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Frankie hi-nrg mc: «Per scrivere ‘Estate 2020’ ho cercato la stessa libertà di tha Supreme»

Un oratorio rap, un libro, la “cover” di De Luca di ‘Quelli che benpensano’ e l’omaggio di Marracash, le nuove generazioni, il rapporto con la discografia mainstream: il rapper di 'Fight da faida' a tutto campo

Frankie hi-nrg mc

Foto: Damiano Andreotti

Discograficamente parlando, molti hanno dato quest’estate per morta: il distanziamento sociale, l’abbruttimento generale, la cancellazione dei concerti e la paura di nuovi lockdown hanno spinto molti artisti a rimandare le uscite già pianificate di singoli e album. Ma c’è anche chi se ne frega amabilmente, come Frankie hi-nrg mc, che negli ultimi sei anni – decisamente un periodo di vacche grasse per il rap, che ha visto molti suoi colleghi e coetanei tornare sulla scena a godere della rinnovata vitalità del genere – non ha pubblicato neanche una canzone. Oggi, quando molti scelgono il silenzio, decide di lanciarsi nella mischia con un nuovo singolo, intitolato Estate 2020 e dedicato proprio al trovare la libertà e la leggerezza che la stagione imporrebbero all’interno della propria mente, anziché nel mondo di fuori.

«È una delle canzoni che ho realizzato e che ascolterete nei prossimi mesi. Ma diciamo che qualcosa, nel tema di questo brano in particolare, ci ha suggerito che fosse il caso di farla uscire al più presto», scherza Frankie al telefono. Il suo è stato un lockdown prolifico in termini creativi, anche se lui e Fresco, il produttore, hanno lavorato a distanza, essendo confinati in città diverse. Il pezzo, che anticipa un nuovo progetto, li ha convinti da subito: «Dopo i riscontri di amici e conoscenti sulla prima versione, abbiamo pensato di coinvolgere anche Acklejuice Rockers, che hanno aggiunto alla miscela un pizzico delle loro spezie», spiega. Alcuni potrebbero rimanere un po’ delusi dal fatto che Estate 2020 in apparenza non ha un testo impegnato, a differenza di molti altri grandi classici di Frankie, ma l’autore dissente: «Come sarebbe a dire? Solo perché ha un ritornello accattivante non può essere un pezzo politico? Bisogna ispirare il senso critico nella gente, fare sì che metta in dubbio le proprie convinzioni». Ma facciamo un passo indietro.

Le tue uscite discografiche sono sempre rare…
Ho capito fin dal primo album di aver bisogno anche di altro, nella vita, e mi sono sempre trovato bene così. Quando non faccio musica, faccio tante altre cose.

Cos’hai fatto negli ultimi sei anni, ad esempio?
Innanzitutto ho scritto le parti rap di un oratorio teatrale per orchestra e violoncello solista, con drammaturgia di Marco Paolini: rappavo una sorta di vangelo dell’intelligenza artificiale proveniente da un futuro distopico. Di fatto, si trattava di traslare le sacre scritture in linguaggio informatico: l’incipit è “In principio era lo 0, e l’1 fu”. Poi ho partecipato a diverse missioni in Africa a fianco della ONG ACRA: sono stato in Zambia, Mozambico e Senegal, tutte bellissime esperienze. Ho scritto un libro autobiografico, Faccio la mia cosa, da cui ho tratto anche un reading teatrale in cui unisco la mia storia ad aneddoti sulla storia dell’hip hop. E tante altre cose che ora non ricordo.

Come ti sei trovato a scrivere un libro, tra l’altro? Molti speravano che tu lo facessi, prima o poi…
Molto a mio agio, devo dire, perché ho trovato molto rapidamente l’approccio giusto. È stato un vero piacere farlo. Lavoravo soprattutto di notte, perché mi concentro meglio così: nel periodo più intenso della stesura mi svegliavo alle 7 di sera e andavo a letto a mezzogiorno. Sono molto felice del risultato, prova ne è il fatto che ora sto scrivendo il mio primo romanzo, e sono già a buon punto. Lavorare a una storia di fantasia è senz’altro un’impresa più difficile, rispetto a un libro autobiografico: è ambientata negli anni ’90 in un non meglio specificato comune dell’Umbria, ma le analogie con la mia vita si fermano qui.

Tornando al lockdown, durante la quarantena dj Stile ha fatto reinterpretare il tuo classico Quelli che benpensano a Vincenzo De Luca in un video ormai diventato virale. Hai apprezzato?
Moltissimo. Stile è un amico da sempre, perciò mi aveva preannunciato che l’avrebbe fatto. Ho anche cercato di dissuaderlo: “Sei proprio sicuro? Guarda che dovrai farti un culo pazzesco!”. Trovare e tagliuzzare tutte le parole necessarie a ricostruire Quelli che benpensano è stato un lavoro titanico, però è stato un regalo bellissimo. Il video è parte di una trilogia (negli altri due, Giuseppe Conte interpreta Aspettando il sole di Neffa e Roberto Burioni Fenomeno di Fabri Fibra, ndr), e nel mio caso la scelta è caduta su De Luca perché ha un linguaggio molto forbito, e visto che anche i miei testi hanno un vocabolario ampio ed articolato, ha pensato che nei suoi discorsi fosse più facile trovare una gamma di termini più compatibili con quel brano.

De Luca ti ha poi contattato per un duetto?
No. Diciamo che spero e immagino abbia altro da fare, di questi tempi. In futuro, chissà.

Di recente Quelli che benpensano era stata oggetto anche di un altro omaggio: Marracash ha fatto una versione 2.0 della canzone, battezzandola Quelli che non pensano, con Coez, artisticamente discepolo di Riccardo Sinigallia, che cantava il ritornello originale…
Quando mi hanno chiesto l’autorizzazione è stata una gran sorpresa, ne sono rimasto piacevolmente colpito. Marra ci teneva moltissimo, e i risultati sono evidenti: sentiva la responsabilità di scrivere un brano che si inserisse nello stesso solco, ma portasse delle idee nuove e sue. È stato molto bello trovare una coincidenza di punti di vista tra noi: sicuramente io avrei usato altre parole per esprimere gli stessi concetti, perché giustamente siamo due artisti diversi, ma la mia visione delle cose è assolutamente compatibile con ciò che lui ha scritto, peraltro davvero bene. La canzone originale era una sorta di album di figurine, una carrellata di istantanee di vari personaggi in cui tutti potevano riconoscere qualcuno che conoscevano.

Come ti fa sentire il fatto che molti ragazzini abbiano scoperto dell’esistenza di Quelli che benpensano, che ai tempi fu una hit e fece la storia del rap italiano, proprio grazie a Marracash?
È una figata, anche se spero che poi non si limitino ad ascoltare solo quel singolo, ma anche il resto della mia discografia, visto che di canzoni ne ho fatte tante. Ma conferma che la mia teoria della frattura è reale. Negli anni ’00 è cambiato il modo in cui la musica viene trasferita da una generazione all’altra. Prima veniva in qualche modo ereditata, magari dai fratelli maggiori, dal compagno di banco o dai genitori. Finivi per amare anche tu i dischi che amavano loro o, al contrario, per detestarli e andare alla ricerca di tutt’altro. Poi è nato lo streaming, con cui i nativi digitali si sono subito trovati a loro agio, a differenza dei più adulti, il che lo ha trasformato in un mezzo dominato da musica fatta dai giovani per i giovani, e creando una frattura. Ho la sensazione che i ragazzi di oggi si abbeverino tutti alla stessa fonte, e non sentano l’esigenza di differenziarsi più di quel tanto.

Agli inizi della tua carriera, ti differenziavi parecchio dagli altri tuoi colleghi: il tuo era un rap molto colto, cerebrale e impegnato, ma il grande pubblico ti amava proprio per questo. Oggi, nel rap mainstream delle nuove generazioni, l’impegno sociale non esiste quasi più. Cosa ne pensi?
Quando vado a Pompei io, visitatore del ventunesimo secolo, sono emozionato di vedere ciò che resta della città. Un antico pompeiano che mi vedesse fotografare quelle rovine, però, penserebbe “Che cazzo si emoziona a fare? Qui è tutto distrutto!”. Le mura diroccate che per me sono preziose, per lui sono solo macerie. Tutto questo per dire che sono convinto che qualunque manifestazione di un afflato artistico può essere osservata in maniera candida, nonostante sia “la rovina” di qualcosa. Ci sono alcuni pezzi che potrebbero essere definiti “la rovina dell’hip hop” per come lo intendo io, che comunque trovo fighissimi. Ovviamente non farò mai nomi, un po’ perché i rapper sono molto permalosi, e un po’ perché i dissing non mi sono mai piaciuti, in nessuna forma: non parlerei mai male di qualcuno, preferisco non parlarne proprio. Detto questo, penso che ci siano anche delle cose nuove molto interessanti.

Tipo?
L’album di tha Supreme è davvero molto, molto interessante. La sua maniera di scrivere, apparentemente così slegata, sbrodolata e buttata là, è portatrice di una libertà eccezionale. Per certi versi ho cercato quella stessa libertà nello scrivere Estate 2020 e i miei nuovi pezzi: non volevo più darmi quei paletti che ho sempre avuto quando lavoravo ai testi delle mie canzoni, non volevo avere l’esigenza di cesellare il pensiero in maniera che rispecchiasse perfettamente anche quello degli altri. Basta, d’ora in poi voglio fare musica con più leggerezza e divertimento. Anche perché è normale e possibile essere fraintesi, ma è l’arte che funziona così: chi guarda, o chi ascolta, ha sempre ragione nel dire che un’opera è bella o è brutta.

Sia questa generazione che quella immediatamente precedente, spesso e volentieri, rivendicano di essere state la prime a “portare il rap al vero successo di massa”. Cosa pensi quando senti questo tipo di affermazioni, considerando che in realtà tu e diversi tuoi colleghi di fine anni ’90 (Neffa, Sottotono, Articolo 31…) eravate già in classifica e in radio?
Voglio pensare a come reagirebbe Grandmaster Caz (pioniere dell’hip hop e presunto inventore della tecnica dello scratch ora usata da tutti i dj, ndr) a ciò che racconto io nel mio libro: in ogni cosa c’è sempre un prima e un dopo, è evidente! Siamo tutti parte di una catena di avvenimenti e, se possiamo definirci precursori di qualcosa, è proprio perché poi è arrivato qualcuno a raccogliere il nostro testimone, altrimenti sarebbe finita lì. C’è una cosa bellissima che Fabri Fibra ha raccontato nella prefazione del mio libro: io ho fatto il mio esordio ufficiale ad Avanzi, un programma televisivo della Rai dei primi anni ’90, e contemporaneamente Fabri era a casa sua che videoregistrava quella stessa puntata e la riguardava in loop quando tornava da scuola, dicendo a se stesso “Anche io voglio fare questa roba, mi piace troppo”. Insomma, il mio primo passo nel mondo dello spettacolo è stato la scintilla che ha acceso la voglia di fare rap di un artista che poi avrebbe rivoluzionato tutto.

Voi vi trovavate a dover spiegare per la prima volta ai media generalisti, ignari di ogni cosa, che cos’è l’hip hop: a distanza di tanti anni, con il rap che è il genere più venduto e ascoltato in Italia, secondo te finalmente lo hanno capito?
Una volta, nei primi anni ’90, ero al Palasport di Torino per un concerto, si è avvicinato un giornalista e mi ha chiesto: “Scusa, tu sei un rap?”. E io gli ho risposto “No, sono un graffito”. Purtroppo, anche oggi, abbiamo una stampa nazionale che raramente approfondisce e si documenta per evitare di dire puttanate. Tant’è che ai tempi avevano generato questa macro-categoria della cosiddetta musica posse, in cui oltre a me erano stati infilati i Sud Sound System, i 99 Posse, gli Isola Posse All Stars, i Mau Mau, i Fratelli di Soledad, i Negrita… Tutti amici, e sono contento che abbiano fatto successo, però non appartenevamo alla stessa categoria. Anzi, molti di loro erano il primo vero movimento indie, nel vero senso della parola: più indipendenti di così non si poteva. E se lo dico io, che sono stato il primo a firmare con una major beccandomi il marchio d’infamia…

Ora lo fanno tutti, anzi, sono più rari i rapper che restano indipendenti.
Ai tempi, invece, era una roba da venduti. Ovviamente io, già allora, la vedevo in maniera diametralmente opposta: firmare con una multinazionale non voleva dire delegare le decisioni al sistema, il contrario. Tant’è che avevo discusso personalmente ogni clausola del mio contratto. Io e gli amici che lavoravano con me avevamo cercato il discografico più squalo in circolazione, Alberto Pirelli, quello dei Litfiba, e gli abbiamo chiesto se poteva insegnarci come funzionava il mondo della discografia. Lui, deliziato dal fatto di essere definito “il più squalo”, ci incontrò più e più volte, aiutandoci a capire come funziona la discografia: le edizioni, le royalties, gli abbattimenti… Tutte cose che molti musicisti ancora oggi non si curano di imparare.

Fa sorridere il fatto che Sfera Ebbasta e Charlie Charles, che sembrano agli antipodi rispetto a te, oggi abbiano esattamente lo stesso approccio: vogliono conoscere tutti i meccanismi del music business, e non solo la parte artistica.
Bravi Sfera e Charlie! Bisogna avere coscienza di ciò che si sta facendo, conoscere il linguaggio e le modalità, per poter trattare alla pari. E questo ti dà anche delle grandi soddisfazioni. Essendo discografico ed editore di me stesso, ad esempio, quando ho partecipato a Sanremo 2014 con Pedala, la sera della finale, prima dell’annuncio del vincitore, ero presente nella sala dove riuniscono i discografici e svelano il risultato delle votazioni. Tutti gli altri artisti, autori e compositori erano ovviamente fuori.

Prima o poi, oltre a produrre te stesso, prenderai sotto la tua ala anche qualche altro artista, magari qualche giovane talento?
Non metto limiti alla provvidenza, ma per ora non mi è mai capitato di considerarlo. È un po’ come considerare di avere un bambino: ti devi fare carico di aspettative e responsabilità nei confronti di un’altra persona. E poi, chi sono io per dire a qualcun altro, anche se magari più acerbo di me, “Si fa così, non fare cosà”? E se avesse ragione lui e non io?

Di tutti quelli che negli anni sono stati definiti “il nuovo Frankie hi-nrg” – colti e impegnati rapper/affabulatori, insomma – c’è qualcuno che effettivamente riconosci come tuo potenziale discepolo?
No, ma per ignoranza mia: non li conosco abbastanza per poterlo dire. Ci sono senz’altro alcuni che scrivono delle belle storie, ad esempio Tedua, che racconta scene che meritano di essere ascoltate. Le sue canzoni non assomigliano al jingle pubblicitario di un gelato, per intenderci.

Dopo tanti anni, ascolti ancora rap?
Quello italiano non l’ho ascoltato quasi mai, nella vita: ci sono alcuni rapper italiani di cui sono fan, ma li conosciamo in pochi. Ad esempio Speaker Cenzou (storico rapper underground napoletano, ndr), perché oltre al grande valore dei suoi vecchi lavori è riuscito a mantenersi bambino, cosa fondamentale per chi fa questo genere. L’hip hop è una faccenda da bambini: i primi b-boy avevano dai 12 ai 14 anni, il primo party organizzato nel Bronx da Kool Herc – che era un po’ più grande – era frequentato da gente delle medie. Non a caso, ancora oggi buona parte dei fan del rap sono bambini, è una musica che adorano. Gli adulti che continuano a farlo devono tenerlo ben presente, e rimanere giovani dentro.

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