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Florence Welch ha smesso di voler sempre fare festa

La cantautrice inglese ha raccontato a Rolling Stone come è stato riprendersi dopo i primi successi, ma anche il suo passato da skater (senza skate) e cosa avrebbe detto a se stessa da giovane
Florence Welch, foto di Tom Beard

Florence Welch, foto di Tom Beard

La cantante inglese, che è da poco stata in Italia per due date ed è ora in tour in Usa, è pronta a tornare in Europa per quattro date tra Croazia e Londra. Ha raccontato a Rolling Stone il suo passato da skater (senza skate) e dell’album in cui ha deciso di mostrarsi vulnerabile, ed è piaciuto.

Qual è l’aspetto più britannico del tuo carattere?
Sono attratta da tutto ciò che non è soltanto bello, ma contiene in sé qualcosa di oscuro, come per esempio il fascino dello smog. È una cosa che ti viene se sei cresciuto a Londra. Poi, trovo molto difficile dire qualcosa di intimo senza farlo seguire subito da una battuta. Non so dire se sia una cosa inglese, oppure soltanto un tratto della famiglia Welch.

Il tuo libro preferito da piccola?
La casa nella prateria. Un Natale mia zia regalò a me e mia sorella degli abiti lunghi da campagna, e noi facevamo finta che la prateria fosse casa nostra. Forse sentivo che la nostra serenità familiare era in pericolo: dopo qualche tempo i miei hanno divorziato.

Che libro hai letto di recente?
Sto leggendo M Train di Patti Smith. Con quei suoi due memoir, lei ci ha rivelato bellissime parti di se stessa.

I tuoi primi ricordi musicali?
Mio papà ha ottimi gusti, mi faceva sentire sempre i Velvet Underground, gli Smiths e gli Stones. Quando mi è capitato di cantare Gimme Shelter con Mick Jagger, era contentissimo.

Un tempo il tuo genere preferito era lo skate punk: strano no?
Il primo cd che ho avuto è stato Dookie dei Green Day. Lì ho capito che intorno alla musica che ami può esistere un’intera identità. Avevo scarpe da skate e i pantaloni di velluto più larghi del mondo. Mi mancava solo lo skateboard.

Qualche anno fa hai registrato una cover di Nimrod.
Ho conosciuto il producer Dev Hynes e siamo diventati amici. Parlavamo di quanto ci piace Nimrod, e così l’abbiamo registrato nella sua cucina, con lui alla chitarra. È su Internet! Poi ho incontrato Billie Joe Armstrong e mi ha detto che il disco gli è piaciuto. La mia me che ha 13 anni è impazzita.

Qual è l’aspetto migliore del successo?
Mi piace sperimentare, creare un mondo dentro cui posso perdermi. E concentrarmi su tutto questo è diventato il mio lavoro, vestiti e scenografie comprese.

Ti spingi mai troppo in là?
A volte mi perdo in voli pindarici, e non è sempre positivo. Vado in panico facilmente. A volte devo fermarmi a respirare: “Ehi, cosa sta succedendo”.

Qual è il miglior consiglio che hai mai ricevuto?
Qualche anno fa, finito un tour ho cercato di continuare a vivere come avevo fatto nei mesi precedenti. Volevo che la festa andasse avanti, ma non era così, ero solo a casa mia. E mi ripetevo che nulla funzionava. Un amico mi ha detto: “Perché non provi a smettere di bere per un po’, e vedi cosa succede?”. (Ride).

In tour come ti rilassi?
Quando sei in giro, pensi: “Oh, Dio, essere in tour è così stressante!”. Ma una volta a casa, fai fatica a tornare alle cose della vita normale che ti mancavano, come vedere gli amici o andare a trovare tua mamma. Devi fare il bucato, per dire. E per me, anche riposarmi troppo può essere una fonte di stress.

Tu e Adele avete cantato nello stesso club a inizio carriera. Che cosa ricordi di quella notte?
Penso fosse alla Lock Tavern a Camden – un posto minuscolo, pieno di gente. Io ho cantato un po’ urlando, alla mia maniera, poi è arrivata lei e ha cantato e suonato la sua chitarra. Non la potevo vedere bene, ma la sua voce si è alzata sopra tutta quella gente e ho pensato: “Questa è una voce davvero speciale”.

Qual è un’importante regola secondo cui vivere?
Se qualcosa ti sembra diverso, o spiacevole, significa che stai crescendo. Il mio ultimo album è rivelatore. Non mettere alcun effetto sulla mia voce è stato terrificante. Continuavo a chiedere al mio producer: “Ti prego, non puoi mettere almeno un po’ di riverbero?”. Ma lui mi diceva: “No, devi lasciare sentire la tua voce così com’è. Devi essere vulnerabile”.

Che consiglio daresti alla versione più giovane di te stessa?
Sono diventata famosa a 21 anni. Era eccitante e pauroso. I rossetti neri, i mantelli… Hai bisogno di qualcosa che faccia da schermo, vuoi capelli più voluminosi, più trucco. Vivere in una specie di universo alternativo magico mi faceva sentire al sicuro. Ma non rinnego nulla. A quella persona direi soltanto: “Andrà tutto bene”.

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