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Fregati e salvati dai sogni: una conversazione con Lodo Guenzi e Vasco Brondi

L’idea ingenua di cambiare il mondo col pop, il prezzo del successo, l'età adulta, la crisi, il mestiere di cantante, gli esperimenti con la verità: chiacchiere generazionali con due 'Fottuti per sempre' dalla musica

Foto: Marco Piraccini/Archivio Marco Piraccini/Mondadori Portfolio via Getty Images (1) e Giorgio Perottino/Getty Images for OGR (2)

Stavano per sciogliersi, alla fine hanno scelto di tornare con un brano in cui dicono un sacco di cose e tra queste una è che quando sei giovane è facile farsi fregare dai sogni. Fottuti per sempre, il nuovo singolo dello Stato Sociale a cui domani ne seguirà un altro intitolato Che benessere!? (con Naska), è una canzone che parla del disincanto dell’età adulta, di un gruppo che è riuscito a riempire i palazzetti e ad arrivare secondo a Sanremo per poi entrare in crisi, di un mondo della musica (e di un mondo tout court) sempre più assoggettato alle regole del mercato. Tanti i livelli di lettura, con un featuring di Vasco Brondi che al sarcasmo critico ma scanzonato di Lodo e soci aggiunge un tono quasi epico, da inno.

Abbiamo contattato i due su Zoom per chiedere loro com’è nata questa collaborazione, ma soprattutto per sviscerare il senso di un brano che sembrerebbe raccontare una storia circoscritta, ma che in realtà riguarda tutti noi.

Vasco, partiamo da te: come sei finito in questo brano?
Vasco Brondi: Lodo mi aveva anticipato che aveva una canzone da farmi sentire, ma sono passati mesi prima che accadesse. Poi, quando si è deciso, mi ha detto che preferiva sentissi il brano nella prima versione in cui lo aveva scritto e registrato, penso sul telefonino come facciamo un po’ tutti. Era un pezzo chitarra e voce, lo stesso di adesso ma diverso, cantautorale in una modalità sghemba che mi piaceva molto. Ho accettato immediatamente e con gioia di prendervi parte perché ho sentito che era una di quelle canzoni che si scrivono una volta nella vita, per il portato di verità che esprime. Perché alla faccia delle scuole di scrittura creativa, che per carità, vanno bene, però… diciamo che trovo interessanti le canzoni quando sono degli esperimenti con la verità, per citare un libro non così famoso, l’autobiografia di Gandhi intitolata La storia dei miei esperimenti con la verità, che è di una sincerità scandalosa e sotto questo aspetto veramente punk. Ecco, Fottuti per sempre è così. Perché alla fine, anche quando hai un blocco nella scrittura, per uscirne basta dire la verità, lì si accende sempre una scintilla che diventa una liberazione.

Lodo, tu di cosa ti sei liberato? Ci siamo sentiti un annetto fa per i dieci anni di Turisti della democrazia e in quell’occasione avevi parlato della crisi dello Stato Sociale. Poi che è successo?
Lodo Guenzi: È successo che al di là del mio evidente gusto per la tv del dolore, perché sì, amo mettere in campo le budella, ho capito che per me è impossibile andare avanti senza trovare ogni volta un buon motivo per farlo. Persino quando ho iniziato a scrivere le prime canzoni e non ne ero per niente capace – non che adesso conosca i dosaggi giusti degli esperti, per dirla con Bertoli – tra me e me pensavo: adesso scrivo il pezzo più importante della mia vita, che sarà importante anche per altre persone, e poi basta. Ho sempre avuto l’idea che riempire il mondo di suoni e parole all’infinito sia una forma di inquinamento, quindi per riuscire a rimettermi a scrivere avevo bisogno anche stavolta che fosse qualcosa di importante. In questo caso tutto è nato da una serie di riflessioni.

Di che tipo?
Lodo: Riflessioni sul fare musica, sul successo. Esco spesso con Nicolò Carnesi, che ha preso casa a Bologna, e ci capita di parlare di queste cose. Una sera accade che vado con lui a un concerto di Oratio, che tra quelli della nostra generazione era quello che le aveva tutte – è bello, bravo, sa cantare, scrive bene – però a un certo punto aveva mollato il colpo perché non accadeva nulla, e però dopo un po’, dopo aver trovato lavoro e una certa serenità, ha ripreso a suonare. Quella sera eravamo in questo piccolo locale con poche persone e lui era salito da Firenze in treno con gli strumenti e con degli amici con cui aveva messo su una band e io li osservavo e, insomma, erano felicissimi di suonare. Poi succede che il giorno dopo vado a un festival di cinema a Cortina e mi chiama Antonio Avati, fratello di Pupi, per propormi un film su uno che ha provato a suonare tutta la vita, fino a 80 anni, senza avere mai successo. Così di lì a breve, mentre questa canzone stava nascendo, mi ritrovo a girare questo film e mi rendo conto definitivamente che a me interessa di più la complessità che la dicotomia. Quindi di cosa mi sono liberato? Qualcuno in questi giorni ha scritto che Fottuti per sempre sarebbe un pezzo di scuse, e questa è una cazzata: perché non nego niente del percorso che abbiamo portato avanti, a me piace che ci siano tanti livelli nella storia dello Stato Sociale. Il protagonista del film di Avati è un fallito, ma grandioso nel suo essere insieme un sognatore e un miserabile, ed è questo che mi interessa dell’essere umano.

Non è una canzone di scuse, ma è un brano con una dose di autocritica e che parla di disillusione. O no?
Lodo: La speranza è che in una parabola così particolare e ombelicale come quella di una band si rispecchi la parabola di tutti coloro che nelIa mia generazione hanno vissuto un sogno e poi sono diventati adulti rinunciando a una parte di se stessi, che è ciò che il sistema richiede. Perché o passi l’esistenza isolandoti in un campo a coltivare bietole e a rifiutare la realtà in cui vivi, oppure cresci, e crescere implica rinunciare a una parte di sé.

Cito: “Non c’è niente di vero a parte le canzoni che scrivi a 16 anni sopra ai cessi di un bar”.
Lodo: Ma sì, perché viviamo in un sistema talmente forte che di solito si pensa che cambiarlo significhi qualcosa tipo: noi arriviamo e facciamo le cose belle, così muoiono quelli che fanno le cose brutte. Solo che è una visione stupida, perché ok, anch’io penso che le canzoni di Vasco, per esempio, siano più belle di tante altre che passano in radio, ma non è questo il punto. Il punto è che noi, Lo Stato Sociale, rappresentavamo un sistema produttivo diverso e in cosa abbiamo fallito? Abbiamo fallito quando siamo passati dall’idea di non passare dai grandi circuiti e riempire i palasport all’idea di farci comprare dai grandi circuiti e riempire i palasport ai prezzi dei grandi circuiti.

Quindi c’è un’ammissione di colpa?
Lodo: Sì, ma nel nostro caso valgono due livelli: da un lato c’è stata, sì, l’ingenuità di pensare, come direbbe Manuel Agnelli, che si possa cambiare il sistema facendo cose spudoratamente dentro al sistema; dall’altro c’è il fatto che noi abbiamo veramente provato a fare i palasport a 15 euro, autoprodotti, senza sponsor, senza nulla, però veramente l’unico lascito percepito dai ventenni che in quel momento ci seguivano è stato il fatto che abbiamo riempito i palasport, non l’aspetto dell’autoproduzione. E questo significa che non siamo riusciti a raccontarla, quella cosa.

Nel frattempo è anche cambiato il mondo. Che dici, Vasco?
Vasco: Parlando di massimi sistemi, anche artistici, io direi che storicamente ci sono esempi di cose profonde che riescono a diventare estremamente popolari. Battiato nella musica, Fellini nel cinema, artisti che pur con una complessità di linguaggio hanno avuto un enorme successo anche commerciale diventando eterni. E non mi interessa nemmeno come organizzava i concerti Battiato, ciò che portava era talmente forte che si mangiava tutto il resto, non era mangiato dal contesto. Detto questo, è indubbio che quando ho iniziato 15 anni fa la ricerca in musica era ancora una ricerca non per forza orizzontale, un progetto non aveva valore solo a seconda di quanto si espandeva, di quanto era grande il posto in cui si suonava, anzi, c’era una specie di malatissima vergogna per il proprio successo, se lo si otteneva, un senso di colpa malsano che nel mio piccolo ho vissuto in prima persona.

Oggi quella vergogna non c’è più.
Vasco: Per fortuna, però si è andati oltre: ormai la ricerca, anche in ambiti considerati un tempo alternativi, è quasi solo orizzontale, è ricerca quasi ingegneristica del prototipo di canzone che risponda a determinati meccanismi per passare in radio. Poi magari in tutto ciò vengono fuori anche pezzi interessanti, ma in generale è un po’ un trattare le canzoni come fossero automobili, anche perché poi c’è un’ansia, se si ha avuto successo, di restare in serie A che diventa un’ossessione. Persino io che ho tutt’altro approccio e mi sono circondato di persone che quell’ossessione non la conoscono, non posso dire di non subirla per niente, almeno a livello inconscio. E non è bello, è qualcosa che può trasformare questo mestiere in un incubo, e se poi arrivi ad associare il tuo valore personale al successo che ottieni, lì sorgono problemi anche psicologici. Chiudo aggiungendo che secondo me noi della nostra generazione abbiamo avuto la fortuna dell’ignoranza, non conoscevamo le regole del gioco, io – lo dico senza snobismo – non sapevo nemmeno che esistesse il Premio Tenco prima di vincerlo (nel 2008, con Canzoni da spiaggia deturpata, nda). Dopodiché c’è sempre stato chi ha ricercato la fama e nient’altro, ma c’era una porzione di mondo musicale che andava avanti con un’inconsapevolezza che permetteva di trasgredire le regole con strafottenza perché quelle regole manco le conoscevi.

Oggi si sa troppo? O forse a furia di dire che la musica è anche un lavoro e va rispettato come tale – cosa giustissima – ci si è convinti che si debba fare musica per mettersi dei soldi in tasca, e della spontaneità, visceralità e magia dell’arte chi se ne frega?
Lodo: Rispondere a questa domanda senza passare per un vecchio di merda è difficilissimo.

Lo so.
Lodo: Premesso che non concordo su nulla con Vasco tranne che sulle cose importanti, io tutto materialista, lui tutto spirituale, io tutto orizzontale, lui tutto verticale, resta vero che l’ignoranza, come diceva non ricordo più chi, è un fiore talmente prezioso che basta toccarlo per deturparlo. La mia impressione è che stia finendo una fase storica, più o meno un quinquennio, in cui c’è stata una grande vittoria della rappresentazione sulla scoperta, e questo in tutti gli ambiti. Un amico più intelligente di me mi faceva notare questa cosa nel porno… Io che sono del 1986 ricordo le edicole notturne che stavano aperte con la stanzetta con delle improbabili VHS che potevano rovinare la vita a chiunque, ma a parte questo quando ho iniziato ad andare con le ragazze sembravo Homer Simpson nella centrale nucleare in avaria che mette piedi e mani su tutti quei tasti pericolosi! Mentre è ovvio che una persona di 15 anni meno di me ha la precisa nozione non della scoperta del suo piacere, ma della rappresentazione che il piacere ha in un iter incasellato e preciso di sequenze, posizioni eccetera. E questa è la società in cui viviamo oggi: prima di scoprire cosa ti piace del fare musica sei sottoposto a moltissimi modelli di piacere nella musica, quello del rapper che fa bling bling, quello del musicista alternativo con le sue pose, quello della rockstar che spacca la chitarra e così via. Non che noi non avessimo suggestioni, ma ne avevamo molte di meno. Però, ecco, credo che adesso il mercato sia talmente saturo e che il pop abbia rotto talmente i coglioni che i prossimi maleducati saranno quelli che ci seppelliranno. E non vedo l’ora.

Un anno fa mi avevi dato davvero l’impressione di uno che avrebbe lasciato la musica. Ok, ti è venuta Fottuti per sempre, ma non c’è altro?
Lodo: C’è che io sono figlio unico di figli unici, per me gli altri quattro della band sono l’unica cosa che mi dà l’idea di cosa significhi essere fratelli. Se abbiamo ripreso a scrivere, però, è perché quando hai perso le ragioni e hai vinto tutte le gare che volevi vincere e delle altre gare a cui puoi partecipare non te ne frega niente… Cioè, noi siamo una band che fa canzoni strane, per quanto catchy, e che in qualche modo, arrivando ai palasport, ha vinto la gara sui numeri, ma non sul senso. Non ci restava che ricominciare a raccontare la verità, la differenza è che la libertà che ci siamo presi dieci anni fa era gratis, quella che ci riprendiamo adesso ha un costo.

Ha un costo perché nella società della performance in cui viviamo per ammettere di avere perso una partita bisogna essere profondamente liberi.
Lodo: Più che altro, bisogna essere liberi per poter fare schifo veramente, perché anche la fragilità è diventata un business. La modella bellissima che posta la foto con i brufoli sta facendo business additivo rispetto alla modella di dieci anni prima che condivideva solo la foto patinata, perché ha sia la foto patinata, sia quella con i difetti. Ciò che è interessante, invece, è che quando uno fa schifo veramente mostra agli altri che c’è qualcosa nella società che va cambiato. Tradotto: c’è un punto di disagio oltre il quale la richiesta profonda diventa quella di cambiamento radicale dei rapporti di forza nella società, e c’è un punto più annacquato in cui la richiesta è «accettatemi per come sono, anche con i miei difetti, perché vi prometto che non vi romperò mai il cazzo».

Vi va di parlare anche di un altro tipo di costo, i prezzi dei concerti? Rispetto al periodo pre-pandemia sono aumentati parecchio, in alcuni casi a livelli per me inaccettabili, e se in parte ciò accade a causa delle crisi energetica e dell’inflazione, in parte mi pare si sia innescata una corsa generalizzata al rialzo. Come la vedete?
Lodo: Noi questa volta volevamo provare a suonare un disco prima dell’uscita, così abbiamo organizzato il tour di 11 date che partirà il 24 marzo sapendo che sarà un suicidio economico. Perché i prezzi sono popolari, i posti sono più piccoli di quelli in cui potremmo suonare e non raddoppieremo le date che sono già tutte sold out. Però ci tenevamo, e lungi da me spiegare agli altri come fare col loro mestiere, ma per esperienza personale posso dire che quando vedi il pubblico crescere cominci inevitabilmente a pensare che vorresti uno schermo più grande, un altro backliner, un tecnico per i visual e uno per le luci… Tutto questo a me non interessa, non m’interessa che a teatro tu mi faccia vedere la Costa Concordia mettendo un transatlantico in scena, mi piace che tu mi faccia vedere la Costa Concordia con una barchetta di carta, è quella la magia che mi affascina. Lo stesso per la musica: con Lo Stato Sociale ci siamo resi conto che per farlo crescere, lo spettacolo doveva costare 25-30-35 euro a biglietto, e questo ci sembrava sbagliato, sbagliato per quello che dicevamo nelle canzoni e quindi nei confronti di chi ci ascoltava. Se nella tua musica non racconti cose tipo “va bene, lo ammetto, odio il capitalismo” (cita Cromosomi, nda) o “l’assoluto desiderio di non avere niente” (da Sessanta milioni di partiti, nda), allora va bene tutto, tant’è che a differenza di Vasco io vorrei sapere come produceva i concerti Battiato. Ma se nella tua musica ci sono quegli elementi e in più, come noi, hai tra i tuoi obiettivi quello di abbattere la distanza tra palco e platea, allora 40 euro sono una distanza importante tra palco e platea.

Vasco, che ne pensi?
Vasco: Io penso che tutto sommato ci sia ancora la possibilità di scegliere. C’è tutta una serie di pressioni che ci dicono che le cose vanno fatte in quel modo lì e che devono andare sempre più in quella direzione, altrimenti è una sconfitta, se non suoni in posti sempre più grandi e con effetti sempre più costosi. Però non mi è mai tornata questa cosa che più fan uno conquista con le sue canzoni, più quei fan lo vedranno in concerto come un puntino piccolo in lontananza. Motivo per cui già nel 2014, all’epoca del mio primo tour in venue allora considerate grandi, dall’Alcatraz di Milano all’Estragon di Bologna, subito dopo avevo sentito la necessità di fare un tour dove avevo chiesto ci fossero massimo 200 persone a data e sul palco eravamo solo in due. Quell’esperienza non solo mi ha ridato il gusto, ma ha anche influenzato i concerti come li faccio oggi, ossia non come performance, ma come serate conviviali in cui leggo e racconto anche cose a persone che non sono lì per giudicarmi, ma per passare del tempo con me stando dalla mia parte. In caso contrario entri in una modalità quasi guerresca e non ne vedo il motivo. Credo che il punto sia capire nel profondo che c’è una corsa senza fine e senza senso che tutti siamo chiamati a correre, ma che non è nostro dovere correre. E questo vale in tutti gli ambienti. Certo, nella musica è più paradossale perché se si fa musica, in teoria, è anche per starsene al di fuori di determinate logiche, e in questo io sto con Giorgio Canali, che quando qualcuno gli dice che la musica è un lavoro s’indigna e risponde fiero di non aver mai lavorato nemmeno un giorno della sua vita.

Prima Lodo ha detto che voi due siete diversi: in che senso?
Lodo: Ma perché io la gara a chi raggiunge più persone nell’universo la capisco, sono affascinato dai cavalli di Troia e dall’idea di poter incidere nella società. Che poi è il motivo per cui ho pensato di smettere di suonare, perché mi sembrava che in ogni caso non ci fosse più spazio per questo tipo di ambizione, perché la sensazione è che da 20 anni fa, quando lo slogan di quelli più grandi di noi era “un altro mondo è possibile”, ad adesso, è successo con una sterzata straordinaria che siamo giunti al punto in cui la percezione generale è che moriremo e nasceremo in un mondo che ha queste regole date che non cambieranno mai. Un mondo in cui io stesso – lo dico serenamente – non sono libero, visto che comunque anche a me viene da guardare di continuo i dati di prevendita, i numeri di streaming… Ma è più importante essere sinceri, no?

Nessuno è del tutto libero, del resto, nemmeno Vasco che da qualche tempo tiene anche seminari di yoga e meditazione.
Vasco: Si fa yoga proprio perché non si è liberi. E forse perché si è un po’ pazzerelli. Però in questa società della performance e dei numeri che abbiamo descritto non posso non ribellarmi e voglio continuare a farlo. Perché dovrei subire una pressione che non è mia, ma è indotta? Come dice Byung-chul Han parlando dei freelance, oggi ormai siamo al contempo schiavi e padroni, nemmeno i peggiori datori di lavoro dell’Ottocento avrebbero imposto ai loro sottoposti certi ritmi. Han inoltre dice anche che la lotta di classe è una lotta interiore. Ecco, io ho deciso di combattere questa lotta interiore. Poi c’è chi riesce a essere libero arrivando a tutti e quello è il massimo, sia chiaro.
Lodo: Posso aggiungere una cosa? Perché questo è un punto molto interessante.

Certo, vai.
Lodo: Credo che qua si tratti anche della vocazione che uno ha e la vocazione fa l’opera. Per me, per esempio, è stato fondamentale un pezzo di Vasco che s’intitola Chitarra nera e che se ne fotte di qualsiasi forma canzone; in generale le cose che mi hanno influenzato di più nella vita sono diciamo indie, sebbene per indole sia uno che va verso l’orecchiabile, verso il coinvolgimento del numero più grande possibile di persone. Però in entrambi i casi, sia per chi per natura la vive come me, sia per chi la vive come Vasco, la differenza non la farà lo spazio, ma il tempo, e questa è l’unica cosa in cui sono verticale. Che oggi si scriva e si pubblichi Chitarra nera o Una vita in vacanza non conta nulla, è possibile che in futuro la prima sopravviva e resti e che la seconda diventi solo un lontano ricordo, così com’è possibile il contrario. E a dirla tutta, a me sembra abbastanza fisiologico che tra 30 anni non ci si ricorderà di uno uscito da Amici, ma saranno patrimonio comune le canzoni di Giovanni Truppi.

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