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Frah Quintale è entrato nella fase arancione

'Banzai (Lato arancio)' è il disco della rinascita. Perché suona come "il primo giorno di vacanze dopo un anno da dimenticare". E perché il cantante lo porterà in tour, per la prima volta con una vera band

Frah Quintale

Foto: Tommaso Biagetti

Più o meno undici mesi fa (anche se in unità di misura post pandemica sembra essere passato un secolo) usciva Banzai (Lato blu), attesissimo secondo album di Frah Quintale, una delle voci più interessanti del nuovo pop italiano. Dopo gli esordi nella scena rap della sua Brescia con i Fratelli Quintale, nel 2017 pubblica il suo primo lavoro da solista, Regardez-moi, un album che nel suo modo personalissimo di intrecciare metrica e melodie è letteralmente inimitabile, anche se in molti ci hanno provato, fallendo.

Il suo Lato blu era un tentativo perfettamente riuscito di portare a un livello ulteriore lo stesso concetto, ed è idealmente completato da Banzai (Lato arancio), il suo terzo lavoro, che sarà disponibile da domani. Anche in questo caso, Frah non delude affatto le aspettative: l’impressione, ascoltandolo, è che mentre noi siamo rimasti chiusi in casa per un anno a fissare il soffitto, lui abbia girato il mondo e vissuto una marea di esperienze che non vede l’ora di raccontarci, anche se naturalmente ha viaggiato solo con la mente, come ci conferma al tavolino di un bar di fronte al suo studio.

Come hai trascorso questi ultimi 12 mesi?
Ho chiuso il disco, innanzitutto. Avevo lasciato tanti pezzi a metà, molti che risalivano ancora ai tempi del Lato blu e ho cercato di terminare il lavoro che avevo cominciato. Non è stato semplicissimo, perché il secondo lockdown non l’ho vissuto molto bene: quella situazione a metà in cui l’unica cosa che potevi fare era lavorare e poi chiuderti in casa era un po’ frustrante.

Anche se di lavoro fai il musicista?
Chiaramente è un lavoro molto più gratificante rispetto a tanti altri, ma personalmente quello che mi ammazza è la routine: abito molto vicino al mio studio di registrazione, perciò poter fare solo avanti e indietro tra l’uno e l’altro dopo un po’ mi pesava. Sono uno che ama variare, non riesco a fare la stessa cosa tutti i giorni, e quindi ho accusato. Paradossalmente il primo lockdown è stato più facile, perché sapevo che non c’erano alternative e perché avevo più stimoli che mi portavo dietro dal periodo precedente. Quest’inverno, invece, partivo già un po’ scarico dalla monotonia dei mesi prima; però a chiudere il disco ce l’abbiamo fatta, alla fine, e ne sono molto contento.

Da dove nasce l’idea di dividere il disco in due lati?
È nata in corsa, mentre chiudevamo Banzai (Lato blu). Avevamo già capito che sarebbe stata dura fare dei live, l’estate scorsa, e ci dispiaceva per il pubblico pubblicare un disco troppo ricco per poi non poterlo suonare dal vivo. Così, con la mia etichetta, abbiamo deciso di fare due lati, nella speranza di poter avere più materiale da presentare quest’estate e fare un mega show. Tant’è che adesso che siamo in sala prove, ci siamo resi conto che è stato molto difficile fare la scaletta dei concerti. Troppa roba (ride).

Se tu dovessi spiegare qual è la differenza tra Banzai (Lato blu) e Banzai (Lato arancio)?
Il Lato blu rappresenta un po’ la prima fase dopo la chiusura di una relazione, in cui c’è molta rabbia e molto rancore; il Lato arancio rappresenta il momento successivo, quando subentra l’accettazione e ti dici «ok, è ora di andare avanti».

A questo punto mi è impossibile non chiederti se è ispirato a una storia realmente vissuta…
Non posso negare che alcuni dettagli siano autobiografici (ride). Altri sono più che altro dei colori, dei sentimenti, delle idee, delle posizioni nei confronti della vita.

Effettivamente questo Lato arancio ha un po’ il sapore della rinascita e della voglia di ricominciare a vivere. Oltretutto, l’hai scritto in un periodo in cui non avevi la certezza se questa sarebbe stata o meno l’estate della rinascita…
Beh, ci vuole anche un po’ di speranza! Per me scrivere e fare musica è anche un modo per immaginare tutto quello che non ho e desiderare che si avveri. Non dico una preghiera, ma un po’ un auspicio, ecco.

Una delle tracce più riuscite è senz’altro quella con Franco126, Chicchi di riso, che è anche l’unico featuring della tracklist. Come mai hai voluto proprio lui?
La collaborazione è nata perché ci siamo intercettati in corso d’opera: io stavo chiudendo il mio disco, lui stava lavorando al suo con Ceri (che ha prodotto anche tutti gli album di Frah, nda) e quindi praticamente eravamo in studio a giorni alterni. Ricordo che di Chicchi di riso mi mancava soprattutto il ritornello, lui mi ha aiutato a scriverlo e da lì è partito tutto. È stata una cosa molto naturale, quindi. Ci sono un sacco di artisti con cui vorrei lavorare in Italia, ma a me piace l’incontro: becchiamoci, proviamo a fare qualcosa insieme, vediamo se c’è feeling. Questo purtroppo non è l’anno giusto per fare questo tipo di discorso, però (ride).

Anche la nuova chiacchieratissima scena pop, di cui sia tu che Franco126 fate parte, sembrerebbe essere nata in maniera molto spontanea: qualche anno fa una serie di artisti da tutta Italia hanno cominciato a sperimentare per conto proprio un nuovo suono, e magicamente si sono sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda…
Penso che si sia creata una specie di coscienza collettiva: non ci siamo messi d’accordo per fare cose simili, ma le nostre età, le nostre esperienze e le cose che abbiamo vissuto ci hanno più o meno portato a farlo. Anche se abitavamo in città lontane, sono nate delle connessioni, perché le persone con una certa sensibilità finiscono per vivere e sperimentare le stesse cose, in fondo. E quando senti qualcuno che, pur essendo distante da te, è vicino al tuo mondo, provi un senso di comunanza. Secondo me è così che nascono le scene musicali: non perché vuoi rappresentare qualcosa o suonare in un modo specifico, ma perché certe sensazioni sono nell’aria. Il successo di gente come Carl Brave e Franco126, Calcutta, Coez o anche il mio ne è la prova: le persone si sono identificate al volo con quello che raccontavamo.

Come ci si sente, però, quando un sound nato in maniera così spontanea viene preso e assorbito dalla catena di montaggio della discografia? Parlo ad esempio dei vari talent show che, ormai a ogni edizione, propongono uno o più artisti molto simili a voi…
Imitare è un processo naturale, ma chi è veramente bravo e capace a fare musica riuscirà a crearsi i suoi standard. Personalmente, quando una situazione è satura non mi piace più, tanto che addirittura a volte mi capita di non amare più neanche il mio linguaggio, perché c’è il rischio di confondere l’originale con tutto ciò che è stato generato dopo. Il vero talento sta nell’essere inconfondibile anche quando ti reinventi, nell’essere in grado di dire sempre la tua.

Tu ti senti già in fase di evoluzione e reinvenzione?
Un po’ sì. Con questo non voglio dirti che ogni cosa nuova che faccio è per forza la più figa, ma che a ogni disco metto nuovi paletti, capisco meglio ciò che voglio e ciò che non voglio fare. Mi piace anche avere la libertà di sbagliare: almeno ho la certezza che ci ho provato e che non fa per me.

Foto: Another Studio

A proposito, quest’anno il palco dell’Ariston sembrava quello del MiAmi. Si può dire che mancassi solo tu. Ti avevano chiesto di partecipare a Sanremo?
In realtà un paio di volte mi sono arrivate delle pseudo-proposte o dei mezzi inviti, ma non so se è roba per me, onestamente. L’unico motivo per cui potrei andarci, forse, è per puntare direttamente all’Eurovision (ride). No vabbè, non voglio fare lo sbruffone, diciamo che al momento ho proprio in mente altro. E poi l’idea della competizione nella musica non mi piace molto. Mi sento più in competizione con me stesso che con gli altri: non sono mai pienamente soddisfatto di quello che faccio.

E il tuo rapporto con i numeri com’è?
Ovviamente se un mio pezzo viene certificato oro o platino, ci volo. Però non ho neppure Spotify Artist, quindi non mi rendo neanche bene conto dei miei numeri. Più o meno li so, ma non mi interessa se un album fa meglio o peggio di quello che prima. Male che vada, ne farò un altro.

Da un po’ di tempo scrivi anche canzoni per altri artisti…
Avevo cominciato ancora prima di Regardez-moi. Lo trovo un buon esercizio, perché mettermi nei panni di qualcun altro, non doverci mettere la faccia, mi permette di immergermi in un altro viaggio. È quasi un gioco da tavolo: incastrare delle belle parole, fare una bella melodia, senza dovermi chiedere se mi rappresenta o se ha senso cantata da me. Finora ho scritto per Mengoni, per i Sottotono, per Lorenzo Fragola… Ma capita anche che io faccia un pezzo come autore, dicendo «poi vediamo a chi darlo» e alla fine me lo tenga io, come è successo con Missili. È quello il bello: cambiare un po’ identità e prospettiva nella scrittura porta a risultati inaspettati.

Chiudiamo il cerchio tornando all’inizio di quest’intervista: quest’estate si ricomincia finalmente a suonare dal vivo. Con che approccio?
Io sono contentissimo. Ho altri dieci giorni di prove davanti e sono già preso davvero bene. Abbiamo una formazione nuova, per la prima volta suono con una vera e propria band: è una cosa nuova e molto diversa per me, ma non vedo l’ora. Un po’ mi fa strano l’idea che il pubblico sarà seduto, perché alcuni dei miei pezzi sicuramente sono fatti per ballare e fare casino, ma per ora non ci ho ancora pensato troppo. È talmente tanta la gioia di tornare sul palco che mi va bene tutto.

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