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Franco ‘Bifo’ Berardi ha musicato l’apocalisse con Bobby Gillespie e Lydia Lunch

'Wrong Ninna Nanna' uscirà in settembre e conterrà gli scritti del filosofo recitati dai due rocker su musiche di Marco Bertoni. Scopo: descrivere l'inferno creato da «neoliberismo, sinistra codarda e destra ignorante»

Foto: press

«La colonna sonora dell’apocalisse». Franco “Bifo” Berardi, filosofo, scrittore, agitatore culturale, definisce così Wrong Ninna Nanna, il suo primo disco in uscita a settembre per 42 Records: un intreccio tra una raccolta di suoi testi recitati da Bobby Gillespie dei Primal Scream e Lydia Lunch – poetessa punk e icona della no wave newyorkese con i Teenage Jesus & The Jerks – e le musiche di Marco Bertoni, figura storica della new wave italiana con i Confusional Quartet e produttore già al fianco di Lucio Dalla, Angela Baraldi, Bloody Beetroots.

Nato da un’idea dello stesso Bertoni, il progetto era stato pensato prima che il coronavirus sconvolgesse le nostre vite, racconta Bifo, pensatore impegnato sin dagli anni ’80 nello studio critico delle reti telematiche, tra i fondatori di Radio Alice nel ’76, oltre che una delle voci fondamentali dei movimenti sociali del ’68 e del ’77. «Nell’agosto 2019 Marco mi dice di voler realizzare con me un’opera di cui ha in mente solo il titolo», spiega il filosofo. «Non appena ho saputo che si trattava di Wrong Ninna Nanna mi è venuta in mente una madre nigeriana o siriana che canta la ninna nanna al figlio in un campo di concentramento libico, convinta di poter sfuggire alla violenza del suo Paese per dare al suo bambino una vita decente nell’Europa democratica». Un’illusione, continua Bifo: «A un tratto quella mamma si rende conto che quella democrazia è una menzogna e che la sua ninna nanna è sbagliata, la sua fiducia è sbagliata, il mondo in cui ha fatto nascere il suo bambino è sbagliato. Perché è il mondo che il colonialismo ha lasciato in eredità, dove la nostra ricchezza è fondata sulla loro schiavitù, sulla loro miseria, sulla devastazione delle loro terre».

Ad anticipare l’album, che sarà disponibile in vinile, una traccia, The Oracle Knows/Preachers of Despair, che recita così: «Le persone sono state impoverite e umiliate dalla ferocia matematica». Ed è a partire da queste parole che la nostra conversazione ha inizio.

Nel testo di presentazione del disco affermi che quel titolo, Wrong Ninna Nanna, sintetizza alcuni temi che attraversano il nostro tempo: “La grande migrazione, il grande rifiuto, la violenza astratta della tecnofinanza e quella concreta del ritorno del nazismo”.
Diciamo che la proposta di Marco mi ha permesso di riprendere il filo di Auschwitz on the Beach”, performance che ho ideato per la mostra internazionale Documenta 14 svoltasi a Kassel, Germania, nel 2017. È un tema che mi ossessiona: come i tedeschi del 1944 fingevano di non sapere cosa ci fosse oltre le mura di Birkenau, Auschwitz e Buchenwald, così la grande maggioranza degli europei finge di non sapere cosa c’è a Lesbos, a Ceuta, a Melilla, a Tripoli, ma anche nelle baraccopoli della piana di Valencia o della Campania e della Puglia, dove i migranti lavorano dieci ore al giorno sotto il sole per tre euro l’ora.

Quando parli di grande rifiuto che cosa intendi esattamente?
Il respingimento e l’eliminazione per annegamento di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini nelle acque del Mediterraneo, come in quelle del Rio Grande. Abbiamo seminato devastazione per 200 anni con lo sfruttamento del sud del mondo. Poi abbiamo finanziato dittatori e massacratori, armato guerre, distrutto foreste e fiumi per creare la nostra ricchezza, la ricchezza dei bianchi. Adesso quel sud del mondo chiede il conto, e di poter godere di questa ricchezza. E noi cosa facciamo? Lo respingiamo grazie ai servizi dei criminali della guardia costiera libica. Questo è il grande rifiuto: il tentativo dell’Occidente di rimuovere, in senso freudiano, il prodotto della nostra storia.

Citi anche la violenza astratta della tecnofinanza: come agisce? È come un virus, invisibile ma contagioso?
L’intera storia moderna è attraversata da un processo di progressiva astrazione: la finanza è una sfera numerica che domina la vita sociale con i suoi automatismi astratti e la digitalizzazione ha portato l’astrazione nella sfera della comunicazione, del lavoro, dell’affettività. Il risultato è un potere invisibile, puramente linguistico, che ha pervaso ogni gesto di scambio e che tende a sostituire la vita relazionale. Ma è pur vero che in quella che io chiamo la Silicon Valley globale, cioè l’insieme diffuso dei centri di produzione, sperimentazione e creazione del flusso digitale – i lavoratori della rete – operano soggettività che possono ribellarsi.

Quali sono queste soggettività?
Proprio quei lavoratori cognitivi: centinaia di milioni di produttori, programmatori, softwaristi, ingegneri, grafici, giornalisti e utenti in condizioni di precarietà, solitudine, stress. La generazione cresciuta nell’alienazione digitale e nella precarietà, sottoposta a ritmi accelerati e a una competizione frenetica, è esposta alla sofferenza mentale come nessun’altra prima: quella sofferenza può diventare il punto di partenza di una riscossa, di una trasformazione collettiva.

Per ora osserviamo che il coronavirus ha provocato una corsa a una digitalizzazione ancora più spinta che in passato, basti pensare a quanto si stiano arricchendo in questo periodo le grandi piattaforme digitali e i colossi hi-tech. Non esiste un’alternativa? O esiste, ma la mente umana è ormai irrimediabilmente soggiogata dalle tecnologie?
Per me l’alternativa esiste e la sottomissione mentale non è irreversibile. Anzi, è il solo aspetto del presente che considero aperto a evoluzioni collettive, sovversive, che conducano una riprogrammazione egualitaria e frugale della tecnica e della vita sociale. Per il momento l’effetto della pandemia è stato un salto nella digitalizzazione forzata, ma attenzione: siamo solo all’inizio, accadranno molte cose, e alcune ci sbalordiranno.

A cosa ti riferisci?
Al fatto che l’economia capitalistica, da tempo in stagnazione, ora è entrata in coma cerebrale definitivo. L’economia di crescita non riprenderà mai e questo perché il crollo della domanda non è un mero effetto economico: è un effetto della depressione, della paura, dell’angoscia. Se adesso non sembra così è solo perché purtroppo la maggioranza della popolazione bianca non è preparata a vivere in condizioni di frugalità, di condivisione e di rilassamento: abbiamo identificato la felicità col consumo e adesso non sarà facile liberarci da quell’ossessione. Ma saremo costretti a farlo.

Bobby Gillespie. Foto: press

Uno degli ostacoli a una rivoluzione di questo tipo è la frammentazione delle relazioni sociali provocata dalla rete digitale. E pazienza se nel dire certe cose si rischia di passare per vecchi bacucchi.
Io ho 70 anni, ma non credo di essere un vecchio bacucco: ho scritto i primi testi sulla rete digitale nel 1984 quando in Europa la parola “rete” la usavano soltanto i pescatori. Ho seguito l’evoluzione di Internet da quando nessuno sapeva cosa significasse quella parola, nel ’94 ho organizzato Cibernauti, il primo convegno europeo sulla rete con il Consorzio Università Città di Bologna. Quando sento i tecnocrati del giorno dopo, associati con Italia Viva o con i 5 Stelle, magnificare il futuro della rete mi scappa da ridere: sono ignoranti e conformisti, credono che progresso sia chinare la testa davanti al potere della tecnica. La rete ha arricchito le potenzialità conoscitive, comunicative e produttive, ma purtroppo è stata catturata dal principio del profitto e della pubblicità. E si è trasformata in una prigione per la mente, per il linguaggio e per il desiderio erotico.

Viene in mente un concetto essenziale nel tuo pensiero, quello di impotenza.
Concetto che mi viene dal filosofo ebreo tedesco Günther Anders: nel libro del 1956 L’uomo è antiquato sosteneva che l’uomo tardo-moderno si sente sempre più impotente di fronte alla tecnica – soprattutto alla tecnica militare, e qui Anders pensava ad Auschwitz e a Hiroshima –, oltre che umiliato dall’onnipotenza dell’industrializzazione. In seguito la tecnica ha penetrato l’economia sottomettendo la produzione al dominio astratto della finanza ed è quest’ultima che è diventata onnipotente, riducendo la democrazia a una finzione impotente. Pensiamo a quel che è successo in Grecia nel 2015, dove il 62% della popolazione ha votato contro il memorandum finanziario della troika, salvo poi vedere il potere astratto della finanza costringere Tsipras a piegare la testa. Da quel momento l’inconscio europeo è stato paralizzato da un’impotenza che ha causato una reazione demente, vedi la Brexit e la svolta nazionalista e razzista degli europei, che negli ultimi anni, poiché la finanza è un nemico invisibile e invincibile, hanno deciso vigliaccamente che colpevoli della nostra disgrazia sono i migranti invasori. Però preciserei che quando parlo di impotenza mi riferisco anche a un aspetto più facile da capire: l’impotenza sessuale, emotiva, psichica della popolazione maschile del continente europeo in fase di rabbioso declino.

Parole forti: puoi spiegare?
Il fascismo del primo Novecento era aggressività baldanzosa di giovani che volevano un futuro di espansione e di conquista coloniale ed erotica. Il fascismo degli attuali seguaci di Salvini è psicosi depressiva di un popolo di anziani incapaci di rinunciare al predominio, ma senza più la forza fisica e psichica per imporlo, rabbiosamente invidiosi delle popolazioni giovani, orrendi panzoni birromani terrorizzati dall’autonomia femminile.

Però è anche vero che il popolo, dal canto suo, pare ormai privo di capacità critica. Come la vedi?
Cerchiamo di capire: la capacità critica è una facoltà dell’uomo moderno, cresciuto in un ambiente essenzialmente alfabetico. L’uomo postmoderno, cresciuto in un ambiente iper-accelerato, simulativo, immersivo, digitale, non ha più possibilità di elaborare criticamente il suo pensiero, perché è aggredito da una tempesta di merda informatica e pubblicitaria. Leggere un libro o un giornale significa esaminare sequenzialmente, lentamente, una successione di segni che ci permettono di stabilire la verità o falsità degli enunciati, ma quando alla lettura si sostituisce l’immersione in un flusso di simulazioni ultra veloci la capacità di distinguere tra verità e falsità non è più alla nostra portata.

Nella tua Cronaca della psicodeflazione, sorta di diario che hai tenuto durante il lockdown, scrivi una cosa che trovo molto vera: “Il capitalismo è assiomatico, si basa su un’ipotesi non dimostrabile: la crescita illimitata è possibile e necessaria. Tutte le concatenazioni logiche ed economiche sono coerenti con quell’assioma e nulla può essere concepito al di fuori di esso”. È questo il trabocchetto?
Sì, il trabocchetto, come lo chiami tu, è qua. Siamo intrappolati in un sistema di domande preconfezionate cui non possiamo dare che risposte preconfezionate. Il salario è una risposta preconfezionata a una domanda preconfezionata, ad esempio: crediamo sia un fatto naturale che gli individui possano avere pane solo se lavorano otto ore al giorno, ma in realtà il lavoro salariato è una superstizione, o una gestalt, una forma che genera forme. Ecco, però, che a un tratto un virus si diffonde e allora emergono domande che non hanno una risposta preconfezionata.

Poteva essere una bella notizia se quel virus avesse provocato un cambio di paradigma, ma non mi sembra stia andando così.
Non sembra solo perché gli economisti balbettano scemenze. Ci stanno facendo credere che per un po’ sarà dura, ma che se ci comportiamo bene crescita e prosperità torneranno. Il risultato è che gettiamo miliardi di dollari nella fornace dell’economia, lasciando che le regole del debito e del credito siano cancellate dal terrore del contagio, ma perché quei miliardi di euro dovrebbero far riprendere gli investimenti se la domanda è crollata? Perché dovremmo riprendere a consumare come prima? La verità è che le politiche neoliberali e monetariste avevano la funzione di nascondere una stagnazione che andava avanti da tempo, ma la pandemia ha fatto crollare il castello. Adesso è finita e per sempre, solo non riusciamo a crederci né ad accettare l’idea che occorra buttare via tutta la zavorra e vivere in maniera frugale, come non abbiamo mai imparato a fare.

Di fronte a un prevedibile aumento della disoccupazione potremmo vedere nell’automazione una salvezza, peccato che automazione sia anche sinonimo di controllo. Non è che alla fine ciò che potrebbe salvarci ucciderà la nostra libertà?
Laddove è il pericolo, là è la salvezza, dice Nietzsche. L’automazione è un pericolo per la libertà umana e per l’occupazione, ma l’automazione è la salvezza, perché riduce il tempo di lavoro necessario e questo è un bene, se sappiamo redistribuire il lavoro e la ricchezza. Il punto è: abbiamo la libertà di farlo? Abbiamo l’autonomia necessaria per liberare il possibile egualitario, frugale, solidale? Oppure gli automatismi tecnici ci tolgono questa libertà e ci costringono a funzionare secondo ritmi che producono sofferenza?

Se si pensa alle piattaforme digitali che regolano il lavoro a colpi di algoritmi viene da dire che se il progresso tecnologico ci ha offerto enormi comodità, ha anche estratto valore dal lavoro umano, e non solo da quello dei riders. Uno dei punti forti del tuo pensiero è che allora dovremmo sganciarci dall’idea della sopravvivenza come legata indissolubilmente al lavoro salariato. Ti riferisci al “lavorare meno lavorare tutti” di antica memoria?
Certo, la questione è quella. La tecnologia ha creato la possibilità di ridurre la fatica fisica e psichica, di lavorare meno e quindi di avere più tempo per la cura, l’apprendimento, il piacere. Invece lavoriamo di più, abbiamo meno tempo e meno piacere. Perché è accaduto questo? Perché le potenzialità della tecnica non sono state finalizzate all’utilità, all’interesse comune, ma al profitto, all’accelerazione economica, all’accumulazione.

Lydia Lunch. Foto: press

C’è anche la questione della sovrappopolazione e della crescita demografica costante, in Occidente un tema tabù.
Ma un tema centrale, anche se nessuno ha il coraggio di parlarne. I demografi prevedono che a fine secolo gli abitanti del pianeta saranno 11 miliardi e intanto l’ecologista Bill McKibben dichiara che a causa dei cambiamenti climatici gran parte delle coste saranno inabitabili entro il 2050, così come le piane del continente euro-asiatico. Undici miliardi di persone possono sopravvivere in un pianeta che sarà molto più stretto? Poi c’è un altro fattore…

Ossia?
Dentro la tendenza generale all’espansione demografica vi è una seconda tendenza, quella della riduzione del tasso di natalità e del conseguente invecchiamento della popolazione dell’emisfero nord: mentre la popolazione dei Paesi più ricchi invecchia e diminuisce, quella africana, indiana, araba continua nella curva espansiva. Questo determina una spinta migratoria alla base dell’ondata di razzismo e di nazionalismo di cui parlavo prima: gli anziani sono accuditi da badanti moldave, pomodori e frutta sono raccolti da braccianti africani, ma invece che accogliere una migrazione di cui ha bisogno, la popolazione bianca si chiude in una fortezza identitaria.

Quindi come giudichi le politiche volte a incrementare le nascite?
Idiote, criminali e razziste, perché fondate sull’idea che bisogna difendere la razza evitando il suo declino, che bisogna fare più figli altrimenti diventiamo tutti “negri”. Sono politiche che esprimono disprezzo per la donna, considerata strumento di produzione da incentivare con denaro perché metta al mondo figli per la patria, anche se quei figli hanno pochissime probabilità di vivere una vita felice e molte di più di finire arrosto prima di raggiungere i vent’anni.

A questo punto toglimi una curiosità: secondo te in cosa ha fallito il Movimento del ’68 di cui hai fatto parte?
Il ’68 ha detto che l’alternativa era fra il socialismo e la barbarie. Non siamo stati capaci di pensare il socialismo come forma adeguata alle nuove tecnologie e il socialismo è scomparso, così che ha prevalso la barbarie.

E di Elon Musk che vuole andare su Marte anche – dice lui – perché è consapevole che in futuro la specie avrà bisogno di risorse altre rispetto a quelle terrestri, che cosa pensi?
Musk ha intuito che il capitalismo ha distrutto il pianeta, che il pianeta è destinato alla devastazione completa, che l’umanità è finita, ma è convinto che un piccolo numero di umani potrebbe sopravvivere scappando su un altro pianeta o rinchiudendosi in un bunker ipertecnologico per i prossimi diecimila anni. Può darsi abbia ragione, ma io non vorrei essere in una navicella diretta su Marte per sfuggire all’apocalisse, e neanche in un bunker super-accessoriato: quel tipo di cultura iper-tecno e transumanistica mi fa orrore.

In tutto ciò un disco come Wrong Ninna Nanna che missione ha?
Non credo abbia una missione. Esprime un sentimento del tempo, un sentimento dell’apocalisse. Provo un’immensa tristezza quando penso alla nostra impotenza di fronte all’orrore dell’egoismo bianco, suprematista, capitalista, nazionalista. Provo una grande vergogna come intellettuale, perché la mia vita in fondo non serve a niente se non siamo capaci di trovare la via di uscita da questo inferno che il capitalismo, il neoliberismo, la codardia della sinistra e l’ignoranza della destra ci hanno lasciato in eredità. Marco Bertoni e io abbiamo voluto raccontare a qualcuno la nostra tristezza, la nostra vergogna. Tutto qua.

Se chiudessimo con dei consigli di lettura per chi volesse approfondire queste tematiche?
Frammento sulle macchine di Karl Marx, Che cos’è la filosofia di Gilles Deleuze e Félix Guattari, Pastorale americana di Philip Roth, La parabola del seminatore di Octavia Butler, Lo scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard. E se resta tempo La decima elegia duinese di Rainer Maria Rilke, Le correzioni di Jonathan Franzen e Chthulucene di Donna Haraway. Per le vacanze estive forse basta. O no?

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