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FKA twigs: «I veri artisti creano mondi in cui perdersi»

Forza e vulnerabilità, l'importanza di visual e performance, il tour di ‘Magdalene’ abortito, il patriarcato, il desiderio d'essere sia Madonna che Maria Maddalena: intervista all’aliena del pop contemporaneo

FKA Twigs

Foto: Andrea Pelizzardi

Sei anni fa FKA twigs ha alzato l’asticella del pop elettronico col debutto LP1 e la sua miscela originale di musica, danza e visual enigmatici. Nel secondo album Magdalene ha puntato ancora più in alto, mescolando la propria storia personale con la figura di Maria Maddalena. Uscito lo scorso autunno, il disco mostrava una FKA twigs più capace e sicura di sé. In più, grazie a collaborazioni azzeccate con artisti di livello (Future, Skrillex, Nicolas Jaar), concerti con una messa in scena notevole e una nomination ai Grammy per il video di Cellophane ha conquistato una nuova fetta di pubblico.

«Ero vulnerabile quando iniziato a scrivere l’album», ricorda la cantante, 32 anni, che nel 2018 si è operata per un fibroma all’utero. «Stavo passando un brutto periodo. Stavo crescendo, ero fragile. Ho ritrovato forza ed energia una volta finito il disco».

Hai dovuto cancellare parte del tour di Magdalene per la pandemia. È stata una grande delusione? 

La cosa peggiore è che non sono riuscita a realizzare in pieno il progetto dello show. La musica è importante, ma mi esprimo anche in altri modi: i movimenti, la danza, gli elementi delle arti marziali che incorporo in quel che faccio. Non sono riuscita a mettere in scena Magdalene come avrei voluto fare. Del resto, non siamo mai riusciti ad apprezzare Maria Maddalena quanto meritava. Forse in tutta questa storia c’è un significato nascosto, una sorta di profezia.

Ti ho vista in concerto a New York nella primavera del 2019 e la parte teatrale era pazzesca. Hai scoperto qualcosa sulla tua musica portandola dallo studio di registrazione all’interno di una produzione così elaborata? 

Sul palco è come se regalassi al pubblico le canzoni più personali come Cellophane o Mirrored Heart. È un processo meraviglioso, ti rende umile. Mentre le scrivevo pensavo di essere l’unica al mondo a sentirmi così. E invece sul palco, quando entri in connessione con migliaia di persone, condividi emozioni e messaggi in un modo che sembra reale. È come se le canzoni non mi appartenessero più. Sono di tutti, sono del pubblico, sono di chi se le gode. So di aver fatto un buon lavoro quando vedo che la gente piange e canta i miei testi.

Hai parlato molto della storia che ha ispirato l’album, dell’immagine di Maria Maddalena e di come è stata distorta. Qual era il tuo obiettivo? 

Non volevo revisionare la storia, né correggerla. Semplicemente, penso di avere qualcosa in comune con lei. Questo disco esiste per creare una connessione con la sua storia e darle una forma di riconoscimento. Non sappiamo chi fosse davvero, che cosa ha fatto, com’era la relazione con Gesù, non sappiamo se fosse davvero una sex worker. Da molti punti di vista è irrilevante.

Gli esercizi fisici a cui ti sottoponevi durante la convalescenza dopo l’operazione c’entrano con questa connessione? 

È qualcosa di più profondo. Pensavo a lei da anni. Era una donna incredibile, ma è sempre stata legata a un uomo, è stata considerata una piccola appendice alla storia di Gesù. Mi sono sentita nello stesso modo per molto tempo, ero la partner dei miei fidanzati, ero la fidanzata di qualcuno.

Per molto tempo mi sembrava non ci fosse niente di male, me ne stavo in disparte e interpretavo bene il ruolo. Poi è diventato frustrante, lavoravo duramente alla mia arte ma sembrava che non importasse a nessuno, il mio nome era sempre legato a quello di un altro, dovevo essere validata da un uomo. Io non sono una persona che alza la voce, ma credo fosse evidente dal mio lavoro. Era come se il mio subconscio cercasse di venire a patti con la cosa: il patriarcato comanda il matriarcato, anche se i tempi stanno cambiando. Da molti punti di vista ero un’altra vittima dell’antica dinamica di potere tra uomini e donne.

O del complesso Madonna-puttana, un’altra cosa di cui hai parlato… 

Esatto. Il patriarcato non può vedere una donna come vergine e puttana allo stesso tempo. È come se ogni donna potesse essere solo una delle due cose: innocente, virginale, una mogliettina silenziosa e servile, oppure sensuale, sessualmente attiva, tentatrice. Quando mi avvicinavo ai 30 anni ho imparato che potevo essere entrambe le cose e finalmente mi sono sentita sicura, ho scoperto nuove cose di me stessa.

Sei stata nominata ai Grammy per il video di Cellophane. Te l’aspettavi? 

No. Mi piacciono premi e cerimonie, sia quando celebrano gli artisti indipendenti, sia quando si occupano di major e artisti più importanti, come i Grammy. So che per qualcuno è fondamentale, dipende tutto da quella serata. Per me è un’opportunità e una sorpresa.

Abbiamo parlato del ruolo delle visual e della messa in scena nelle tue performance. Che ruolo hanno invece i videoclip? 

Sono importanti per creare un mondo. Io sono un’artista, una musicista e ho la responsabilità di raccontare una storia attraverso la voce, i movimenti, gli abiti, le immagini. È tutto importante: dall’immagine di annuncio dell’album alla copertina fino al video, raccontano tutti la stessa storia. Mi piace costruire mondi. L’arte che preferisco fa proprio questo, inventa un universo che puoi esplorare sempre più in profondità, basta andare sotto la superficie. Per me un grande musicista fa questo: scavi un po’ e ci finirai dentro per sempre.

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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