Francesca Michielin e un kebab a colazione

Headliner del Mi Ami, appassionata di Fibra e Tedua. Come il pop italiano ha trovato finalmente la voce femminile che mancava
Francesca Michielin è nata nel 1995 a Bassano del Grappa. Il suo ultimo album è "2640". Foto: Letizia Ragno

Francesca Michielin è nata nel 1995 a Bassano del Grappa. Il suo ultimo album è "2640". Foto: Letizia Ragno


Ha fatto l’alba per colpa degli artisti della sera prima, ma Francesca Michielin al Primavera si sta divertendo parecchio. La incontriamo il pomeriggio dell’ultimo giorno del festival di Barcellona, in un albergo vicino alla spiaggia. Fa caldissimo, sì. Abbiamo tutti voglia di buttarci in mezzo ai concerti, sì. Ma è tempo, prima, di fare una riflessione. Sì, perché Francesca Michielin poche settimane prima è stata una degli headliner del Mi Ami a Milano, il gran ritrovo della musica indipendente prima e importante ora d’Italia. Una mossa bizzarra da fuori, ma perfetta in realtà. Con 2640, uscito a gennaio, sono cambiate le prospettive, il pubblico e un po’ anche la vita della cantante. Ci sediamo con un mojito virtuale davanti e partiamo dal Primavera.

Come ti sembra quest’anno?
Ti dirò che volevo cambiare festival. Vorrei esplorare un po’, ma quando è uscita la line-up non dormivo la notte. Quando vado ai concerti vivo tutto come una gita d’istruzione, mi porto dietro un blocco di appunti segno le cose che mi sono piaciute e quelle no.

E cosa dice il tuo blocco quest’anno?
Non mi ha convinto molto Björk: a livello strutturale e di palco è stata super, ma ha fatto poche canzoni storiche, non ha permesso al pubblico di “entrare” nello show. Mi è piaciuto tantissimo Vince Staples, che conoscevo poco, ma mi ha fatto fare tardi. E Charlotte Gainsbourg…

Tutti gusti diversi…
Sì, non ho dei generi precisi, seguo tutto. Per dire, le Waxahatchee, molto brave, molto libere. Father John Misty super elegante, le Ibeyi, un po’ troppo sovrastrutturate.

E tu come sei nei tuoi live?
In realtà, non so perché, ho sempre cercato di metterci tantissime cose diverse. Ho sempre sentito questa esplosione dentro di me, questo bisogno di produzioni massicce. Con 2640, ho cambiato un po’ approccio, ho cercato di trasformare il disco in una sorta di acoustic rock, senza basi, senza parti elettroniche. Avevo bisogno di un approccio più vero.

La prima data estiva è stata al Mi Ami. Alcuni non hanno capito molto la tua chiamata, ma chi ti ha seguito un po’ nell’ultimo anno, diciamo, è stato molto felice.
Ha colpito anche me questa scelta. Ho fatto un percorso diverso da tanti degli invitati, ma 2640 è il mio disco più diretto e sincero.

Se sei rimasta colpita anche tu, perché allora ti hanno chiamato?
Negli ultimi tempi ho collaborato con Calcutta, Cosmo, Paradiso… Tutte persone che sono molto affini a quel mondo. Non dico che sono delle raccomandazioni, ma forse essere entrata in contatto con loro ha aiutato in qualche modo.

E sul palco com’è andata?
L’esperienza è stata bellissima, era il mio primo festival da artista: il pubblico era perfetto, mi ha colpito molto il fatto che ci fossero degli over 25 diciamo, perché è proprio quelli a cui parlo nell’album.

Il tuo pubblico è cambiato non poco…
Quando è uscito Vulcano, il primo singolo, in tanti si sono sorpresi perché non si aspettavano queste sonorità. La verità è che questo disco è nato così perché io volevo farlo così. Sono responsabile al 100% dei suoni, dei temi… Ho voluto raccontare certe cose, suonarle in un certo modo. È come se fosse il mio primo album, è totalmente coerente con me. Non è stato un passaggio studiato o di mercato.

Qualche anno fa non potevi esprimere tutto quello che sentivi, non potevi scrivere quello che volevi. Oggi puoi dire che hai mangiato il kebab a colazione

Ti è andata anche bene, come periodo storico. Forse 10 anni fa non staremmo qui a fare questi ragionamenti.
Il mio primo singolo l’ho inciso a 16 anni, sette anni fa. Sinceramente, a quel tempo fare pop italiano era quasi demotivante. Aveva un pubblico giovanissimo. Veniva data tanta importanza ai suoni che dovevano essere più internazionali possibile, ma pochissimo al testo. Ho sempre avuto qualche difficoltà a inserirmi: dovevi dire le cose in maniera ermetica, era più importante la ritmica che il resto. Non potevi esprimere tutto quello che sentivi, non potevi scrivere quello che volevi. Oggi puoi dire che hai mangiato il kebab a colazione. Meglio così.

O che lanci dgli indistruttibili 3310 dietro alla gente (in Fotografia di Carl Brave, interpretata con Fabri Fibra). Che poi, dì la verità, non ce l’hai mai avuto…
Certo che ce l’ho avuto! È stato il mio primo telefono!

A due anni?
No, era quello di mia nonna! Nella mia famiglia c’è un buco generazionale di 10 anni. Mio fratello più piccolo ha 10 anni in più di me, quindi io sono cresciuta con le tipiche cose degli anni ’90. Fino a due anni fa noleggiavo i Dvd, guardavo le diapositive. Ho un armadio pieno di felpe della Umbro, adesso che è tornata di moda me le posso rimettere! Comunque dopo il 3310 sono passata all’iPhone.

Non è la prima volta che collabori con dei rapper. Ma sei passata da Fedez a Carl Brave e Fibra…
All’inizio sì, ho fatto delle cose con Fedez, quando faceva un certo tipo di musica… Aveva fatto dei lavori tra rap e orchestra bellissimi, non erano ancora mainstream. Però Fibra l’ho sempre avuto nel cuore. Ha una complessità diversa, la stessa che ha Caparezza, più da artista che da rapper… Anche Marracash credo sia nella stessa categoria. Hanno un modo diverso di vivere il rap, sono dei cantautori che non hanno paura a mettersi a nudo nella vita, buttando fuori i loro problemi.

Dei giovani chi ti piace?
Tedua è il rappresentante che mi piace di più. Non so se è un rapper, un trapper o che altro. Ha una struttura interessante, anche a livello armonico. Potrebbe insegnare a scrivere.

Sei cresciuta con il rap?
No, ascoltavo Maria Antonietta, Brunori, Dente, Colapesce, Bianco. Oltre alle cose internazionali che mi passava mio fratello. In pochi ascoltavamo quella musica. Ascoltavo anche Beatrice Antolini. E credo che il mio pubblico sia cresciuto con me, a livello musicale. Bisognerebbe sempre ascoltare tutti, al di là della moda o dell’apparenza. Non sottovalutare nessuno e non sopravvalutare nessuno. E ai festival riesci a vedere tutti. Ecco questa è una cosa che ho imparato dal Mi Ami.

Cioè?
Che alla fine la musica vince sempre.

Francesca Michielin è in tour dal 7 luglio in tutta Italia. Qui tutte le date.

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