. De Gregori, Battisti… un genio assoluto che andrebbe studiato nelle scuole e che ultimamente ho approfondito molto.

Ti piacciono anche i dischi bianchi?
Sì. Le cose che pensano mi ha fatto riflettere molto. Mogol era un autore descrittivo, un punchliner fortissimo che capivano tutti. Panella, che prima scriveva con Enzo Carella, era tutta un’altra cosa. Era astratto, diverso. Insomma, grazie a lui ho avuto modo di sperimentare una scrittura meno descrittiva, ad acquarello. Forse si sente già in Canguro.

Ultima domanda: qual è la tua canzone preferita della storia di Sanremo?
Allora, se faccio rispondere il me serio direi Almeno tu nell’universo di Mia Martini. Se invece facciamo parlare il me simpatico, che forse è anche il più vero, allora La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese.

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