Fast Animals and Slow Kids: «Continuare col vecchio rock’n’roll significherebbe prendervi per il culo» | Rolling Stone Italia
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Fast Animals and Slow Kids: «Continuare col vecchio rock’n’roll significherebbe prendervi per il culo»

Sono cresciuti e nel nuovo 'È già domani' cantano la paura di diventare adulti in un mondo senza certezze. Lo fanno con uno stile meno urlato e con dentro di tutto, da Springsteen alla new wave

Fast Animals and Slow Kids: «Continuare col vecchio rock’n’roll significherebbe prendervi per il culo»

Fast Animals and Slow Kids

Foto: Matteo Bosonetto

Quando parlano della loro discografia i Fast Animals and Slow Kids ricorrono spesso al termine cronistoria. «Ogni album è un’istantanea delle nostre vite», hanno dichiarato in passato ed è un concetto che ribadiscono anche a proposito del nuovo È già domani, in uscita venerdì 17 settembre. Se è così, a distanza di dieci anni dall’esordio con Cavalli, questo sesto lavoro vede Aimone Romizi (voce, chitarra, percussioni), Alessandro Gercini (chitarra), Jacopo Gigliotti (basso) e Alessio Mingoli (batteria, seconda voce) proseguire sul tracciato del precedente Animali notturni, che già aveva segnato una svolta verso un sound più pulito.

Non è un caso che il produttore sia rimasto lo stesso, quel Matteo Cantaluppi già complice di Thegiornalisti, Ex-Otago e Canova, che ha affiancato i FASK nella rifinitura di 12 tracce che infilano influenze new wave, con i synth spesso intrecciati alle chitarre, in un impianto sostanzialmente pop-rock che ricerca melodie, energia e coralità da grandi venue. Ne è un esempio Come un animale, il singolo (con testo scritto con Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale) che ha preceduto il featuring con Willie Peyote Cosa ci direbbe e Senza deluderti, per il lancio di un album attraversato dalla paura di diventare adulti in un mondo che non offre certezze. «Lo definirei profondo», osserva Aimone quando chiediamo a lui e soci un aggettivo che descriva questo nuovo capitolo dei FASK.

Che cosa intendi per profondo?
Aimone: L’ispirazione che sta alla base delle nostre canzoni si lega sempre a esperienze quotidiane, a quello che ci accade o a ciò a cui pensiamo. Però soprattutto con questo disco mi sono ritrovato a confrontarmi con tutta una serie di tematiche che per la prima volta non riguardavano solo l’interiorità, ma anche il contesto circostante. Il risultato è un album un po’ anomalo rispetto alle classiche composizioni dei FASK, sia perché, data la pandemia, lo abbiamo scritto in una situazione di maggiore isolamento, sia perché questa situazione mi ha spinto a pormi tante domande in più sul mondo in cui viviamo. Ho avuto molto tempo per interrogarmi e quindi ho scavato, ho scavato a fondo.

Tu che dici, Alessio?
Alessio: Per noi FASK questo è un disco necessario. Spesso diciamo che i pezzi e gli album che scriviamo fotografano le nostre esistenze, parlano di noi, e da questo punto di vista fare musica ci aiuta, perché ci consente di portare avanti una sorta di autoanalisi. Ma questa volta, per la prima volta, abbiamo temuto che questa cosa non sarebbe stata possibile: non sapevamo quando avremmo potuto fare uscire di nuovo della musica, visto che per noi l’idea di un disco era sempre stata connessa all’organizzazione di un tour. Ci siamo sentiti inutili, abbiamo vissuto momenti in cui non riuscivamo nemmeno a immaginare che cosa ci avrebbe riservato il futuro, ed è questa la ragione di quel “necessario”: È già domani è un album necessario per noi, necessario per riacquisire un posto che pensavamo di esserci ritagliati. Perché se c’è una cosa che la pandemia ci ha insegnato, è che niente può essere dato per scontato.
Aimone: E se niente è scontato, allora scatta, vai, sgomita per mantenere ciò che ti definisce. Perché la musica per noi è questo, ormai: è diventata un lavoro, ma al tempo stesso è qualcosa che ci definisce come persone. Non sono un convinto sostenitore dell’idea che il lavoro sia nobilitante, ma di sicuro il lavoro definisce quello che sei e visto che a noi il nostro piace molto, è bene ricordarcelo.

Alessandro, il tuo aggettivo per questo album?
Alessandro: Eclettico, perché pieno di sfumature sonore. Si passa da un pezzo come Cosa ci direbbe, arricchito dal rap di Willie Peyote, a un altro con l’assolo di sassofono a un altro ancora con un break di batteria in mezzo.
Aimone: Ragazzi, abbiamo delle batterie programmate. L’ultimo pezzo, cioè… Batterie elettroniche su un pezzo dei FASK, fa strano, no?

Jacopo?
Jacopo: Il mio aggettivo è “diretto”. Nel senso che tutte le tematiche trattate nelle varie tracce le abbiamo affrontate con un linguaggio più diretto, togliendo quegli strati di cripticità che in passato avevano portato ad alcuni fraintendimenti, rispetto a quello che volevamo dire con una canzone o con l’altra.
Aimone: Sono d’accordo, abbiamo eliminato un bel po’ di ermetismo comunicativo.

So che avevate questo cruccio: nella serie di video-racconti Dammi più tempo che avete condiviso di recente sul vostro canale YouTube parlate del dispiacere che avete provato nel realizzare che alcuni brani del vostro repertorio erano stati interpretati diversamente rispetto a come li avevate concepiti.
Aimone: Sì, perché quando qualcuno fraintende ciò che dici, probabilmente è un problema tuo, che non sei stato in grado di farti capire. Poi, per carità, ci sono degli stati percettivi, non è che devi annullare il tuo pensiero e ridurre tutto ciò che vuoi comunicare all’osso per andare incontro a chi ti ascolta, però nel nostro caso è successo che ci siamo resi conto che sotto questo aspetto c’erano dei passi che dovevamo compiere anche noi, in termini di come dire le cose. Perché se si ha un messaggio da trasmettere, è giusto chiedersi come lo si sta comunicando, se lo si sta facendo in un modo comprensibile non solo a se stessi, ma anche agli altri. E questo per noi è stato un processo abbastanza lungo e doloroso, dato che per affrontare un certo tipo di limiti devi necessariamente cambiare un po’ la testa.
Alessio: Inizialmente eravamo noi che parlavamo a noi stessi: a noi sembrava tutto chiaro, per cui tutto era sicuramente chiaro anche per l’ascoltatore.
Jacopo: Forse, in fondo, mancava anche la volontà di farci capire.
Aimone: Vero, ma non vorrei si pensasse che questo rendere più diretti i testi delle canzoni sia qualcosa che abbiamo fatto per chi ci ascolta. No, lo abbiamo fatto per noi, perché quando suoni vuoi comunicare qualcosa, altrimenti tanto vale che ti suoni i pezzi a casa da solo.

Fast Animals and Slow Kids - Come un animale (video ufficiale)

Immagino che questo lavoro lo abbiate portato avanti anche spinti dal sodalizio con Matteo Cantaluppi, già al vostro fianco in Animali notturni. Sodalizio che in generale ha tolto un bel po’ di sporco dal suono dei FASK. Com’è andata con lui?
Aimone: Il lavoro che facciamo con Cantaluppi è molto delicato, perché un conto è se da produttore lavori con un cantante solista o su un progetto emergente non ancora ben definito, un altro è se lavori con un gruppo come il nostro, con 12 anni di attività alle spalle e un’idea chiara in testa sulla musica che vuole fare, che ti arriva con i pezzi pronti, fatti, finiti. In questo caso si tratta di entrare in punta di piedi nella composizione e non toccare quasi niente, ma cercare di scovare il suono che la band ti ha detto che vorrebbe ottenere.
Jacopo: Il più delle volte si è trattato di accortezze tecniche che Cantaluppi ha messo insieme per portarci al suono che avevamo in mente.

Ossia? Che indicazioni gli avete dato?
Alessandro: Questo album è un po’ un mix tra una delle nostre influenze più citate, Bruce Springsteen e quel tipo di rock americano, e altre reference legate alla scena new wave di Manchester: penso ai New Order, ma è solo un esempio, di fatto ci sono dei pezzi in cui chitarre e synth vanno insieme. L’obiettivo era di creare una sintesi tra questi due mondi.
Aimone: Dopodiché ogni traccia nasconde riferimenti: si ruba da tutti, questa è la grande verità. C’è anche una parte che è mezza Tame Impala, ci abbiamo messo dentro un sacco di cose.
Jacopo: Come diceva Alessandro, c’è persino un assolo di sassofono.
Aimone: Un assolo di sax distortissimo a metà di un pezzo incazzato come Fratello mio. Però, insomma, a Cantaluppi, in sostanza, abbiamo spiegato che tipo di album volevamo, esattamente come stiamo facendo adesso in questa intervista, e da lì ci siamo mossi per ottenere il massimo della potenza. Poi ovvio che uno spazio per la magia che può avvenire in studio lavorando insieme va sempre lasciato aperto: se viene fuori una roba figa – un giro di pianoforte o un arrangiamento diverso da quello che avevamo in mente – non è che la buttiamo via.
Jacopo: Come un animale, per esempio, inizialmente era più vecchio stile FASK.

Oggi che effetto vi fa pensare ai FASK più grezzi, arrabbiati e urlanti di una volta?
Aimone: Un po’, quando ci guardiamo indietro, ci vediamo più immaturi di adesso. Ma questo credo valga per chiunque, se cresci e non ti senti più maturo di quando eri agli esordi significa che hai sbagliato qualcosa.

Certo, ma nel vostro percorso a un certo punto c’è stata una svolta che ha più a che vedere con un cambio di sound. O no?
Aimone: Assolutamente, è innegabile. Anche se devo dire che a noi, dall’interno, questa svolta non sembra così netta come appare a chi ci osserva da fuori. Cioè, non è che a un certo punto ci siamo detti «ehi, ragazzi, è arrivato il momento di cambiare». No, noi stavamo vivendo e diventando adulti con tutte le complicazioni che la vita ti mette davanti, fosse anche solo il mutuo per comprare la casa, e con tutti gli ascolti nuovi che ci restavano in testa, e man mano, influenzandoci reciprocamente, perché per noi è anche importante passarci le idee l’uno con l’altro, siamo cambiati. È un processo che è come un fiume, molto naturale e scorrevole, senza crack. Per questo quando mi dicono «i vecchi FASK e i nuovi FASK» rimango perplesso.

Perché?
Aimone: Perché, anche se sappiamo bene che i primi dischi erano tutti urlati, con le chitarre iper-distorte, per noi quello che ci ha portato sin qui è davvero un percorso di vita incentrato sulla voglia di essere sinceri. Fare quel tipo di rock’n’roll che facevamo una volta a quest’età significherebbe prendere per il culo tutti, sia noi, sia chi ci ascolta, e dato che abbiamo la fortuna di poter usare uno strumento come la musica che ha il pregio di darti libertà, non avrebbe senso rinunciarci, a questa libertà, sarebbe come fottersi da soli. Tradotto: siamo qui per tutelare il castello e il castello, però, va distrutto ogni volta, a ogni nuovo album, per vedere dove si arriva. L’importante è riconoscersi in ciò che si fa e stare bene mentre lo si fa.
Jacopo: Che poi non è che non ci sia più il trasporto di prima verso il rock che abbiamo proposto fino a un po’ di tempo fa, semplicemente ci siamo aperti ad altro, sentiamo nostre anche altre sonorità e atmosfere perché sono cambiate le nostre vite, siamo cambiati noi e i nostri ascolti.

Tra l’altro arrivate da un tour acustico, dopo che a inizio pandemia – giustamente, visto che non si poteva prevedere che il Covid ci avrebbe fatto compagnia per così tanto – avevate detto che mai e poi mai sareste saliti sul palco con restrizioni e mascherine, senza la possibilità di fare stage diving e di suonare di fronte a una folla. Com’è stato?
Alessandro: Bello, in realtà.
Aimone: Già, incredibile. C’è da dire che a questo giro siamo stati svegli, nel senso che dopo aver deciso di mettere in piedi un tour acustico ci siamo messi a provare come draghi. Perché non volevamo assolutamente una roba tipo schitarrata in spiaggia; volevamo un concerto acustico ben arrangiato, complesso, curato nei suoni, basato molto sulla voce, laddove storicamente la mia voce dal vivo era più coperta dal rock’n’roll. Ci interessava tirar fuori una sfaccettatura diversa della band, senza metterla in relazione al tipo di live che facevamo prima. L’idea era di mostrare i FASK in una veste inedita, punto. E il risultato, per me, è stato incredibile.

Incredibile in che senso?
Aimone: Perché risaltavano di più i testi. E perché abbiamo impostato il concerto come una cronistoria di quanto accaduto dai nostri esordi a oggi, quindi inserendo in scaletta brani da tutti gli album pubblicati e raccontandoci al pubblico: sapete, è successo questo ed era il 2011; ai tempi di questa canzone stavamo studiando e suonavamo in giro portandoci dietro i libri… Quello che sto dicendo è che abbiamo avuto modo di spiegare tutta una serie di passaggi della storia della band, ed è stato bello, perché è una cosa che solitamente, durante i set elettrici, non si fa: non è che ti metti a conversare, suoni per due ore con una foga pazzesca e basta, ed è stupendo, però, ecco, questa volta abbiamo sperimentato una modalità diversa, più intima. Scoprendo che è una modalità che può essere altrettanto stimolante, sia per noi, sia per chi ci segue, visto che mai come questa volta abbiamo ricevuto messaggi di persone che ci dicevano che avevano colto dei lati delle nostre canzoni che non si aspettavano o su cui non avevano mai riflettuto. E alla fine, sai, la reazione del pubblico è la tara del tuo lavoro artistico, se così vogliamo chiamarlo.

In Rave citate esplicitamente Living On My Own di Freddie Mercury, mentre ascoltando In vendita è difficile non pensare, perlomeno se si ha una certa età che non è la vostra, a Comprami di Viola Valentino. Di questo che mi dite?
Aimone: Per quanto riguarda Mercury, in quel pezzo dico che quando si tratta di rubare bisogna puntare in alto, puntare lo sguardo al cielo. In un certo senso vale lo stesso per le rivoluzioni, che si fanno in opposizione a chi è al potere, no? Parlando di musica, noi guardiamo a chi sta lassù, nell’olimpo, per esempio a Springsteen, come dicevamo prima, e in Rave, appunto, ai Queen e nella fattispecie a Mercury. Perché lì dico “rubo dal re”, ossia che ciò che io provo a fare è rubare dal re, perché se devo fare una rapina vado alla Banca Centrale, non vado nella filiale del mio paesello. La citazione di Living On My Own si lega a questi pensieri, e non è un caso che non sia una citazione nascosta, ma volutamente evidente per chiunque, associata anche all’iconografia di Mercury, all’immagine di lui con la corona e lo scettro.

E Viola Valentino?
Aimone: Quella è una cosa involontaria, diciamo che è successo. Mi sto già immaginando il titolo di questa intervista: “Il nuovo disco dei FASK, tra i Queen e Viola Valentino” (ride).

Sarebbe decisamente fuorviante.
Aimone: Direi… Però, insomma, il punto è che è andata così, ci hanno fatto notare a posteriori che In vendita fa venire in mente Comprami di Viola Valentino e in fondo questa cosa ci è piaciuta.
Alessandro: A me ha proprio caricato sentirmi dire che la nostra canzone ricordava quel pezzo lì.

Ma voi la conoscevate, Viola Valentino?
Aimone: La canzone sì, lei non sapevamo bene chi fosse. Ovviamente dopo siamo andati a indagare (ride). Però, ripeto, in questo caso parliamo di una casualità e il brano è anche molto differente dal suo.

Confermo, stiamo parlando più di un’assonanza dovuta anche alle parole. Parole che in questo album mi sembra disvelino in primis la paura che si può provare nel diventare adulti e nell’affrontare un futuro incerto. È così?
Aimone: Sì, questi che hai detto sono sicuramente i sentimenti centrali, i più presenti. E il motivo è che questo album lo abbiamo scritto in un momento di condivisione da cui, più che un’autoanalisi, scaturiscono degli interrogativi. È un disco che pone delle domande: se ascoltando i vecchi lavori dei FASK potevi empatizzare con me, perché magari avevi provato quelle stesse sensazioni e dunque ti identificavi con me che le cantavo, a questo giro ciò che metto sul tavolo sono degli interrogativi a cui non do risposta. Di qui la cover che ritrae noi senza lo sguardo, perché non sappiamo bene dove stiamo andando.

“E basta con quest’ossessione di sorridere al futuro”, canti in Stupida canzone, che uscirà come singolo sempre il 17.
Aimone: È che c’è un grande senso di incertezza derivante dalla paura di invecchiare, di sentirsi dispersi, del confronto con l’idea della morte e quindi con le frontiere della vita di cui parla il pezzo di apertura È già domani. Non è un caso che dalla prima all’ultima traccia abbiamo provato a creare un percorso che ci consenta di rivivere questo album, questa ennesima cronistoria di noi stessi, in maniera circolare. Non è un caso che l’album inizi con una pioggerellina che sta a rappresentare l’ambiente in cui le nuove canzoni sono nate: l’intimità della casa dove ti rintani quando fuori c’è brutto tempo e in cui trovi ispirazione per riflettere su grandi e piccoli temi. Così come non è un caso che sul finale si senta una pioggia scrosciante, perché non ha smesso di piovere, anzi, piove sempre più forte, piove sul bagnato, e qui il rimando è a cosa sono i FASK oggi, nel 2021.

Ossia?
Aimone: Persone che lasciano i calzini in fondo al letto, se li dimenticano per settimane e nel frattempo continuano a vivere perché sono continuamente in proiezione verso il futuro: dopo essersi posti tante domande ora cercano le risposte. Il senso del titolo è questo: è già domani, ora. Perché ormai, anche per la velocità in cui scorrono le cose, è tutto futuro; il presente lo viviamo in proiezione di ciò che saremo tra cinque minuti, tra un’ora, tra un giorno. E questa non è una cosa che ci siamo scelti, semmai è il frutto di un’incertezza costante che non vorremmo, ma a cui ormai ci siamo quasi abituati e che, però, ci rende inquieti: sembra sempre di stare con un piede che poggia male sullo scalino.

Come si inserisce in questo discorso Fratello mio?
Aimone: Fratello mio si muove da un’esperienza particolarmente devastante che abbiamo vissuto, ha un fondamento potente nella realtà che abbiamo declinato nella forma dell’esortazione. Vorremmo che questo brano sia regalato da una persona all’altra per cercare di darsi forza nella situazione più pesante e difficile che ci si possa immaginare.

Non volete raccontare il riferimento autobiografico, o sbaglio?
Aimone: Non sbagli. Il concetto è che questa canzone vuole donare un abbraccio, proteggere, farsi carico del dolore di chi ami. La vorremmo dedicare a chi ha bisogno di vicinanza, perché anche se in certi momenti in cui non c’è niente da fare stare accanto a qualcuno può sembrare un gesto inutile, va comunque compiuto, quel gesto.

Prima si parlava di Rave, e quest’estate di party illegali si è discusso parecchio…
Aimone: In quel pezzo è come se avessimo calato dentro a un rave, a una discoteca, il pensiero secondo cui nella vita bisogna puntare alla massima aspirazione di ciò che vogliamo essere, puntare all’infinito, prendendo consapevolezza del fatto che il limite spesso siamo noi. Hai presente quelle situazioni in cui ti metti a riflettere sui massimi sistemi mentre stai ballando? Che è strano, ma è quel che accade, perché il pensiero è continuo, è fluido, per cui quante volte capita di scavare in profondità mentre facciamo qualcosa di apparentemente leggero come ballare in un locale?

Cosa ci direbbe (feat. Willie Peyote)

A proposito di locali e danze, come state vivendo questo periodo in cui, nonostante una campagna vaccinale che non si può dire non riuscita, le restrizioni per chi organizza concerti restano quelle di prima? E che cosa pensate del Green Pass per com’è stato applicato in Italia?
Aimone: Intanto non abbiamo problemi a dire che non ce ne frega un cazzo, ragazzi, vi dovete vaccinare!
Alessio: Quanto al Green Pass, crediamo sia uno strumento necessario per permettere a tante attività di ripartire sul serio.
Aimone: Il punto è che i concerti non sono mai davvero ripartiti. Ne abbiamo fatti un po’, ma con capienze che a lungo termine non sono sostenibili, e nel frattempo i piccoli live nei piccoli club, locali e circoli si sono fermati praticamente del tutto. I FASK che eravamo quando abbiamo formato la band, ossia un gruppo di provincia composto da ventenni che aveva bisogno di fare gavetta e quindi fame di suonare, oggi non avrebbero palchi. E sai quanti ce ne sono, di gruppi così? Solo che molti probabilmente adesso avranno perso le speranze, staranno facendo altro, e questo non possiamo permetterlo. Così come non possiamo permettere che tour manager, tecnici e così via smettano di fare il loro mestiere, perché così, senza maestranze, senza le piccole sale concerti e senza quel sottobosco che è l’unico che può ravvivare la scena musicale, si uccide un intero settore.
Alessio: Non si può attendere che il rischio sia zero, perché è impossibile arrivare fin lì, finiremmo per non ripartire mai più sul serio. Sarebbe giusto, piuttosto, ridare libertà abbassando il grado di rischio il più possibile, e da questo punto di vista il Green Pass è un ottimo strumento.
Aimone: Sono d’accordo, in queste settimane stiamo vivendo una contraddizione: ci siamo vaccinati e hanno esteso l’obbligo di Green Pass a tante situazioni, eppure non possiamo tornare a una normalità senza posti a sedere e limitati e senza distanziamenti. Ovvio che poi ci sia chi cade nello scoramento e chi perde fiducia nei confronti delle istituzioni, è comprensibile. Allo stesso tempo, però, ci sembra che vaccini e Green Pass siano gli strumenti che abbiamo per risolvere il problema. O almeno lo speriamo: pensare che dopo quasi due anni di locali chiusi e senza chissà quali sussidi nemmeno questo possa funzionare ci deprimerebbe troppo.

Nel frattempo con il loro glam pop rockettaro i Måneskin sono volati in vetta alle classifiche persino negli Stati Uniti: è una novità positiva?
Aimone: Speriamo! Grazie al successo dei Måneskin a breve faremo un’intervista per una retrospettiva sul rock italiano che uscirà in Brasile, ed è solo un esempio. A prescindere dai gusti musicali, dal fatto che dietro la loro scalata ci sia anche la televisione, dalle differenze di percorso e da altri aspetti, stiamo parlando di una band italiana che ha conquistato le classifiche internazionali – ed è la prima volta che accade con un gruppo rock’n’roll in maniera così prepotente – e che ha portato la bandiera musicale italiana all’estero. È senza dubbio una cosa positiva: storicamente se in un territorio esce una band che inizia a spaccare, in quel territorio di band con l’aspirazione di spaccare ne usciranno altre.

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