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Fred De Palma ci spiega perché dovremmo prendere sul serio il reggaeton

Abbiamo chiesto al cantante di 'Unico' di raccontarci lo stile che viene da Porto Rico. «In Italia è considerato di serie C, ma ha la stessa storia di rivalsa sociale del rap. E non è musica solo estiva»

Fred De Palma

Foto: Russeavx (Alessandro Russo). Look: Dolce & Gabbana

Prima ancora che un’intervista a Fred De Palma – uno dei primissimi e pochissimi artisti a fare solo reggaeton in Italia, principe delle classifiche con hit come Una volta ancora, Paloma o la più recente Ti raggiungerò, e ora pronto a fare il bis con il nuovo album Unico, appena uscito – questo vuole essere un articolo educativo e informativo, che spiega il perché il reggaeton ha una sua dignità e, prima di liquidarlo in toto come musica estiva di sottofondo, è giusto approfondire l’argomento.

A lanciare il genere in tutto il mondo è stata la super hit planetaria Gasolina di Daddy Yankee (2005), ma «nasce a Porto Rico: Daddy Yankee e Don Omar sono stati i primi a rendere famoso il reggaeton ovunque, nei primi anni ’00. Prima ancora c’era il dembow, che ha sonorità molto simili e oggi è diffuso soprattutto in Repubblica Dominicana», ci racconta Fred De Palma al telefono. Oggi è un sound che ha una delle sue principali culle in in Colombia, ma in generale è diffuso in tutta l’America Latina e nei Caraibi, nonché da noi. Il diretto interessato ha trovato molte affinità con il suo passato nella scena hip hop perché «ha esattamente la stessa storia di rivalsa sociale del rap, anche nei testi», spiega.

Molti considerano il reggaeton una non-musica senza tradizione né ragion d’essere in Italia…
L’Italia è un Paese che spesso, in termini di musica, resta indietro cinque, dieci anni rispetto al resto del mondo. Vede il reggaeton come un genere di serie C, quando altrove è oltre la serie A, a livello di numeri, di diffusione, di gradimento. Ha battuto ogni record esistente, ormai. Ovviamente ha bisogno di essere spiegato: da noi i media non lo raccontano granché, lo stereotipano. Un po’ come quando è arrivato il rap, 30 e passa anni fa: la gente lo identificava con gente con i pantaloni larghi che faceva le corna e diceva cose tipo «yo, fratello!».

Non lo conoscevano, insomma.
Esatto. La differenza tra il rap e il reggaeton è che sta facendo una scalata al contrario: è partito come un genere mainstream e probabilmente si diffonderà anche nell’underground, perché molti artisti cominceranno a scoprirlo e a farlo in maniera diversa da quella che passa per radio. Ovviamente in Italia è arrivato trascinato dall’influenza delle super hit mondiali, ma non è una semplice copia di quel sound: si è già evoluto.

Come racconteresti il reggaeton a un alieno che non ne ha mai sentito parlare?
Immagina di entrare in una stanza in cui sono tutti seduti e parlano a bassa voce. All’improvviso, parte dalle casse una canzone reggaeton e tutto cambia: riesce a trasformare qualsiasi luogo nella festa più figa a cui tu abbia mai partecipato. Ha il potere di tirarti fuori la voglia di divertirti, di farti sentire le vibrazioni positive attorno a te. È come se ti ipnotizzasse.

Foto: Russeavx (Alessandro Russo)

Quando ti ci sei appassionato?
So che farà sorridere, ma l’ho scoperto attorno al 2014, in una serata passata insieme a Gué Pequeno. Avremmo dovuto suonare nello stesso live, ma siccome la location era all’aperto e diluviava, ci avevano annullato il concerto, così eravamo rimasti in hotel a cazzeggiare. Mi aveva fatto ascoltare le prime cose di J Balvin e continuava a ripetere che adorava quel sound, che secondo lui spaccava. Io all’epoca non ne ero molto convinto: siamo tutti un po’ scettici nei confronti della roba che non conosciamo, ma il suo entusiasmo mi ha convinto ad ascoltarla con più attenzione, tutti i giorni. E da lì ho cominciato a sentire che qualcosa stava cambiando, che non c’era niente che mi dava quell’energia. Per il reggaeton provavo le stesse sensazioni di quando avevo iniziato a fare rap: era uno stimolo nuovo di cui avevo davvero bisogno, perché dopo anni a rappare e ad approfondire ogni stile e sfumatura del genere, avevo fatto praticamente tutto quello che potevo fare.

Nella prima traccia di Unico, che si intitola Mondo, dici di aver fatto qualcosa che prima non c’era, e in effetti sei stato forse il primo artista italiano a dedicarsi unicamente al reggaeton…
E ti assicuro che quando anni fa ho cominciato io, il percepito era che io fossi un coglione a fare questa scelta! (Ride) Non scherzo, per pubblicare il mio primo pezzo reggaeton ho dovuto mollare tutta la gente con cui lavoravo: mi davano del matto, dicevano che con quella roba non sarei andato da nessuna parte, che avrei buttato via la mia carriera. Sicuramente era un rischio, ma la sentivo una cosa talmente mia che sapevo di doverlo fare. Nel disco dico anche che mi ha salvato la vita, e sicuramente mi ha salvato quella artistica: dopo un po’ rischi di perderti, soprattutto in un genere come il rap. Avevo sempre l’impressione di dover rifare le stesse cose che avevo già fatto, perché la gente tendeva a dimenticarsele. Era un momento in cui non mi dava più nessuna gioia e quando è arrivato il reggaeton è stata come se una lampadina mi si fosse accesa nel cervello: mi svegliavo la mattina preso bene, pronto a inventare qualcosa di nuovo.

In Pa’ la cultura dici che fai questa musica per portare questa cultura anche da noi. Cosa intendi?
Sono stato in Colombia a studiare da quelli che questo genere l’hanno inventato e lo hanno reso famoso in tutto il mondo. Ero lì per ascoltare e imparare, e solo alla fine ho fatto ascoltare le mie canzoni anche a loro, e quello che mi hanno detto mi ha fatto molto felice, perché hanno capito che non mi stavo limitando a rifare il loro sound. Lo hanno chiamato reggaeton europeo, che ai latini suona nuovo e fresco, perché ha sfumature diverse. Erano davvero gasati, e questo ha gasato me. Se vai lì con un grande rispetto per la materia e una tua identità, la reazione non può che essere positiva. Quello che vorrei fare è proprio costruire una storia del reggaeton italiano.

Tra l’altro ho avuto l’impressione che l’album contenesse svariate sfumature e sottogeneri, o sbaglio?
Non sbagli. Io quando racconto la mia musica parlo di reggaeton in generale perché è già difficile spiegarlo così (ride). Diciamo che è un disco di ispirazione latina e contiene tante altre cose, come la bachata, il merengue de calle, il dembow eccetera. Li ascolto molto, li ho vissuti sulla mia pelle nei miei viaggi e volevo che Unico rispecchiasse quanto più possibile le mie esperienze.

Due domande un po’ provocatorie, per chiudere: si dice sempre, un po’ per scherzare, che chi fa reggaeton entra in letargo all’inizio dell’autunno per poi riemergere in estate con un singolo o un album. Cosa risponderesti?
Beh, devo dire che per molti artisti in parte è anche vero (ride). O meglio, a giugno immancabilmente pubblicano un pezzo reggaeton perché sanno che è un genere che d’estate fa i numeri, mentre da settembre a maggio tornano a fare ciò che fanno di solito. Non sono d’accordo con questa linea, a caccia del tormentone estivo. Il mio percorso non è questo, io adotto le stesse sonorità tutto l’anno. Ovviamente lo dicono anche di me, perché al pubblico arriva la grande hit piuttosto che tutto il resto, ma il successo di Ti raggiungerò – che è uscita a marzo, ha ottenuto il disco di platino ed è ancora in classifica – dimostra che non è vero.

Seconda e ultima domanda provocatoria: ora che non sei più l’unico a fare musica latin urban in Italia e molti altri hanno scoperto le potenzialità del genere, ti senti più soddisfatto di avere aperto la strada agli altri o più innervosito all’idea che altri si siano attaccati al trend che tira di più?
Sono felicissimo che ci siano altri artisti che hanno seguito il mio esempio. Ce ne sono tanti che ammiro e apprezzo, anche nell’underground: i Bautista, Astol, Cosmic, Boro Boro… Quelli che mi innervosiscono sono quelli che continuano a denigrare il genere, facendo un pezzo all’anno per fare la hit estiva. Non voglio fare il purista, ma il reggaeton italiano ora come ora non ha bisogno di questo tipo di artisti.

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