Fatboy Slim: «”You’ve Come A Long Way, Baby” non doveva essere un disco pop»

Il 16 marzo, la BMG ristamperà il suo più grande album. La scusa perfetta per fargli un po' di domande del tipo "Chi diamine è il tizio in copertina?"

Foto Jim Holden / Alamy / IPA


«Sto guardando fuori dalla finestra, nevica» racconta Norman Cook dall’altra parte della cornetta. Niente di così strano a febbraio, uno direbbe, ma per le spiagge di Brighton lo è decisamente. «Saranno anni che non succede, ma la cosa non mi turba. Mi piacciono sempre gli imprevisti.» Ormai il signor Cook è un tranquillo 54enne che conduce una vita tranquilla nella sua Brighton. Ma il ricordo vivo dei gloriosi anni Novanta ritorna non appena si inizia a parlare di quando si faceva chiamare Fatboy Slim. Dischi ne suona ancora in giro, sempre più raramente, ma di farli ormai non se ne parla più.

La nostra conversazione inizia coi soliti convenevoli meteorologici—anche gli inglesi soffrono di questa ondata di freddo siberiano, solo che noi la chiamiamo Burian, loro ancora una volta sono più poetici: “The beast from the East”—però il motivo della chiamata è qualcosa di molto più importante. Il 16 marzo, la BMG ristamperà per la seria Art of the Album You’ve Come A Long Way, Baby a vent’anni di distanza, il suo secondo album e forse quello più di successo. Una micidiale raccolta di singoli crossover ormai diventati inni, da Right Here, Right Now a Praise You, che per il fenomeno big beat è stato nel suo “piccolo” una specie di Dark Side Of The Moon (che oggi tra l’altro compie 45 anni). E a pensarci bene, è stato anche un disco che ha anticipato di almeno 5 anni i meme, vista la sua copertina.

Com’era il Fatboy Slim dell’epoca? Quello che stava lavorando all’album.
Oh, ricordo nitidamente il periodo di costruzione dell’album: praticamente facevo feste tutto il weekend. La domenica sera ero sempre un rottame, non riuscivo a guidare, non riuscivo nemmeno ad accendere i synth e le macchine dello studio. Tutte le buone o cattive idee anche musicali che mi venivano nel weekend erano come per magia cancellate. Dalla domenica sera al giovedì però ero sempre a comporre. Questa era la mia vita: non avevo una ragazza, stavo in studio tutta la settimana e poi il giovedì sera iniziava il weekend! [ride]

Non era cosa da te avere una fidanzata?
Frequentavo molte ragazze ma, sì, non pensavo proprio a trovarne una seria. Tutto ciò che mi interessava era fare musica e i party. E fidati che è stato il periodo più produttivo di tutta la mia carriera. All’epoca me ne sono proprio reso conto, mi sono detto: “Qui sta per succedere qualcosa di grosso” e così è stato. Stavo già avendo successo con Brimful Of Asha dei Cornershop e Renegade Master, quindi ho applicato la stessa formula di quei remix all’intero album. Una formula che funzionava. Sapevo anche che per me Brighton era il posto più stimolante possibile: studio di giorno e feste la sera. Riuscivo a fondere perfettamente le due attività, con la mente completamente aperta.

Qualcuno però all’epoca si è lamentato della blasfemia dell’album, solo perché in Fucking in Heaven hai accostato le due parole.
Prima di tutto, You’ve Come A Long Way, Baby non doveva essere un disco pop. Non era previsto che fosse un album anche per i piccoli, ecco. Però in qualche modo si è infiltrato nel mainstream. Ricordo che un giorno ho mandato a mia sorella una copia e lei l’ha fatta subito ascoltare a sua figlia, che all’epoca aveva qualcosa come 4 anni. Allucinante! Comunque riascoltandolo oggi ne sono ancora più convinto: non c’è niente di offensivo.

Nemmeno il fatboy in copertina?
Sai che me lo chiedo anche io? Mi chiedo a quasi 20 anni di distanza se qualche persona grassa si sia mai incazzata per queste cose, se qualcuno abbia mai pensato: “OK, è scortese”. La verità è che è pura celebrazione. Il titolo originale del disco sarebbe dovuto essere “Viva La Underachieva”. Era un titolo carino, come a voler dire che è OK non impegnarsi al massimo e rendere poco. Molto positivo. Però Avevo già tre singoli al numero uno della classifica inglese, quindi un titolo del genere mi avrebbe attratto solo guai, sarebbe stato da spacconi. Qualcuno all’epoca mi ha detto: “Non puoi avere tre hit e definirti deludente e sotto le aspettative [underachiever in inglese, ndr]. È da stronzi.” Così abbiamo cambiato il titolo all’ultimo minuto ma abbiamo tenuto la foto. Ma è ovvio che non c’è nulla di male a essere grassi.

Ma chi diamine è il tizio nella foto?
Non l’abbiamo mai trovato! Ho trovato la foto su un giornale inglese, così abbiamo contattato il fotografo e gli abbiamo dato dei soldi per poter utilizzare lo scatto. Ma neanche lui sapeva il nome del tizio. Ci ha detto: “Non lo conosco, l’ho solo fotografato”. Sono ancora convinto che un giorno si farà vivo. Anche in Italia, raga, se lo conoscete ditemelo. Ci credi che non si sia mai fatto vivo in vent’anni?

Allucinante!
Ma voglio chiarire una cosa una volta per tutte: Fatboy Slim non è un ossimoro che riguarda il peso delle persone. Si riferisce a un vecchio cantante blues che portava proprio questo soprannome.

Se potessi appropriarti dello pseudonimo di qualche artista esistente, quale sceglieresti?
Bella domanda. Direi Cut & Paste oppure Alt-J.

La copertina della ristampa

La copertina della ristampa

Onesto. Parliamo invece di campioni: faresti mai al giorno d’oggi un album con così tanti sample? Ho fatto qualche tempo fa la stessa domanda a DJ Shadow, vediamo come rispondi.
Fossi matto. Non è più divertente farlo, ci sono troppi squali vestiti da avvocati pronti a portarti via tutto per un loop. Una volta era anche bello rischiare, distorcere il campione per renderlo irriconoscibile e vedere se qualcuno ti beccava. Oggi sei sicuro che ti beccano. Ci sono maledettissimi software e macchine che analizzano le canzoni. Spietati algoritmi, troppi avvocati. Non ho in mente di fare altri dischi attualmente, però negli ultimi i campioni sono ricreati suonandoli da zero. Chiedo a musicisti di risuonarli. Ma è un peccato, almeno una volta si poteva negoziare con l’artista originale. Ora è tutto un gioco di avvocati e management, cosa che fa un po’ morire l’arte.

E poi il big beat era quello, era tutta questione di campioni.
Ho anche pagato tante royalties e penali quando mi hanno beccato campioni non autorizzati, eh. Ma era divertente, faceva parte del gioco. È più o meno la risposta che ti ha dato Shadow?

Parola per parola. Quindi non uscirebbe mai un tuo album big beat oggi..
Non solo, credo che non uscirebbe proprio un mio nuovo album oggi. Ormai è cambiato il modo in cui la gente ascolta musica. Parlare di album oggi secondo me è anacronistico. Semmai, usciranno delle tracce singole. Comunque il big beat era tutta una questione di rompere la formula per fare un disco dance, uno rock o uno pop. Così facendo però è diventato a sua volta una formula. Ecco perché a un certo punto siamo passati ad altro. Mi piace ancora mixare generi diversi. Se guardi all’ultimo disco che ho prodotto, Mama Do The Hump dei Rizzle Kicks, beh, quello è big beat. È lo stesso mix di generi di Rockafella Skank.

Sì insomma il momento del big beat è passato. Quel Right Here, Right Now non si riferisce di certo al presente, ma al ’98.
Paradossalmente però quello è il brano che è rimasto di più. È il più presente oggi. Però, sì. Non è più l’epoca del big beat.

E che ne è di Brighton oggi?
Oggi qui è un pullulare di aziende informatiche e startup. Ci sono ancora tanti club, ma niente a che vedere come vent’anni fa.

Sono quasi sicuro che non ci siano neanche i più rocker e mods che si prendono a schiaffi sulla spiaggia, come negli anni Sessanta.
Quelli non ce li abbiamo più, purtroppo. In questo momento sulla spiaggia c’è solo neve.