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Fabio Treves, da Lambrate al Circo Massimo

Partito da Milano per portare il blues alle masse, ha fatto 41 anni di carriera e incontri incredibili, e il 16 luglio aprirà il concerto a Roma del Boss. Lo abbiamo incontrato prima della data al Market Sound dell'8 luglio
Fabio Treves, foto di Renzo Chiesa

Fabio Treves, foto di Renzo Chiesa

C’era una volta un ragazzo di Lambrate timido e ossessionato dalla musica che voleva fare il blues quando tutti volevano ballare Twist and Shout. Ma lui non se n’è fatto una ragione. Fabio Treves, in arte Il Puma di Lambrate (merito di un giornalista burlone che ha ricalcato il soprannome di John Mayall “il Leone di Manchester”), ha lavorato con la sua Blues Band per 41 anni al servizio del genere più popolare e allo stesso più di nicchia che ci sia aprendolo alle masse, e ne frattempo viveva una vita da film. L’ultimo episodio di questa vita da film sarà il 16 luglio al Circo Massimo di Roma, quando aprirà il concerto di Bruce Springsteen, mentre se volete sentirlo nella sua città potrete farlo l’8 luglio al Market Sound di Milano.
Fare un’intervista a Fabio Treves è la cosa più semplice al mondo. Non bisogna neanche fare le domande, basta lanciare un tema, e il Puma tirerà fuori dal cilindro i migliori aneddoti e i migliori consigli che ci si possano aspettare da un musicista con una carriera decennale ma lo spirito entusiasta di un ventenne. Proprio per questo, al posto delle domande, metteremo i temi di cui abbiamo chiacchierato – e se passate tra i quartieri di Lambrate e Loreto dovreste cercare di incontrarlo, perché per quanto la mirabolante vita di Treves vi farà sentire degli sfigati, poter accedere al suo bagaglio di storie vale oro.

IL BLUES ALLE MASSE
“Ci è voluta molta cocciutaggine e la voglia di dimostrare a quei quattro fondamentalisti che volevano mantenere il blues un genere di nicchia. Definire il blues una musica “di nicchia” è un’eresia, perché il blues è il genere di massa per eccellenza, è la musica d’origine, quella da cui tutti hanno attinto, dai Beatles a Elvis, dagli Stones a Springsteen. Tutti fanno riferimento al blues. Io sono un bastian contrario, quindi mentre tutti facevano il progressive, la canzone di protesta, il jazz, i cantautorato, io facevo blues. Mi dicevano che era una musica noiosa, e più mi facevano i sorrisetti ironici, più accumulavo grinta e passione. Io volevo far capire che il blues è una musica popolare che andava diffusa. E insistendo ho visto la gente aumentare a ogni concerto, e ho visto un ricambio generazionale, i ragazzi scoprono che un pezzo blues che suono è lo stesso che suonavano i Nirvana, o i Foo Fighters. Oggi tanti giovani si avvicinano al blues aiutati dalle nuove tecnologie, perché con un click possono sentire registrazioni di Bo Diddley o di Muddy Waters originali. Quando io andavo al negozio di dischi e chiedevo un disco di Muddy Waters, mi rispondevano: «Chi? Ma che musica fa?», e io rispondevo «Blues», «Ah, no, noi non lo teniamo». Dovevo prendere il treno, andavo a Lugano, all’Innovazione, dove compravo i dischi. Però la stessa cosa che è successa al blues è successa anche con il rock’n’roll: il primo disco dei Deep Purple l’ho dovuto prendere in Svizzera, e anche le armoniche le ho comprate là – se le chiedevi qui ti tiravano fuori la Bravi Alpini, un’armonica che serviva per fare Oh Susanna o le canzoni degli alpini.”

Frank Zappa e Fabio Treves nel 1988. Foto Galimberti

L’ARMONICA
“È stata una scelta in parte razionale, perché la sentivo nel primo disco di Bob Dylan o in Love Me Do dei Beatles o nelle canzoni dei Rolling Stones, e poi perché avevo letto che era lo strumento principe del blues. Poi nel 1965 sono andato al concerto degli Who, e prima di loro suonavano i Primitives, e il cantante e armonicista era Paul Bradley, in arte Mal. Quando ha iniziato a suonare l’armonica mi sono innamorato di quel suono. Nel 1972 ho conosciuto Mal a un Cantagiro, perché facevo parte della comune musicale SimonLuca & L’Enorme Maria – un’esperienza abbastanza inusuale per uno che fa Blues, e che mi ha portato anche a Sanremo a fare il coro per Fausto Leali insieme a Finardi, Camerini, Massimo Villa. Quando ci siamo presentati gli ho detto che avevo iniziato con l’armonica dopo averlo visto, e lui mi ha risposto che l’aveva accantonata perché non era molto bravo – non era vero, è bravissimo.”

LA VOLTA IN CUI HA SUONATO CON FRANK ZAPPA
“L’ho visto la prima volta in concerto nel 1972 a Londra, ma l’ho conosciuto a Monaco nel 1988 grazie a Claudio Trotta della Barley Arts, l’artefice dei miei migliori incontri. Quell’anno mi disse di andare con lui a incontrare il tour manager di Zappa, e l’ho visto dietro alle quinte. Non voglio essere retorico, ma quando i nostri sguardi si sono incrociati è scattato qualcosa, ci siamo come riconosciuti. Ci siamo incontrati di nuovo quando è venuto a suonare in Italia, ci siamo frequentati, andavamo a mangiare la pizza in Via Melchiorre Gioia. E in queste occasioni mi sono confessato, gli ho detto: «Frank, io ti seguo da vent’anni, per me sei unico, anche se faccio blues per me tu rimani il più grande artista che io abbia mai conosciuto». Lui ha capito che non lo dicevo per farmi bello. Quando ha suonato al PalaTrussardi, prima del concerto mi ha detto: «Ma se ti chiedessi di salire sul palco a suonare?» e io gli ho risposto in un bruttissimo inglese, «Dai, non prendermi in giro». Gli ho detto che sapevo che era famoso per aver deciso di non volere più nessuno sul palco al di fuori della sua band dopo aver chiamato John Lennon a New York ed essersi ritrovato anche Yoko Ono che faceva i suoi miagolii. Ha detto che era vero, ma ha anche aggiunto: «Sono io che decido chi invitare sul palco». Gli ho chiesto cosa avremmo fatto, e mi disse di non preoccuparmi, «quando ti chiamo ti dico la tonalità e tu vai, al resto ci pensiamo noi». Io non ricordo niente dell’esibizione, buio totale, ricordo soltanto che quando sono salito c’era qualche persona che mi conosceva e che mi ha incitato, “VAI PUMA!”. Dopo l’esibizione, Frank Zappa mi ha chiesto: «Dopo domani cosa fai?». Gli ho detto che volevo seguire tutte le date italiane, allora sono andato con lui a Genova, e anche quella sera mi ha richiamato sul palco – e dentro di me mi sono detto, «allora non ho fatto così brutta figura». Lui di certo non era uno che le mandava a dire, ricordo alla conferenza stampa al Pala Trussardi un giornalista musicale di quelli tromboni gli ha chiesto, «Mister Zappa, che cosa farà quando sarà anziano e privo di stimoli?» e Zappa in un nanosecondo ha risposto: «Il giornalista musicale». È scattato un applauso che ancora risuona.”

«Un giornalista musicale trombone gli ha chiesto, ‘Mister Zappa, che cosa farà quando sarà anziano e privo di stimoli?’ e Zappa ha risposto: ‘Il giornalista musicale’»

IL CONSIGLIERE TREVES E ZAPPA ALLA SCALA
“Zappa si interessava di politica, e appena arrivato a Milano mi ha chiesto com’era la situazione. Io con un po’ in imbarazzo gli ho risposto, «Tu sai che io sono uno indipendente, ma la verità è che sono in consiglio comunale», lui mi ha risposto che lo sapeva, così mi ha detto «Senti, potremmo chiedere se ci danno il Teatro alla Scala per una mia opera rock?» Gli ho risposto che al cento percento avrebbero risposto di no, ma mi ha fatto fissare comunque un appuntamento col Sindaco e con l’assessore alla cultura. Siamo andati, abbiamo anche le foto insieme fuori dall’ufficio del sindaco, e ovviamente la risposta è stata no. Il più bel regalo che mi ha fatto Zappa è stato quello che ha scritto nella sua autobiografia: sono andato a parlare con il sindaco (un socialista) con l’assessore alla cultura (un comunista) e Fabio Treves (un anarchico). Essere ricordato da Frank Zappa come un anarchico è un’emozione, la vorrei come iscrizione tombale. Quando anni dopo a Rock FM furono ospitati la moglie Gail e i figli di Zappa ho mostrato loro le foto. Si sono commossi, e io con loro, perché sembrava l’incontro di gente che si era vista la sera prima.”

La foto scattata da Fabio Treves a Jimi Hendrix che firma un autografo a un fan al Piper di Milano nel 1968

LA FOTO PERDUTA CON JIMI HENDRIX
“Quando ero un ragazzino di 18 anni mi sognavo la notte un concerto di Jimi Hendrix, e una notte sono andato in giro col taglierino a staccare tutti i poster del concerto al Piper di Hendrix nella mia zona di Lambrate. Si avvicina la pula. Era maggio del 1968 ed era uno dei mesi più caldi d’europa, da Parigi a Milano c’erano le lotte studentesche. E io come un bamba con il taglierino in mano a staccare i manifesti, la polizia mi chiede “cosa sta facendo?” e io “Sto ritagliando i manifesti di Jimi Hendrix”, li avevo legati tutti sul motorino e l’avevo fatto perché volevo essere l’unico ad avere quei manifesti. Quando l’ho incontrato al Piper ero emozionatissimo, perché nel mio immaginario lui era una montagna di muscoli con una potenza incredibile, invece era piccolo, magrolino, con i capelli cotonati ma meno imponenti che in fotografia. In quel momento ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente, «Ehi, lo sai che sono nato il tuo stesso giorno?» e uno si aspetta che il grande Hendrix ti mandi a quel paese. E invece lui ha detto verso un fotografo che era lì: Hey man, take a picture! Mi ha abbracciato e abbiamo fatto questa foto. Io la sto cercando da 27 maggio del 1968. Io invece ho una foto di Hendrix che firma un autografo a qualcuno, che ancora non sono riuscito a rintracciare. Poi sono stato all’Isola di Wight e ho sentito quello che purtroppo è stato l’ultimo concerto di Jimi Hendrix.”

IL GIOVANE PUMA
“Mi piace raccontare questi ricordi, non per fare lo splendido, ma perché voglio spiegare ai giovani che senza la passione non si va da nessuna parte. Ci vuole passione in qualsiasi lavoro si decide di fare. Ho visto come sono cambiati i giovani, che hanno accesso a internet e possono ascoltare musica 24 ore su 24. Io stavo sveglio la notte per captare i pezzi in anteprima che mettevano su Radio Luxemburg, e la mattina dopo a scuola portavo il Geloso su cui avevo registrato le canzoni e le facevo sentire in bagno ai miei compagni, Summer in the City dei The Lovin’ Spoonful o Ha, Ha, Said the Clown dei Manfred Mann. In una scuola come il Liceo Carducci di Milano erano in quattro a capire di musica, gli altri ascoltavano le canzonette. Quando c’erano i contest musicali tra licei milanesi, io partecipavo con il mio gruppo, e gli altri vincevano suonando Barbara Anne o Twist and Shout, mentre io arrivavo cupo, timido, e attaccavo con 10 minuti di blues. La gente mi passava davanti e diceva «Fabio, hai rotto le palle». Se mi avessero detto 50 anni fa che io mi sarei trovato davanti a una giornalista a parlare della mia adolescenza non ci avrei mai creduto.”

Fabio Treves con Billy Gibbons nel 1997

IL PUMA E IL BOSS
“È stato nuovamente tutto merito di Claudio Trotta di Barley Arts: gli avevo mandato una mia foto di Little Steven, il chitarrista storico della E Street Band, che lui ha pubblicato sulla pagina Facebook. Si è scatenata una catena di Sant’Antonio con tutta la gente che commentava dicendo che volevano il Puma ad aprire il Boss. Dopo la denuncia da parte del comitato di zona dopo il concerto a San Siro perché aveva sforato, si è deciso di non mettere più nessun gruppo in apertura di Springsteen a Milano, invece a Roma suoneremo noi, poi i Counting Crows, e poi lui. Non c’è un altro artista che da tanti anni è così coerente e così bravo nel rispolverare la musica tradizionale americana, sono davvero emozionato all’idea di suonare prima di lui, soprattutto avendocela fatta con i miei mezzi. Spero di riuscire a incontrarlo – tra l’altro siamo tutti e due degli arzilli di 67 anni.”

I CONSIGLI DEL PUMA
“Sono arrivato a suonare a quest’età senza avere una casa discografica grande alle spalle, senza aver preso parte a una corrente politica di comodo, ma facendo tanta gavetta. Non vorrei neanche fare il giudice a un talent, quella è un’immagine distorta della musica e di come dovrebbe essere. Un musicista è bravo se fa il disco come vuole lui, se è indipendente, se è controcorrente, se non è omologato. Non è bravo uno solo perché lo vedono 7 milioni di persone a un talent, anche se vanno di moda – non lo dico perché voglio essere contrario. Mettersi lì e fare l’imitazione di un altro gruppo o di un altro cantante non vuol dire essere bravi, ma essere dei bravi scimmiottatori. Poi a volte capitano quelli bravi, tipo l’armonicista che ha vinto Italia’s Got Talent, esibendosi nella sua cosa e dimostrandosi bravo. Il mio motto è: sangue, sudore e lacrime – ancora oggi vado a fare il giro dei negozi per lasciare le locandine dei miei concerti, giro l’Italia e mi sembra normale fare questo genere di sforzi. Ogni volta che qualcuno mi scrive rispondo sempre dicendo di darci dentro, di impegnarsi, se ce l’ho fatta io ce la faranno anche loro (ride).”

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