Frah Quintale e la musica da ‘presa bene’

Dalla collaborazione in arrivo con Gué Pequeno a quella sognata con Calcutta per un artista in cui convivono hip hop e canzoni d'amore. Il rapper bresciano racconta la sua annata fantastica.

Il successo di Frah Quintale ha poco a vedere con le visualizzazioni di YouTube o i play di Spotify: non c’è un algoritmo da analizzare. Occorre solo intercettare quel passaparola che in meno di un anno – il 24 novembre è uscito l’album Regardez Moi, e Francesco è partito in tour – ha trasformato in sold out i suoi concerti. «Si è sparsa la voce che ci si diverte», ci racconta il cantante bresciano davanti a un piatto in trattoria. «Perché, anche se siamo solo in due sul palco (con il produttore Ceri, nda), riusciamo a creare una bella intesa col pubblico: la gente si prende bene».

Come ti accorgi che i ragazzi del pubblico sono “presi bene”?
Dalle facce e da quello che mi dicono: che mi vedono a mio agio sul palco, e che do l’idea di divertirmi. Per me questo è aver fatto gol.

Chi viene ai tuoi concerti?
Ora ci sono più ragazzini. Ma a una delle ultime date in Veneto ho visto una coppia di signori sui 55 anni, abbracciati, che cantavano Gravità. Cazzo, avevano l’età dei miei…

Dicevi prima che sul palco siete in due, tu canti e basta?
Suono la batteria in alcuni pezzi, è una sorta di rivincita per me: prima non avevo né i soldi per comprarla, né un posto dove usarla, quindi ora che me la posso permettere me la porto ai concerti.

Come Anderson.Paak?
Eh, magari.

Hai iniziato facendo rap…
Sì, nel 2004, ascoltavo Bassi Maestro, Club Dogo, ma pure un sacco di roba underground che non si filava nessuno, tipo L-Mare.

Ora che scrivi canzoni, come è cambiato il tuo modo di fare musica?
Il modo di comporre non è cambiato molto dai tempi dell’hip hop: primo partivo dalle basi, ora da una melodia provata con gli strumenti, ma l’approccio intuitivo è molto simile. Quanto alla scrittura, invece, è cambiato parecchio, dal “fare le barre” alla composizione di ritornello e bridge. Ho dovuto studiare e applicarmi, mi ha aiutato molto aver fatto per un periodo l’autore per altri musicisti.

Musicalmente, come mood di composizione, sei molto anni ’90, il tuo stile ricorda quello di Tormento e Neffa.
Ho messo tutta la mia conoscenza del rap nello scrivere canzoni. Anche perché non mi identificavo più nello stilema hip hop dove si parla solo di canne, spaccio, soldi, dove ci si deve vestire in un certo modo, davanti a un pubblico che è quasi solo di ragazzini.

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Nei testi trovo molto delle canzoni degli 883, per il modo che hai di raccontare la provincia.
Gli 883 facevo finta di ascoltarli a scuola, perché li sentivano i miei compagni di classe (Ride). Tutto quello di cui parlo sono le cose che vivo, infatti ora che sono in tour da così tanto tempo mi sento svuotato. Devo tornare a vivere per poter scrivere. Mi fa piacere che molti si ritrovino in quello che scrivo, anche se tutto nasce da un mio bisogno, scrivo per me. È come quando vado a dipingere i muri (è anche un writer, nda), magari non lo vedrà mai nessuno, ma io ogni tanto mi guardo la foto del graffito che ho fatto e sono contento così.

Canti sempre di un mondo molto piccolo: amici, ragazze, feste. Come se l’universo fuori fosse lontanissimo…
Nell’ultimo anno ho passato le giornate in studio, quasi da carcerato, senza tv e giornali, solo dietro alla mia musica. Recentemente non mi sono interessato granché di politica, quindi ora non mi metterei a scrivere un testo “impegnato”, perché direi solo cazzate. A sto giro non ho neanche votato. Ho delle opinioni ma, visto che parlo a un sacco di persone, preferisco esprimere solo quelle più generali.

Che tipo di opinioni?
Tipo che i razzisti mi stanno sul cazzo. Io sono di sinistra, lo dico apertamente. Però la sinistra degli ultimi cinque-dieci anni non mi rappresenta per niente. Mi sento quasi più un anarchico, mi gestisco da indipendente, anche come musicista (Frah Quintale firma per la piccola etichetta indipendente Undamento, la stessa di Coez).

Fai molte canzoni d’amore, con un’attitudine simile ad alcuni pezzi rocksteady jamaicani degli anni ’70, i famosi lovers.
Grazie, è un bel complimento. Nel rap sembrava che se parlavi d’amore eri frocio. Odiavo questa cosa, da fascisti proprio. Penso a James Brown, che parla di cuori spezzati: quello è il mio esempio, la musica che voglio fare.

Di collaborazioni e featuring ne hai fatti (l’ultima, molto fica, è Missili insieme a Giorgio Poi), ma molti meno rispetto ai tuoi colleghi.
Ho detto di no a tutti!

Per cosa?
Ritornelli, featuring. Non lo faccio per tirarmela, solo per non rompere i coglioni a chi mi ascolta, e magari si stufa di sentirmi ovunque. Preferisco fare due collaborazioni in un anno, piuttosto che 10.

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Con chi ti piacerebbe collaborare?
Con Calcutta, di brutto.

Hai in ballo qualcosa?
Sì, con Gué Pequeno, ma è presto per parlarne.

Ho letto che ormai sei considerato un sex symbol?
No, non mi ci vedo (Si imbarazza).

Da quando ti senti adulto?
Da quando ho aperto la partita Iva (Ride, ma neanche troppo).

Da adulto smetterai anche di usare l’autotune?
Ma io non lo uso praticamente mai.

Ah, allora ok.

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