Francesco Baccini: «Io sono davvero indie, perché me ne sbatto i coglioni» | Rolling Stone Italia
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Francesco Baccini: «Io sono davvero indie, perché me ne sbatto i coglioni»

Il primo disco registrato dopo aver dormito in macchina per un anno, l'amicizia con De Andrè e Jannacci, l'inno per i 5 stelle, i tour in Cina e ora la tv americana: a tu per tu con Baccini, anarchico della canzone d'autore italiana

«Io sono un idealista». In molti lo affermano, in pochi vantano una carriera che lo confermi. Mentre lo dice, Francesco Baccini si siede al pianoforte bianco che campeggia in salotto e attacca Canzone in allegria scritta insieme a Enzo Jannacci. Il duetto stavolta è con il bassotto che gli gironzola fra i piedi e abbaia imperterrito per rubare la scena al suo padrone. Il pi-ppi-ri-pi pi-ppi-ri-ppi-pi del ritornello si integra con i bau-bau-arf-arf dello scodinzolante Sal (che sta per “Salsiccia”) creando un’atmosfera surreale che avrebbe apprezzato il compianto amico e collega milanese. Siamo su uno dei set itineranti de L’ImmEnzo, docufilm in lavorazione dedicato all’autore di brani indimenticabili come Vengo anch’io, no tu no o Quelli che.

Baccini sarà uno dei protagonisti, anche se Milano è lontana più di quaranta minuti d’auto. Da tempo abita a Imbersago in provincia di Lecco, dove – scherzo del destino – lo scrittore Emilio De Marchi ambientò il romanzo Giacomo l’idealista. Le riprese sono un escamotage per incontrarlo, perché il vero motivo che ci ha spinto in Brianza è che il 4 ottobre compie 59 anni e proprio nel 2019 sta festeggiando i 30 anni di carriera. Due milioni di dischi venduti, due targhe Tenco, quattro dischi di platino, duetti con Fabrizio de André e appunto Jannacci, sono le medaglie al valore di un artista che ha raggiunto ogni obiettivo rimanendo ostinatamente controcorrente.

Fuggito dalla vita da camallo (scaricatore al porto di Genova), dopo aver dormito un anno in auto per raggiungere il sogno del primo disco, ha scalato le classifiche diventando uno dei cantautori più eclettici. E non ha ancora smesso di sperimentare – fregandosene del successo – arrivando a compiere un tour in Cina con la rockstar Cui Jian e ultimamente preferendo il cinema alla musica: “Parteciperò a una serie tv americana”. Anche perché in Italia sente circolare “solo prodotti” e al cantore simbolo di questa generazione, Tommaso Paradiso, lancia una staffilata: “È ancora alle elementari e con neanche tutti 8”.

Francesco, intanto cominciamo con una data: 4 ottobre, giorno del tuo compleanno.
Di solito faccio finta di niente, passo direttamente al 5. È dal 1978 che non festeggio più. L’ultimo compleanno che ho celebrato è quello dei 18 anni.

Però quest’anno hai festeggiato anche i 30 anni di carriera. Era il 1989 quando uscì il tuo disco d’esordio Cartoons. È il momento ideale per un bilancio.
Sull’età non faccio bilanci, anche perché mi sento più giovane di un 20enne. Sono pieno di progetti e non mi fermo mai. Preferisco celebrare i 30 anni di carriera e ci sono talmente tante cose che ho fatto in passato che alcune neanche me le ricordo. Sono una macchina da guerra, non mi spengo mai e in questo ho preso da mia madre. Sono tendenzialmente pigro, ma in quello che mi piace non smetterei mai di impegnarmi.

Anche perché la durezza del lavoro l’hai conosciuta bene: per 8 anni sei stato un camallo al porto di Genova, mestiere ereditato da tuo padre che era scomparso anzitempo.
Sì, la mia vita era indirizzata su un’altra strada. Con il lavoro di mio padre al porto, scomparso quando avevo 15 anni, mantenevo mia madre e mia sorella. Credo di essere uno dei pochi cantautori che viene dalla povertà. Avevo una famiglia di operai, mio padre scaricatore e mia madre casalinga.

Com’è che da quella famiglia è spuntato un cantautore?
A 9 anni mi regalarono un organetto Bontempi, ci stavo attaccato tutto il giorno, non uscivo mai di casa per andare a giocare con gli amici. Tanto che, uno degli zii disse ai miei genitori: “Ma perché non lo fate studiare?”. Così decisero di iscrivermi a una scuola di musica. Allora ce n’era solo una oltre al Conservatorio. Fu un sacrificio immenso. Pensa che mezz’ora di lezione costava 50mila Lire, che per l’epoca era una follia. Per pagare le lezioni di pianoforte mio padre andava a lavorare sabato, domenica, Natale e Pasqua. L’unico dispiacere che ho nella vita è che lui non abbia visto niente di quello che ho realizzato.

Per raggiungere il tuo sogno, però, sei dovuto scappare da casa a 26 anni.
A chi piace andare alle 6 del mattino a scaricare tonni congelati da una nave? Mi sono detto: o divento un serial killer oppure mi licenzio, scappo e ci provo. La musica non potevi farla da casa, o andavi a Milano o niente. Ho preso la liquidazione, l’ho lasciata a mia madre e mi sono trasferito a dormendo in macchina per un anno. Non avevo una Lira, andavo fuori dalle pizzerie a guardare gli altri mangiare. Non so quanti miei colleghi abbiano provato questa sensazione, visto che la maggior parte dei cantautori veniva da famiglie benestanti. Sono riuscito a prendere l’ultimo treno dell’epoca in cui si vendevano i dischi.

Come ricordi quel periodo?
Ero talmente innamorato e convinto di quello che facevo che non vedevo ostacoli. Quando sono riuscito a pubblicare Cartoons, esattamente come volevo farlo io e per di più con una major, mi è apparso fantasmagorico.

Come sei riuscito a pubblicare il primo album?
Per proporsi, si facevano anticamere allucinanti per poi, più o meno, essere rimbalzati. Un giorno, ero in macchina che ascoltavo la radio e sento uno spot con la voce di Caterina Caselli: “Se mandi la cassetta alla CGD puoi diventare come i Pooh”. Cazzo, sono volato a casa di una mia amica che aveva un pianoforte e con un mangianastri sulle ginocchia ho inciso alcuni pezzi e poi ho portato la cassetta nella sede di via Quintiliano, lasciando il numero di casa della mia amica perché dormivo in macchina e non c’erano i cellulari. Dopo qualche settimana, ripasso da questa ragazza che mi annuncia: “Ti hanno chiamato”. Pensavo di aver vinto il concorso e invece mi sono trovato in coda con altre 1900 persone. Dopo 82 selezioni siamo rimasti in quattro. Lì è scattato il mio primo contratto discografico. Uno dei pochi in Italia ad aver vinto un concorso senza raccomandazioni. Ma per un po’ sono rimasto ancora senza una Lira.

Francesco Baccini

Non c’è nessuno nel mondo della musica attuale che rivedi con questo spirito?
Da quello che ascolto mi sembra sfornino dei gran prodotti. “Facciamo una roba che funziona” si sente nell’ambiente. Ho sempre odiato questa idea. La musica è sperimentazione. Quelle di oggi sono canzoni studiate a tavolino. Quando ho scritto “Le donne di Modena” non l’ho registrata in modo commerciale. In una canzone posso cambiare tre registri, perché mi va così, la musica è libertà. Quando avevo 20 anni i Genesis, i Pink Floyd e gli Emerson, Lake & Palmer erano considerati “Pop”, pensa com’è cambiato il significato della definizione. A un concerto vidi Keith Emerson suonare le tastiere e tornai a casa in crisi profonda: “E adesso io che cazzo suono?”. È come credere di saper giocare a calcio e poi vedere Maradona.

Oggi la musica indie è tornata a far registrare grandi numeri dal vivo.
La parola indie mi fa un po’ ridere. Io sono indie, perché me ne sbatto i coglioni. Spiegatemi la differenza tra indie e pop. Forse che sono più stonati. Non sento niente di originale, ma soprattutto che vada contro. In passato i cantautori erano un fronte avverso al potere costituito. Nessuno di loro andava a Domenica In, perché non avrebbe più venduto un disco. Edoardo Bennato si presentava davanti a 50mila persone con una Golf scassata, se avesse usato una Mercedes fiammante si sarebbe svuotato lo stadio. È una questione di messaggi. Sento in giro canzoni senza significato. Con quello che succede nel mondo mi parli del nulla? Poi vanno a Sanremo e sono peggio de Il Volo, che almeno ha una identità precisa.

Tommaso Paradiso è considerato il cantautore simbolo di questa generazione.
Ti rispondo così. Nel 1983 avevo scritto le prime canzoni e, come tutti i 22enni, ero convinto di aver realizzato dei capolavori. Così cercai di farle ascoltare ad Amilcare Rambaldi, il fondatore del Premio Tenco. C’era il numero di telefono sull’elenco e quando lo chiamai rimasi stupito che accettasse di fissarmi un appuntamento. Gentilissimo, mi accolse nel suo studio e ci mettemmo ad ascoltare i brani. Al dunque, ero convinto decretasse che ero un genio e invece mi apostrofò cosi: “Ragazzo, il Premio Tenco è l’università della canzonetta, ma tu sei ancora alle elementari”. Ecco, alla musica di Tommaso Paradiso rispondo come Rambaldi: è alle elementari e con neanche tutti 8.

Immagino che anche la trap non ti faccia impazzire.
Ha sdoganato l’Auto-Tune, per carità. Serviva per correggere gli errori di intonazione e lo hanno elevato alla dignità dell’organo Hammond. Quando li sento mi viene il mal di pancia. Ma cantare è un dono di natura, un talento. Riconosco che c’è una tendenza generale, ma l’Italia è davvero l’avamposto del nulla. A me il rap non fa impazzire, ma se ascolto Eminem gli riconosco un talento pazzesco. Rapper italiani, siete in grado di fare una cosa del genere? Gli unici validi sono Caparezza, che ha sia lo stile che i contenuti e Frankie hi-nrg. Quelli che ben pensano è una delle più belle canzoni italiane degli ultimi 30 anni. Il rap era nato per protesta, mentre ora è diventato uno dei generi più istituzionali in circolazione.

Oltre a Vincenzo Mollica, fu Mara Maionchi la prima a incoraggiarti, giusto?
Quando ascoltò i miei pezzi mi disse “Wè cazzo, Baccini, però sei bravo”. Era direttore artistico della Fonit Cetra. Per un anno mi fece andare avanti e indietro, proponeva le mie cose ma non riusciva a trovarmi una collocazione. Mi ripeteva: “Baccini, come cazzo facciamo con te?”

Non accetteresti neanche di fare il giudice a un talent musicale?
Me lo hanno proposto, ma non sopporto neppure i giudici veri. L’unico giudice che riconosco è la storia, che valuterà se hai fatto cose interessanti artisticamente e se quelle resteranno. Al di là persino del successo che puoi aver avuto in vita. Gli artisti spesso sono dei morti di fame. Un certo Mozart è stato sepolto in una fossa comune. Quando ha diretto il Don Giovanni lo considerarono un flop, ma pensa a quante volte lo hanno replicato. Se tornasse in vita dovrebbe ammazzare tutti.

Oltre alla tv, anche il tuo rapporto con Sanremo sembra chiuso definitivamente. Lo scorso anno hai scritto sui social: “Vi spiego perché tutta la musica è truccata”.
Certo che è truccato. Lo era prima e anche ora che la gente è convinta di votare. È emblematico l’anno in cui si presentarono Pupo e Emanuele Filiberto di Savoia con Italia amore mio. Li hanno fatti arrivare secondi, perché se avessero vinto sarebbe finito Sanremo. C’erano gli orchestrali in rivolta. A Sanremo posso credere come a un tossico in crisi d’astinenza. In Italia è tutto truccato, specialmente dove girano tanti soldi. Basta guardare le gestioni di questi anni: quando l’agenzia più prestigiosa gestisce il presentatore e direttore artistico e oltre l’80% dei cantanti in gara e degli ospiti, di cosa stiamo parlando? Una cosa del genere succede in Corea del Nord.

Da qualche anno non hai neanche più agenti che ti rappresentano.
Sono l’agente di me stesso. Ho capito che più intermediari hai e più il prezzo si alza. È che noi artisti siamo pigri e quando cominci le case discografiche ti coccolano. “Devi pensare solo a cantare” ti ripetono. Certo, a prendere i soldi ci pensano loro. In questo i giovani oggi si fanno fottere di meno. Guarda Fedez, più che un artista è un grande uomo d’affari. E poi, chi può volerti più bene di te stesso? Da quando ho beccato il mio manager fare la cresta mi autogestisco.

Cioè?
Un giorno in Veneto avevo capito che sarei stato pagato dopo il concerto e quindi a cena con l’organizzatore aspettavo che saldasse. A fine pasto, gli chiedo gentilmente se potesse provvedere e mi risponde: “Veramente ho già fatto il bonifico al tuo manager”. Allora, per curiosità, gli ho chiesto la cifra. Sai quanto era? Più del doppio del pattuito! Mi sono fatto dare la parte mancante e l’ho mandato affanculo. Ma è da quando vendevo 600mila copie che mi dicevano: “Dobbiamo stare più bassi”. Per forza, il margine se lo intascavano.

Hai appena partecipato al docufilm L’ImmEnzo dedicato a Enzo Jannacci, che ricordo hai di lui?
Era anche più pazzo di me, però nessuno supera i suoi testi per poesia. Abbiamo collaborato con Canzone in allegria e riascoltarlo mi commuove. Era l’unico in grado di portarti alle lacrime con pezzi tristissimi e subito dopo farmi ridere con brani stralunati e ricchi di ironia. Ricordo una sera, eravamo a Musicultura e prima di salire sul palco mi accendo una sigaretta. Lui si volta e me ne chiede una. Mi ero stupito, perché fumava pochissimo. Si avvia verso il baretto e ordina un gin. “Ma Enzo – gli dico – non ti metterai a bere adesso che tocca a noi?”. E lui: “No, no, non lo bevo mica”. Arriva il gin e lui ci ‘puccia’ dentro la sigaretta, poi la sventola un po’ per farla asciugare e la accende: “Così è aromatizzata!”. Quando l’ho conosciuto ero terrorizzato, temevo di rimanere deluso da uno dei miei miti. Invece era esattamente come me lo ero immaginato attraverso le sue canzoni. Così come Fabrizio De André.

Con Faber avete duettato in Genova Blues?
Sì, dopo un quarto d’ora che ci siamo conosciuti mi sembrava ci frequentassimo da duecento anni. In questo ha giocato la mia somiglianza fisica con Tenco. Ogni tanto, quando ero a casa sua la notte, si girava e mi diceva: “Senti Luigi…belìn, scusa ma siete uguali. Fumate anche nello stesso modo”. È lui che mi ha fatto scoprire il lato ironico di Tenco, che aveva scritto diverse canzoni sarcastiche, come “La ballata della moda”. Ho realizzato uno spettacolo teatrale su di lui e credo sia una delle cose più belle della mia carriera.

C’è chi dice che non gli avrebbero fatto piacere le tante celebrazioni di questi anni.
Ti racconto questa, per farti capire com’era Fabrizio. L’ultimo anno che Dori Ghezzi ha cantato a Sanremo, nel 1989, mi chiama: “Devo accompagnarla però mi rompo i coglioni da solo, pago tutto se stai con me una settimana”. Mi pagò tutto e siamo stati una settimana in giro per l’Ariston, anche se non c’entravamo nulla. Ho ancora nella mente questo episodio incredibile. Siamo seduti scazzati su un divanetto e di fronte a noi c’è una ragazzina che aveva vinto Sanremo Giovani e già se la tirava parecchio, faceva la diva. Parlava con uno dei primi telefonini dell’epoca. A un certo punto, lei ci guarda e, mentre parla al telefono, fa segno a Fabrizio di avvicinarsi. Quando lui le arriva accanto, gli fa cenno di allacciargli gli stivali. Fabrizio, paonazzo, si inginocchia per davvero. Una scena surreale. Lei si alza e senza ringraziarlo se ne va. Quella ragazzina era Mietta*, non lo aveva riconosciuto! Se avessi avuto un cellulare come quelli di oggi avrei scattato la foto del secolo.

Hai provato anche i palchi cinesi al fianco della rockstar Cui Jian. Che esperienza è stata?
Detto così fa ridere, poi vai su YouTube e vedi un concerto dei Rolling Stones allo stadio di Pechino e, mentre suonano Wild Horses, c’è Mick Jagger che passa il microfono a Cui Jian e ti accorgi che per il pubblico la vera rockstar è lui. Una grande esperienza. Chiesi se dovessi cantare in inglese. Invece mi risposero: “Per i cinesi, in inglese, francese o italiano è uguale. Per te che differenza c’è tra cinese e giapponese?”. Anzi, l’italiano è più apprezzato, perché melodico e la lingua del melodramma, di cui i cinesi vanno pazzi. Però ho preteso di avere un traduttore sul palco e il risultato è stato eccezionale. In questi teatri da 3-4mila persone, prima si formava un silenzio di tomba e poi, dopo la traduzione, scoppiavano in fragorose risate o esplodevano nel pianto. Non sono abituati agli chansonnier e alla diversa gamma di emozioni che sappiamo trasmettergli.

Ho saputo che ultimamente ti sei lanciato anche nel cinema.
Oggi preferisco il cinema e guardo quelli che producono i dischi come dei pazzi. Mi sto allontanando dal mondo della discografia. Ho il cassetto pieno di canzoni, per almeno tre album, ma non li voglio pubblicare. Ho altri progetti, come un documentario sui miei 30 anni di carriera e nel prossimo futuro entrerò a far parte di una serie tv americana. Più avanti svelerò tutto, ma intanto “sappiatelo”.

Dopo aver già frequentato il teatro al fianco di Andrea G. Pinketts.
Andrea era un altro grandissimo, purtroppo recentemente scomparso. Un giorno mi chiama: “Baccini, tu hai il senso della frase!”. Mi chiese di partecipare a “Orco Loco” il suo spettacolo teatrale al Franco Parenti. A Milano abbiamo tenuto 33 repliche. Una sera venne anche Fernanda Pivano e a cena ci diede un suo parere: “È il primo spettacolo post moderno che ho visto in Italia”. Io e Pinketts eravamo due tiratardi e a una cert’ora, mi sono preoccupato chiedendogli se non fosse il momento di riportare a casa Fernanda, che era già anziana. Lei mi sentì e disse: “Baccini, che cazzo dici? Guarda che per me le 6 del mattino è ancora presto! Anzi, ringrazia che ho 80 anni perché 30 anni fa ti avrei attaccato al muro”. Era veramente tosta.

Ti sei dichiarato più volte anarchico, ma ha ancora senso definirsi tale nel 2019?
Certo, gli artisti devono esserlo tutti. Quelli che lo sono sul serio. Per questo sono sempre stati sui coglioni al potere. Quando sei libero dai fastidio. L’artista è un occhio critico sul mondo. Deve avere una visione distaccata, prendere le distanze.

Neanche nel Movimento 5 Stelle del tuo concittadino Beppe Grillo hai creduto?
Beppe l’ho conosciuto a casa di De André, era uno dei pochi amici che avevano accesso. Ricordo che una sua idea avrebbe potuto ucciderci tutti. Grillo, che era un noto avaro, si era comprato un motoscafo: “Belìn, ragazzi, andiamo in Sardegna partendo da Genova” aveva proposto. Nessuno di noi sapeva guidarlo, però decidemmo di farlo lo stesso. La notte prima della partenza, mi chiama Fabrizio nel cuore della notte e mi avvisa che era morto suo fratello in Colombia. Per fortuna non siamo mai partiti, sennò ci avrebbero ritrovati sul fondo del Mediterraneo. Beppe è un personaggio spiazzante.

Nel 2010 hai scritto l’inno della Woodstock 5 Stelle.
Quando si è lanciato nell’avventura politica credo sia stato travolto. Non si aspettava questo seguito abnorme. È stato preso in contropiede. Sai, trovarti a capo di un movimento politico che da zero prende il 30% son cazzi. Non è facile da gestire, anche perché nella vita fai il comico. Allora il Movimento non era ancora nato, c’era di tutto e non si parlava di politica. C’erano Cristiano De André, Samuele Bersani, il Teatro degli Orrori, Max Gazzè. Se fosse stato vivo Fabrizio ci sarebbe andato e forse gli avrebbe scritto lui l’inno. Con me portai la buonanima di Freak Antoni, un altro grande che non c’è più.

Altro anarchico difficile da ingabbiare in definizioni e generi.
Ho avuto pochi amici nel mondo della musica: De André, Jannacci e Antoni. Purtroppo, non posso più telefonare a nessuno dei tre e mi mancano tremendamente. L’unico vero gruppo punk italiano è stato rappresentato dagli Skiantos e Freak era una persona di una intelligenza, una ironia, una educazione davvero rarissime. Era veramente un punk, gli altri solo dei manieristi.

In definitiva, alla soglia dei 60 anni Francesco Baccini come si definisce?
Sono uno dei più sottovalutati della storia della musica italiana, però non me ne frega niente.

*L’ufficio stampa di Mietta ci ha contattati per smentire l’accaduto. Abbiamo raggiunto nuovamente Baccini che, invece, conferma la sua versione.

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