Fantastic Negrito: «Riprendiamoci ciò che è nostro» | Rolling Stone Italia

Foto: Bryan C. Simmons

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Fantastic Negrito: «Riprendiamoci ciò che è nostro»

Questo musicista è storia (anche del rock) viva. In ‘White Jesus Black Problems’ racconta dei suoi antenati, una bianca e uno schiavo di colore che hanno dato vita a una generazione di afroamericani liberi. Dal vivo mette in piedi «una messa gospel senza la religione». A Oakland ha una fattoria urbana dove coltiva marijuana per aiutare i bisognosi e «forgiare una comunità». Lo scopo è sempre lo stesso: «Non soccombere di fronte alle ingiustizie»

In un’intervista di qualche anno fa Fantastic Negrito commentava la conquista del suo primo Grammy per il miglior album di blues contemporaneo con The Last Days of Oakland – suo secondo lavoro sotto questo nome, pubblicato nel 2016 – dicendo che l’unica cosa che gli aveva suscitato quel premio era la voglia di riporlo da qualche parte o darlo via per non parlarne mai più. Ironia della sorte, in seguito il songwriter e chitarrista del Massachusetts, oggi di stanza a Oakland, ha vinto quello stesso premio altre due volte consecutivamente, per ciascuno dei due successivi dischi, Please Don’t Be Dead (2018) e Have You Lost Your Mind Yet? (2020). E in fondo non ci sarebbe molto di cui stupirsi se ottenesse il medesimo riconoscimento anche con il nuovo White Jesus Black Problems, in uscita il 3 giugno: un energico e contagioso mix di blues, funk, r&b, soul, gospel e rock’n’roll, realizzato intrecciando chitarra, basso e batteria con Moog e altri strumenti quali banjo, violoncello e un organo transistor Yamaha degli anni ’60, e combinando suoni vintage e sperimentazione con la voglia di raccontare una vicenda scoperta dallo stesso autore attraverso una serie di ricerche sulle origini della propria famiglia. Ossia la relazione sentimentale portata avanti illegalmente, nella Virginia coloniale del XVIII secolo, dalla nonna di settima generazione, Elizabeth Gallamore, una serva a contratto bianca, di origini scozzesi, con un uomo di colore ridotto in schiavitù.

«Dal loro amore e dal loro coraggio è nata la prima generazione di bambini afroamericani liberi, di cui io sono uno dei discendenti», dice in videochiamata su Zoom Xavier Dphrepaulezz alias Fantastic Negrito, performer incredibile – chi lo ha visto dal vivo non potrà che confermare – con alle spalle una vita da film: l’infanzia in una famiglia musulmana ortodossa, la fuga da casa all’età di 12 anni, l’adolescenza sulla strada tra gang di spacciatori, un contratto da un milione di dollari con la Interscope ottenuto a 20 anni, un disco d’esordio firmato Xavier andato male e una valanga di pressioni, l’addio al music business per organizzare party clandestini per i vip di Hollywood. E ancora: un incidente stradale che nel 1999, dopo averlo spedito in coma per tre settimane, lo ha lasciato con le braccia paralizzate e la convinzione di non poter suonare mai più, l’idea di mantenersi facendo l’agricoltore e coltivando marijuana, e infine la rinascita e il riscatto musicali come Fantastic Negrito dopo la paternità e una lunga riabilitazione che gli ha permesso di recuperare il movimento delle mani (benché non del tutto, come si evince osservando come suona la chitarra).

Foto: Bryan C. Simmons

Roba da non crederci, ma che si abbina alla perfezione con questo personaggio che pare uscito dall’epoca in cui ancora le rockstar si portavano addosso un’aura mitologica. Un artista che con una visceralità oggi rara è riuscito a raggiungere il successo fondendo la passione per i bluesmen del Delta, da Skip James a Robert Johnson, con la fascinazione per il rock’n’roll di Little Richard e il funk di James Brown e Prince, e che ora, con White Jesus Black Problems, vuole proseguire la sua missione: «Aiutare gli altri a non soccombere di fronte alle ingiustizie», perché «non esiste rivoluzione collettiva che non si basi su una rivoluzione che ciascuno di noi deve compiere individualmente aprendosi all’amore».

«Guardando indietro e ricostruendo l’albero genealogico della mia famiglia, sono rimasto colpito dalla quantità di parallelismi tra il tempo in cui vissero i miei avi e il nostro presente», spiega Xavier. «Non possiamo sapere cosa si prova a essere proprietà di qualcun altro, ma ci sono fatti assimilabili a quella condizione: il consolidamento della ricchezza e del potere nelle mani di pochi, il razzismo, la discriminazione di chi è considerato diverso, la lotta tra poveri per la sopravvivenza. Eppure, allora come oggi, possiamo trovare persone coraggiose che con le loro azioni e scelte possono cambiare almeno in parte il corso delle cose».

In realtà la genesi dell’album non è stata quella che ci si aspetterebbe, il 54enne aveva ben altro in testa nel momento in cui si era messo al lavoro sul nuovo disco. «Era prima della pandemia e ciò che avevo in mente era un album di collaborazioni. Mi ero già trovato in studio con uno degli artisti coinvolti nel progetto, Sting; l’idea era di riunire musicisti che ascoltavo da ragazzino e lui era uno di quelli assieme a George Clinton, David Byrne e altri. Quella con Sting non era che la prima di una serie di altre 10 o 15 collaborazioni, ma poi è arrivato il Covid e fine dei sodalizi. Avevo anche buttato giù un’altra traccia, ma dopo un anno era ancora nel mio cellulare. A quel punto sono stato invitato in un programma tv per proporre un pezzo dal mio precedente disco Have You Lost Your Mind Yet?, una bella notizia, visto che non suonavo dal vivo da un anno, ed è stato in quel periodo che è venuta a galla la vicenda al centro di questo mio nuovo album».

Gli chiediamo come, e risponde con l’entusiasmo di un ragazzino: «Tutto è nato da una curiosità che mi ha spinto a visitare il sito Ancestry.com. Non mi aspettavo di scovare chissà cosa, ma ero motivato, perché sapevo poco della mia famiglia dal lato di mia madre e il lato paterno era totalmente un mistero. E lì c’è stato un primo shock, quando ho scoperto che mio padre si era praticamente inventato una vita intera: niente di ciò che sapevo era vero, nemmeno il suo nome era reale, il mio cognome completamente folle è frutto della sua fantasia, aveva un’altra famiglia e persino altri figli. È stato in quel momento che mi è venuto il titolo del disco, perché nel domandarmi come mai avesse fatto tutto questo la risposta istintiva è stata “white jesus black problems”: lui era nato nel 1905, epoca difficile per la gente di colore e penso che per sfuggire a tanti problemi diede vita a un personaggio».

Nei mesi seguenti le indagini sono continuate e il diretto interessato afferma di aver verificato, per quanto possibile, ogni dettaglio emerso, incrociando ricordi, immagini, documenti. «Ho fatto altre ricerche su mia mamma, che mi hanno portato a delle vecchie fotografie di afroamericani vestiti molto bene. Mi sono detto che era molto strano indossassero quel tipo di abiti, perché la famiglia di mia madre era del sud degli Stati Uniti e ai tempi dei miei bisnonni la schiavitù non era ancora stata abolita. Così ho iniziato a scavare in questo delirio di informazioni e passo dopo passo sono giunto alla conclusione di avere antenati neri, ma liberi. Il che è stato strano per me, perché, sai, da afroamericani si dà per scontato di discendere da persone ridotte in schiavitù. Fatto sta che, a furia di scartabellare, sono andato a ritroso fino alla settima generazione, venendo a sapere che c’era questa serva bianca a contratto che si era innamorata di un uomo di colore, schiavo, in una Virginia che proibiva le relazioni interrazziali. Ma i due si amavano, sono stati insieme nonostante tutto, sono diventati genitori e dato che lo status legale della prole dipendeva da quello della madre, il che implicava che dopo sette anni sia lei, sia i figli avrebbero ottenuto la libertà, uno dei risultati è che io adesso sono qua con questa storia da tramandare. Ed è perfetto, insomma, non sono un investigatore, ma mi pare abbia un senso: non potevo essere altro che l’erede di gente che infrange le regole!». E aggiunge: «Per il resto non ho niente da dire, perché onestamente non ho nulla a che fare con questo album, per me la musica è qualcosa che arriva da qualche altra parte: semplicemente mi è passato davanti un treno a tutta velocità e ci sono salito sopra. Ciò che ho fatto è stato riportare la storia di questi miei antenati coraggiosi, di questa coppia rivoluzionaria, di questi Romeo e Giulietta che con il loro amore sono andati contro tutto lasciandomi quest’ispirazione così forte».

Non è il solo, Fantastic Negrito, a essere convinto di “ricevere” le canzoni e, dunque, di essere una sorta di tramite. Basti pensare a John Frusciante, uno capace di dire che «le forze della creatività sono là, devi solo essere pronto ad accoglierle, è l’universo che esprime se stesso». Per fortuna nessuno risolverà mai il mistero dell’ispirazione, di certo ascoltare White Jesus Black Problems è un’esperienza fortificante, catartica, liberatoria, che ha a che vedere con il sapore ancestrale della musica contaminata del musicista afroamericano e con la capacità di legare la stessa alla lotta per l’emancipazione con una visione sempre ottimista, positiva. «Ciò che ho ritenuto così potente da meritare di essere raccontato» dichiara Xavier «è come, unendosi, due persone appartenenti a due mondi completamente differenti, l’uno l’opposto dell’altro, siano riuscite a dare vita a qualcosa di importante nonostante lei fosse bianca come la neve e lui nero come la notte. Mai come oggi abbiamo bisogno di questo genere di storie, tenuto conto di quello che continuiamo a vedere negli Stati Uniti, cittadini che entrano in un supermercato e si mettono a sparare alla gente…».

Si interrompe, inutile fare elenchi, secondo il Gun Violence Archive dall’inizio del 2022 negli States ci sono state oltre 200 sparatorie di massa. «Come canto in You Better Have a Gun, è meglio che tu abbia una pistola se vivi nella terra di Dio: questa è l’America. C’è un gruppo di persone che si è preso l’intero continente in questo modo, le armi sono lo strumento con cui si esercita il proprio potere sugli altri». Gli chiediamo se nonostante le nuove generazioni abbiano finalmente aperto un dibattito sulla questione, considera la mentalità occidentale ancora intrinsecamente colonialista. «Non sono un professore, non posso rispondere adeguatamente a questa domanda, ma posso dire che cosa non mi piace di ciò che osservo nel mondo. Io penso che siamo malati e che la nostra malattia sia la cultura consumistica, sia l’avidità, sia la continua smania di possedere cose: per sentirmi bene mi serve questo, per essere felice mi serve quell’altro… Mentre ciò che sostengo in questo album è tutt’altro, non a caso il primo pezzo che ho scritto è stato Highest Bidder, dove faccio notare come tutto vada sempre al miglior offerente, ossia a chi ha più soldi. Il punto è che non bisogna lasciarsi intrappolare dall’ossessione per il denaro, perché la verità è un’altra, ossia che non serve tutto quel denaro, non c’è bisogno di comprare tutte quelle cose, per essere liberi. E questo discorso vale anche a un livello più ampio: perché nel corso della storia tutti i Paesi che hanno il petrolio sono stati invasi, sono diventati terreno di guerra? Se vuoi chiamarlo colonialismo per me va bene, ciò che mi preme dire è che siamo malati e che se da artista posso fare qualcosa per aiutare le persone a imboccare una strada più sana, sono contento di farlo con la mia musica. In fondo se in questa intervista stiamo parlando di tutte queste cose, ed è bello, significa che i miei brani stimolano anche delle riflessioni». E tornando sul disco, aggiunge: «Da questo punto di vista il titolo è una provocazione: se i miei avi sono riusciti a fare ciò che hanno fatto così tanto tempo fa, a unire le forze contro ciò che li avrebbe tenuti separati in un’epoca così lontana, com’è possibile che nel 2022 ci sia ancora così tanto razzismo nel mondo? Non so darmi una risposta, di certo l’esistenza umana è un viaggio estremamente complesso, in cui ci si ritrova ad avere a che fare con un ampio spettro di emozioni e sentimenti contrastanti – amore, odio, stress, felicità, tristezza… – e a navigare in un mare di ostacoli».

Dalle sue parole affiora la volontà di conservare uno sguardo empatico, compassionevole. Quindi va bene scrivere un pezzo come They Go Low, una delle tracce più potenti di White Jesus Black Problems e insieme un’invettiva contro l’1% di ricchi che governa il mondo opprimendo la massa dei più poveri, ma sempre cercando di infondere speranza, perché solo dalla speranza possono nascere la resistenza e le battaglie per i diritti violati. In questo Fantastic Negrito si colloca a metà strada tra il Childish Gambino di This Is America ​​e il Cody ChesnuTT di My Love Divine Degree. «Musicalmente volevo un disco che suonasse anni ’70, che ti portasse indietro al sound di quell’epoca, come in un viaggio. E questo non per fare soldi, ma per fare dell’arte che risulti avvincente per gli altri e per sorprendere me stesso. È stato un viaggio anche per me, ricordo ancora un giorno in cui stavo lavorando a una canzone e mentre suonavo è entrato in studio l’ingegnere del suono per chiedermi “ma cosa stai facendo, i Beatles?!”. Sinceramente non sapevo cosa stessi facendo, stava accadendo. Ma di sicuro volevo che questo album fosse pieno di contrasti – bianco e nero, scozzese e africano… – e che fosse libero in modo quasi psichedelico».

C’è di più: sempre il 3 giugno, in contemporanea con il disco, uscirà un visual album girato nell’area di Revolution Plantation, la fattoria urbana che Fantastic Negrito ha creato a Oakland. «Abbiamo fatto tutto con una telecamera e senza attori professionisti, in modo molto organico. Ricordo che un giorno stavo guardando il batterista che suona con me mentre spostava del materiale e ho pensato avesse il fisico giusto per fare parte del cast, così gliel’ho detto ed era sorpreso, mi ripeteva di non sapere recitare, ma poi abbiamo coinvolto anche la sua fidanzata. C’è pure il mio vicino di casa, mi diceva che non voleva interpretare uno schiavista, ma alla fine si è convinto (ride). Siamo già stati a due festival cinematografici, da non crederci».

Quanto al progetto di fattoria urbana, confida: «È un’attività che mi ha dato molta forza, l’ho avviata anni fa e come prima cosa mi sono buttato sulla coltivazione di marijuana, perché volevo guadagnare soldi da investire nei sogni artistici miei e dei miei amici, senza chiedere il permesso a nessuno di fare ciò che volevamo fare. Lo abbiamo fatto e basta. Ed è esattamente questa l’idea alla base di Revolution Plantation: aiutare i più bisognosi forgiando una comunità in cui tutti insieme si impara a lavorare la terra con le proprie mani, il che per noi afroamericani significa anche restituire un valore positivo a qualcosa che ha sempre rappresentato un trauma, visto che generazioni di neri sono state costrette a lavorare la terra per coloro che si ritenevano i padroni. È questa la rivoluzione: riprendiamoci ciò che è nostro. Il che avviene anche attraverso un mercato che organizziamo sul terreno della fattoria stessa, invitando chiunque a vendere i propri prodotti senza pagare lo spazio per la bancarella e tenendosi tutto il denaro guadagnato per sé, in modo da poterlo poi investire per l’educazione e la cura dei figli, per esempio. Tutto nasce da una mia convinzione personale: attuare un progetto del genere significa per me fare di Fantastic Negrito una sorta di piattaforma per sostenere gli altri, per responsabilizzare le persone e condurle verso l’autodeterminazione. Verso i 20 anni, quando Jimmy Iovine della Interscope mi offrì un contratto discografico, volevo diventare famoso, ma poi, crescendo, mi sono reso conto che non era quello il mio desiderio più profondo, che in realtà volevo dare agli altri qualcosa che potesse farli stare bene».

Foto: Bryan C. Simmons

Un approccio che durante i suoi concerti – i prossimi il 20, 21, 22 e 24 luglio rispettivamente a Fiesole, Gardone Riviera, Pordenone e Genova – si traduce in un rituale collettivo caldo come un abbraccio. «Sono l’ottavo di 14 figli, quando avevo 12 anni me ne sono andato di casa e non ho più visto i miei genitori, probabilmente da piccolo non ho avuto tutto l’amore e l’attenzione che altri hanno avuto la fortuna di avere, per cui quando sono sul palco è come se fossi qualcun altro e stessi scambiando energia con tutte le persone lì sotto. Mi sento come un bambino, sento di essere finalmente amato. È una questione di canalizzazione, visto che i miei concerti, in cui a guidarmi sono artisti che adoravano essere performer come Freddie Mercury e James Brown, sono un po’ come una messa gospel, ma senza la religione. Perché no, non sono religioso, ma una religione ce l’ho: la gratitudine».