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Forever Young, l’eterna giovinezza degli Alphaville

35 anni dopo, la band synth pop stampa in vinile il suo primo album. Quello che parlava di una Germania divisa dal muro, sotto la costante minaccia di una guerra atomica e di giovani che volevano essere Forever Young

Quando la radio cominciò a trasmettere il suo primo singolo, Marian Gold passava ancora le sue giornate a pelare patate nella cucina di un ristorante di Berlino Ovest. Era il gennaio del 1984 e da lì a poco il suddetto singolo, Big In Japan, arrivò a intasare così tanto i palinsesti radiofonici che Marian fu letteralmente cacciato dal suo posto di lavoro. “Non appartieni a questo posto” gli fu detto. E infatti, dopo il primo singolo arrivò il secondo, Sounds Like A Melody e infine il terzo, Forever Young, facendo di lui e gli Alphaville dei mostri sacri del synth pop ancora prima che il loro primo, omonimo Forever Young uscisse, il 27 settembre 1984.

Oggi, 35 anni dopo, Marian e i suoi ripubblicano il disco con dentro inediti e demo originali, impacchettando il tutto su vinile e CD per Rhino Records. Sapevano già all’epoca che non sarebbero rimasti “Forever Young”, né che sarebbero potuti “Live Forever”, se non altro non hanno mai perso lo sguardo tagliente, lo stesso che mettevano nei più grandi inni socio-politici degli anni ’80 mascherati però da canzonette da prom.

L’idea della ristampa è stata vostra o dell’etichetta?
Bernard: Nostra. Era da tempo che volevamo fare un remaster del nostro disco del 1984, o meglio stamparlo in vinile. Quando è uscito, il CD era sul punto di diventare il supporto standard per chiunque, quindi non abbiamo mai pensato al vinile. Oggi, 35 anni dopo, è il momento giusto per una bella ristampa in vinile.

Marian: Assolutamente, anche se una grande mano ce l’ha data l’etichetta.

Marian, è vero che la tua carriera nella musica è iniziata con un licenziamento?
Marian: In realtà la mia carriera è iniziata quando ho incontrato Bernard. Quando il cuoco del ristorante dove lavoravo mi ha licenziato, la mia carriera era già iniziata. Solo che non lo sapevo. Pelavo patate nella cucina di un ristorante, ma il gesto di licenziarmi è stato paradossalmente altruista. Quando è uscito il primo singolo dell’album, Big In Japan, nel gennaio ’84, nessuno in cucina sapeva che facessi musica. E quando ha cominciato a passare alla radio io dicevo: “Oh, questa è la mia canzone!” La settimana dopo, la canzone era costantemente in radio, un paio di volte al giorno. Così un giorno il cuoco si avvicinò e mi disse: “Non è il tuo posto questo, levati dal cazzo. Tu che puoi diventa ricco.”

Eh, allora è stato un licenziamento più che nobile. Ma che cos’era Nelson Community, il vostro collettivo berlinese?
Marian: Era un gruppo di 7/8 persone che condividevano una visione artistica comune. Vivevamo insieme, lavoravamo insieme, facevamo tutto insieme come in una comune. Se avevi un sogno, lavoravano tutti per realizzarlo. C’erano pittori, musicisti, tecnici che ci hanno prestato i primi equipaggiamenti per fare musica. Era una idea di famiglia molto socialista.


Quanto era attraente Berlino per un ragazzo della Westfalia?
Marian: Beh, banalmente non c’era nessun posto come Berlino in tutto il mondo. E in più era dietro l’angolo. Era un’opportunità d’oro andarci. Avevamo tutti l’impressione che Berlino Ovest fosse un posto davvero speciale, che godesse di un’attenzione e di una fama mondiale. Perché era nell’epicentro del conflitto fra Occidente e Oriente, ed era diviso dalla cortina di ferro. Era un posto tremendamente affascinante.

Lo è ancora secondo te?
Marian: Ora è soltanto un’altra metropoli come le altre. Non so, mi piace Berlino ma non puoi davvero paragonarla alla Berlino degli ultimi anni Settanta e primi Ottanta. È completamente diversa.

Che effetto faceva trascorrere la Summer In Berlin?
Marian: Esattamente come la descrive la canzone. C’erano feste assurde all’ombra della cortina di ferro. Incontravi persone e al contempo eri circondato da un muro letale, carri armati e truppe nemiche. Americani, francesi, inglesi: era una situazione estrema.

Quel che più è assurdo è che se presti un po’ di attenzione ti rendi conto che Forever Young è una canzone che parla di guerra, della costante minaccia di un olocausto nucleare. “Hoping for the best, but expecting the worst. Are you gonna drop the bomb or not?”
Marian: Vero, ma sopratutto è una canzone sulla fugacità del tempo, sul fatto che essere giovani è un’illusione. Tutto il mondo sapeva che il futuro era incerto, ma a Berlino Ovest c’era ancora più consapevolezza, perché toccavamo tutti i giorni con mano la presenza militare, la guerra.

La versione deluxe della ristampa di “Forever Young”

E oggi?
Marian: Oggi è diverso, perché abbiamo molte più ragioni per essere nervosi. Oggi ci si para davanti un futuro molto più spaventoso. All’epoca, bene o male, si viveva in una condizione di equilibrio fra Est e Ovest. C’era un bilanciamento di potere. Oggi, il mondo è molto più complesso, complicato. Non ci sono due parti distinte, quindi non è facile capire cosa sta succedendo. Oggigiorno abbiamo una quantità spaventosa di matti con enormi poteri. All’epoca i capi di stato sapevano, erano coscienti di ciò che sarebbe potuto succedere. Oggi ci sono troppi giocatori di poker ai piani alti. Dalla Corea del Nord agli Stati Uniti, è pieno di politici che potrebbero compiere gesti irrazionali, pericolosissimi.


Già, perché gli elettori votano con la pancia e non con la testa. Sempre se ovviamente vivono in una democrazia.
Marian: Vero, ed è sempre più difficile analizzare e individuare contro chi stai lottando. A volte mi sembra che le bombe e gli attentati siano fatti solo per il gusto di farlo, senza un vero pensiero, che comunque non li giustificherebbe mai e poi mai.

Bernard: La maggior parte delle persone, specie in Europa, pensa che ci siano risposte semplici a domande complesse. Questo è forse il problema della politica contemporanea. Una politica molto pericolosa.

Meglio tornare al disco. Ci sono anche un paio di inediti o sbaglio?
Bernard: Sì, ci sono un paio di pezzi in tedesco che all’epoca avevamo scartato. E poi ci sono tutti i lati B dei singoli che finora non erano mai stati stampati, o perlomeno messi in digitale. Fa un effetto strano ascoltare le vecchie registrazioni, era un periodo di forte sperimentazione. Rievocano ricordi bellissimi di quando eravamo in studio a registrare, a divertirci.

Una cosa che ho sempre voluto chiedervi. Non era un po’ pericoloso stare sul set del video di Sounds Like A Melody? Voglio dire, la nebbia che copre uno strato di ghiaccio..
Marian: Pericoloso sì, ma perché ero sbronzo marcio. Mi ero sgolato mezza bottiglia di vodka perché faceva freddissimo e il produttore del video mi disse: “Oh, non puoi mica congelare eh. Tieni, bevi un po’ di vodka!” E io mi sono seccato metà bottiglia, rischiando ogni 5 minuti di cadere di faccia sul ghiaccio. Se guardi davvero da vicino e con attenzione te ne rendi conto. Ero sbronzo.

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