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Franco “Bifo” Berardi: «Non ci resta che disertare»

Il nuovo EP del filosofo e scrittore con Bobby Gillespie e Marco Bertoni gira attorno al concetto di diserzione, intesa come «rinuncia a investire energie nel mondo». Per cercare di essere felici non facendo la rivoluzione, ma voltando le spalle al lavoro, al consumo, alla procreazione, alla guerra

Franco "Bifo" Berardi

Foto press

Nel 2020, in piena pandemia, aveva fatto sentire la sua voce con un disco, Wrong Ninna Nanna, presentato come «la colonna sonora dell’apocalisse». Ma Franco “Bifo” Berardi, filosofo, scrittore, agitatore culturale, tra i fondatori di Radio Alice nel ’76 e protagonista dei movimenti sociali del ’68 e del ’77, non è uno che sta zitto, e se a inizio 2022 ha dato alle stampe il saggio Il terzo inconscio. La psicosfera nell’era virale, qualche settimana fa è tornato alla formula musicale con un EP, Desert, realizzato ancora una volta con Bobby Gillespie dei Primal Scream e Marco Bertoni, produttore e figura storica della new wave italiana con i Confusional Quartet. Tre tracce che non sono canzoni in senso stretto, ma basi strumentali che avvolgono le voci di Gillespie e Bifo in una forma che a seconda del brano oscilla tra folk primitivo e spoken word di protesta. Al centro, il concetto di diserzione inteso come fulcro di un processo di emancipazione innanzitutto psichica e morale. Il tutto a partire da un modus vivendi: «Non c’è altro che io pretenda dalla vita, se non capire ciò che accade», dice Bifo.

Perché è così importante comprendere la realtà?
Vedi, io penso che Marx non abbia sbagliato quasi mai, ma una volta sì: quando, nell’undicesima tesi su Feuerbach (dalle Tesi su Feuerbach, 1845, nda), scrisse che “finora i filosofi hanno interpretato il mondo, adesso si tratta di cambiarlo”. Invece compito dei filosofi è interpretare, e interpretare è la cosa più importante di tutte, credo, nel processo di cambiamento di una società. Perché significa cogliere cosa sta avvenendo nel tessuto del sociale, in quel tessuto così nascosto che è la mente collettiva.

Come mai hai intitolato l’EP Desert?
Ho scelto questo termine inglese per la sua ambiguità, perché significa sia deserto, e mi premeva evidenziare il deserto che avanza, fisico, culturale e psichico, sia la diserzione, che forse è l’unica cura che ci resta.

Dove lo vedi il deserto di cui parli?
Ma sai, ho seguito quanto accaduto in Pakistan negli ultimi mesi: un Paese di 200 milioni di persone per un terzo sommerso dalle acque. Ho letto che sta succedendo una cosa simile in questi giorni in Nigeria, a causa di alluvioni spaventose. Da noi abbiamo passato un’estate dove un anziano come me si rendeva conto di essere ogni giorno a rischio, mi sentivo sovrastato da una cappa anche metafisica, non solo legata al caldo. Dunque, ciò a cui mi riferisco è in prima istanza il deserto causato dai cambiamenti climatici, che è irreversibile e tutti lo sanno.

Sicuro?
So bene che si continua a protestare per la tutela dell’ambiente, ed è giusto farlo, però siamo arrivati al punto in cui c’è una consapevolezza più o meno inconscia del fatto che manca la volontà politica di cambiare davvero le cose, tant’è che facciamo la guerra invece che ridurre il consumo e la distruzione. E se manca quella volontà è anche perché è passato il momento in cui la possibilità di fermare la catastrofe forse esisteva. Basti dire che nel 1972 il Rapporto di Roma (sui limiti dello sviluppo, commissionato al MIT, nda) affermava che lo sviluppo non poteva essere illimitato. E che nel 1992, durante il primo Summit sulla Terra di Rio De Janeiro, l’allora presidente George H. W. Bush dichiarò che il tenore di vita degli americani non sarebbe stato negoziabile. Tradotto: noi consumiamo quattro volte più energia rispetto alla media mondiale e continueremo così. Già all’epoca avevo intuito cosa implicavano quelle parole. Questo per quel che riguarda il deserto fisico, poi c’è un deserto di altro genere.

Quello culturale e psichico, dicevi. Cioè?
Il deserto dell’anima. La percezione di essere soli in una condizione che è sempre meno quella del rapporto tra corpi che s’incontrano in uno spazio comune. È innegabile che il tempo virtuale sia tempo sottratto ai corpi e in tal senso la pandemia è stata la perfezione del distanziamento, oltre ad aver innescato una sensibilizzazione fobica che fa sì che percepiamo la pelle, le labbra dell’altro con paura.

Non credi che più che la pandemia, c’entri la crescente pervasività nelle nostre vite delle tecnologie moderne, di social, chat, piattaforme?
Sì, ma la pandemia ha provocato un trauma e i traumi, specie se subìti durante l’adolescenza, lavorano nell’inconscio in un modo che va molto al di là delle ferite che li hanno provocati. Oggi assistiamo all’emergere di una generazione di umani che ha imparato più parole da una macchina che dalla voce singolare di un altro essere umano. Ebbene, Freud diceva che l’accesso al linguaggio è essenzialmente affettivo. Luisa Muraro nel libro L’ordine simbolico della madre sostiene che io so che l’acqua si chiama acqua perché una voce dal suono affettivamente profondo me lo ha spiegato in una maniera del tutto singolare. Mentre se io imparo il significato del termine “acqua” da una macchina, il mio apprendimento è puramente funzionale. Allora, cosa accade nella profondità dell’inconscio quando perdiamo la percezione sensibile, erotica vorrei dire, della verità del mondo? Quando il mondo smette di essere autenticato da un corpo di cui abbiamo fiducia?

Per cui consigli, nell’EP e in genere nei tuoi scritti più recenti, di disertare. Di disertare dal modello di sviluppo su cui si basa la nostra società, sintetizzando. Non pensi sia esagerato? Cosa accadrebbe se disertassimo tutti?
Sono domande che mi pongo anch’io. Però tu hai detto che io consiglio la diserzione: no, io interpreto il comportamento umano, o la tendenza che vedo nel comportamento delle ultime generazioni, come l’emergere di un processo di diserzione.

Dal comunicato stampa: “È il comportamento che consiglio ai miei amici, ai miei studenti, ai miei lettori, e a tutti i giovani che sono convocati e mandati in guerra o al lavoro, o a sostenere la Nazione”.
Sì, i miei amici, i miei studenti… Ma prima di tutto interpreto. Una recente inchiesta pubblicata sul New York Times dice che il 54% dei giovani americani manifestano sintomi di depressione. Ma è proprio depressione? La depressione è la caduta del desiderio e se il desiderio, fallito, deluso, isterilito, cade, non hai più ragione di avvicinarti alla realtà. Ma io non osservo una caduta del desiderio, noto semmai una strategia consapevole o meno – prevalentemente inconsapevole – consistente nella rinuncia a investire energie psichiche nel mondo, nello scambio sociale, per ritirarsi in una dimensione di, appunto, diserzione. Ora, la guerra è l’esempio più chiaro di tale fenomeno: mezzo milione di giovani russi che se ne vanno dal loro Paese, cos’è, sono tutti dissidenti? Prima stavo leggendo sul Guardian un’inchiesta in cui uno di questi dichiarava che a lui e a quelli come lui non gliene frega niente di Putin, della guerra, della politica, della democrazia, tutte fregnacce; il nostro problema – diceva – è che non vogliamo andare ad ammazzare e a morire. Ecco, questo è ciò che interessa a me, che in questo comportamento ci sia la consapevolezza del fatto che non dobbiamo più impegnarci. È questa la trappola: che se la vedano tra di loro, non vogliamo più avere niente a che fare con il lavoro, il consumo, la guerra, la procreazione: è questa la grande diserzione del nostro tempo.

Parli di trappola, ma tu questa diserzione la ritieni l’unica scelta possibile, o ho frainteso?
L’unica scelta eticamente e strategicamente consigliabile. Anche se non consiglio niente (ride). Perché non è etico uccidere per nessuna ragione al mondo, così come non è etico fare figli cui non siamo in grado di garantire più nulla. Non so se hai visto il film bellissimo di Nadine Labaki, Cafarnao.

Sì, stupendo.
In quel film mi è parso di vedere qualcosa di decisivo. E quando vengo a sapere che uno dei primi punti del governo Meloni-Berlusconi-Salvini è rilanciare la natalità, un po’ mi scappa del ridere, perché sono parole senza senso, un po’ mi pare una cosa talmente lurida, quella di incitare le donne a riprendere il loro mestiere di riproduttrici perché abbiamo bisogno di figli da mandare a morire nelle guerre che ci saranno nei prossimi 20 anni, oppure che vadano a lavorare e a farsi ammazzare da una lastra che gli cade sulla testa come gli studenti che fanno l’alternanza scuola-lavoro. Cioè, perché le donne dovrebbero ascoltare costoro? Ma tanto non potrebbero, pare che la fertilità maschile sia caduta del 58% negli ultimi 40 anni: non tutto il male vien per nuocere (ride). Naturalmente le mie sono riflessioni che non hanno nessuna tradizione teorica, nessuno ha mai detto che la procreazione entro le condizioni dell’inferno neoliberale…

Huxley, però, nel suo saggio del 1958 Ritorno al mondo nuovo aveva previsto proprio questo: che la sovrappopolazione sarebbe stata il problema numero uno, perché avrebbe portato a una crescente necessità di risorse e dunque di organizzazione e controllo da parte dei governi, con tutte le conseguenze del caso in termini di erosione democratica. Ma dimmi una cosa: se la scelta eticamente e strategicamente giusta è disertare, perché sostieni che è giusto protestare?
Perché, anche se questo non ci salverà dai cambiamenti climatici, rivoltarsi è l’unico modo per vivere felicemente la diserzione. Rivoltarsi nel senso di incontrarsi con gli amici, con quelli che condividono le nostre idee, con gli altri: riattivare la corporeità. Perciò è indispensabile scendere in strada, riempire le piazze: non è più un atto politico, è un atto psicoterapeutico di riattivazione. Come dire: anche se c’è il deserto, noi vogliamo essere allegri nel deserto. Dopodiché c’è il valore strategico della diserzione.

Stai dicendo che disertare conviene?
Quel che penso è che difficilmente riusciremo a rovesciare la tendenza verso il cambio climatico, ma se c’è una possibilità, questa consiste nello smettere di correre da qualche parte. La Great Resignation di cui parla la stampa americana è questo: quattro milioni e mezzo di persone che non vogliono più lavorare. Come vivranno? Non lo so, ridurranno i loro consumi al minimo, troveranno altre soluzioni, ma a interessarmi è questo ritrarsi dall’espansione, dal dogma della crescita infinita, dalla produzione, bloccare tutto. E dopo come faremo? Eh, creeremo le condizioni su scala comunitaria, su una scala molto più piccola di quella presente, per consumare sempre meno, così le borse crolleranno e finalmente… Sto sragionando? Sì, lo so (ride).

Lo penseranno in molti, ma sto seguendo il tuo ragionamento e la sorpresa – sono sarcastica – è che almeno immagini un orizzonte! Leggendo quello che scrivi molti potrebbero pensarti troppo cinico, pessimista, nichilista. Ma forse, dato che quel dici, potrei inserirti nella categoria dei nichilisti attivi, o no?
Ti ringrazio. Perché è vero, ci sono varie forme di nichilismo e una cosa è il nichilismo che adora il nulla, un’altra il nichilismo che vuole rendere felice il progresso inevitabile verso il nulla. Perché tutti noi diverremo nulla, giusto? Allora si può vivere tutto questo pensando stupidamente che siamo eterni, eroi, e che la crescita è illimitata, o imparando a divenire nulla allegramente.

Non sono discorsi da privilegiati, questi?
Ma io vorrei che tutti, o almeno i più, diventassero privilegiati. Negli ultimi 40 anni ci è stato detto: se accettate le regole, se lavorate sempre di più, in condizioni sempre più precarie, con salari sempre più bassi, se accettate la competizione e ve la giocate bene, se vincete e diventate i primi, allora sarete ricchi e forse anche felici. Felici non sono diventati: sembra che quelli che si occupano di finanza siano la categoria a maggior rischio di suicidio. Più ricchi neanche.

Quello dipende. Ma qual è il punto?
Io vorrei che sempre più gente capisse che è possibile fare una cosa essenziale: ridurre i propri bisogni al minimo, fare del bisogno qualcosa che appartiene al processo di riproduzione di una comunità che sceglie l’utile frugale. Frugalità sembra quasi una parola francescana, ma nelle prime pagine del Capitale Marx dice cos’è il capitalismo: è la trasformazione dell’attività utile in lavoro astratto che produce valore e accumula capitale. E lì c’è il nucleo profondo di una filosofia dell’emancipazione: dovremmo sapere che cosa ci rende davvero felici, dovremmo sapere che cosa è essenziale e quindi costruire la relazione sociale sull’utilità e sulla frugalità combinate insieme. Il che significherebbe uscire dalla trappola neoliberale, ma non alla vecchia maniera, tentando di fare la rivoluzione, ché tanto è sempre andata a finire male e non può che finire male. No, nel senso che ce ne andiamo, che ci trasferiamo da un’altra parte. E dove?

Esatto, dove?
Io suggerisco lo Stato dello spirito. Non sto dicendo di andare sui monti, uno può andare in montagna, in campagna, può anche starsene nella propria tana in città, ma…

Ma liberandosi dai bisogni indotti, chiaro. In tutto ciò, come hai conosciuto Bobby Gillespie dei Primal Scream?
Sei o sette anni fa presentai un mio libro, Futurability, presso la libreria Foley di Londra e a fine incontro, mentre firmavo copie del saggio a chi lo desiderava, si presentò un tizio con un impermeabile bianco tutto strafugnato (sgualcito in dialetto bolognese, nda). Io gli chiedo il nome, come con tutti, mi dice Bobby e via. Appena se ne va, mi si avvicina uno della casa editrice e mi fa: «Ma non conosci Gillespie?!». No, non lo conoscevo, avevo sentito Screamadelica centomila anni prima, ma non avevo mai visto la faccia di Bobby. Poi è successo che ci siamo ritrovati in un tour delle città balcaniche organizzato da un amico comune, Srećko Horvat (il filosofo croato che nel 2016 ha fondato con il greco Varoufakis il Movimento per la Democrazia in Europa 2025, nda): siamo andati al Teatro Nazionale di Zagabria a parlare di punk, musica e rivolte, da lì abbiamo passato qualche giorno insieme tra Belgrado e Sarajevo, e così siamo diventati grandi amici.

E del governo Meloni, cosa pensi?
Posso solo augurare alla Meloni e ai suoi buona fortuna, visto che si troveranno di fronte a una situazione ingovernabile. Non mi preoccupano granché, tanto costoro li abbiamo già visti in azione per tre decenni. Mi preoccupa molto di più l’apocalisse climatica, economica e psichica di cui i fascisti sono solo un minuscolo epifenomeno.

Se ti chiedessi una playlist per disertare in allegria?
Una colonna sonora per la diserzione? Mi vengono in mente i Jefferson Airplane, perché si chiedevano proprio come va a finire con la crown of creation, ossia che ne sarà della razza umana. E dicevano: ce ne dobbiamo andare con un’astronave che ci porti via da questo posto di pazzi aggressivi. E ancora, Aquarius nella versione dei 5th Dimension e la Summer of Soul di Harlem 1969, il più grande festival nero di tutti i tempi, con Nina Simone, Stevie Wonder, Mahalia Jackson. Ma prima di tutti i Doors, perché la diserzione è prima di tutto un atto psichedelico, la scoperta di dimensioni nascoste nella mente.